La regola dei pesci

Giorgio Scianna

Editore: Einaudi
Collana: I coralli
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 7 marzo 2017
Pagine: 200 p., Brossura
  • EAN: 9788806233464
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    Barbara

    16/11/2017 15:23:51

    Bel romanzo, ben scritto, con una lingua intensa e senza sbavature. Il tema è coraggioso: quello dei foreign fighters (sì, ne partono anche dall'Italia e non solo di origini musulmane ), un tema che inquieta e che spesso rimuoviamo perché è incomprensibile e spaventoso. "La regola dei pesci" è però anche, e soprattutto, un romanzo di formazione che racconta molto bene quel bisogno di superare "linee d'ombra" così connaturato al passaggio dall'adolescenza all'età adulta. Bisogno che può manifestarsi in molti modi, a volte drammatici. Scianna ce lo racconta senza esprimere giudizi, solo con lo sguardo lucido del bravo scrittore.

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    Vittorio B.

    11/11/2017 08:22:47

    Poche volte ho letto storie che raccontano l’adolescenza in modo così chiaro e reale. Adolescenza non è solo battitindi cuore accelerati e sospiri amorosi, ma anche contraddizione, paura e a volte morte. Libro indispensabile.

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    gianluca

    09/10/2017 16:56:56

    Come vogliamo chiamarla? Letteratura socialmente utile? Non mi risultano casi di italiani partiti per combattere con l'Isis. E forse nemmeno di europei che non fossero di origini arabe di area islamica.

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Quattro compagni di classe partono, nell’estate prima dell’ultimo anno di liceo, per un viaggio alla volta di Kos, in Grecia. Anziché tornare a casa però fanno perdere le loro tracce, e in Italia è il panico. Le famiglie dei quattro si ritrovano con cadenza quasi quotidiana per fare il punto della situazione insieme a un agente dell’unità di crisi, ma le novità scarseggiano e anche la polizia sembra brancolare nel buio. Dopo mesi uno di loro, Roberto, fa ritorno dal nulla che l’aveva inghiottito, muto e visibilmente scosso. Se gli ispettori, i compagni, gli insegnanti e le famiglie degli amici non riescono a estorcergli nulla, trincerato com’è in un silenzio da interpretare come un patto di fedeltà, il lettore ha invece una tribuna privilegiata da cui guardare la vicenda: l’io narrante è proprio Roberto, che racconta dal principio cosa ha portato quattro ragazzi come tanti a volersi affiliare ai gruppi islamici in Siria. La regola dei pesci farà colpo su chi non vede nella sospensione dell’incredulità il requisito minimo per la buona fattura di un romanzo. In bilico sul crinale tra riproduzione mimetica e allegoria, il lavoro di Scianna svela fin dalle prime battute l’accuratezza nella ricostruzione scrupolosa dell’universo adolescenziale; al contempo, ma è una scelta obbligata e propedeutica alla riuscita della storia, tralascia dichiaratamente alcuni criteri di verosimiglianza: la fuga di quattro ragazzi così giovani, la questione dei documenti, la relativa facilità con cui questi sprovveduti riescono ad ottenere il contatto con i fondamentalisti e, soprattutto, il raggiungimento del confine siriano. Poco importa: il viaggio dei liceali è innanzitutto una formazione amputata, l’addio alla spensieratezza in vista non di una maturazione all’occidentale ma di una chiamata alle armi che è figlia di una gamma di insicurezze più vasta di quello che sembra. La storia di quattro amici fatalmente attratti dalle finte promesse della jihad, per quanto simbolica, è spia di un sentimento concreto. Affascinati dai video di propaganda online e dalla promessa di una società inedita, priva di competitività o ansie sociali, i ragazzi di Scianna sono i figli sani di un occidente alla deriva, postideologico e arido di sguardi rivolti al futuro. Per quanto degenere e non privo di svolte drammatiche, La regola dei pesci va interpretato come il sintomo di un malessere reale in un mondo dove ogni sensibilità è compromessa sull’altare di qualcos’altro: i bambini brigatisti del Tempo materiale di Vasta sono cresciuti e vivono in un’altra epoca, ma l’esito del loro spaesamento porta ad approdi molto simili.

Recensione di Matteo Fontanone.

Le prime pagine del romanzo

In fondo alla classe ci sono quattro banchi vuoti.
Uno è il mio.
Non ne posso più degli occhi puntati, della raffica di domande che non mi danno tregua. Voglio solo che mi lascino in pace.
Provo una vergogna buia per quanto ho fatto e di certo non lo rifarei più.
Tutto qua. Ecco quello che volevate sentire.
Tanto non potete capire. Perché il mio sbaglio non è quello a cui pensate voi. Se non apro bocca da dieci giorni la ragione è un'altra.
C'era un patto per cui nessuno di noi avrebbe raccontato niente se lo avessero preso. E io, in un certo senso, nel senso peggiore, sono stato preso. Non parlo per proteggere i miei compagni che non sono tornati e non torneranno.
Mi piace pensare che loro ce la faranno. Sono abbastanza forti. E poi sono insieme.
Quanto a me, non posso più guardare in faccia nessuno, perché mi vergogno, non di essere partito ma di essere tornato. La mia colpa è solo una: non avercela fatta.