Il responsabile delle risorse umane. Passione in tre atti

Abraham Yehoshua

Traduttore: A. Shomroni
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2004
Pagine: 258 p., Rilegato
  • EAN: 9788806170479
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Recensioni dei clienti

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    Anna

    08/11/2010 13:01:18

    Raro, delicato, profondo esercizio di introspezione e crescita interiore di un personaggio, condannato, instancabilmente, alla ricerca di un senso.

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    dany

    23/03/2008 12:59:39

    scrive troppo bene... mai noioso. molto bello il finale.

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    cecilia

    08/05/2006 22:21:12

    Finalmente un libro profondo e ben scritto.Nel panorama attuale dei romanzi,una ventata di originalità e attualità.

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    Enrico

    07/12/2005 14:24:23

    La consapevolezza delle disgrazie che ci circondano, il senso della responsabilità imprescindibile, l'introspezione del protagonista e la progressiva presa di coscienza di sé. Tutto molto pregevole, ma lento e poco coinvolgente: insomma, all'ultima pagina ho tirato un sospiro di sollevo e l'ho archiviato volentieri.

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    Maura Zambianchi

    03/11/2005 11:32:23

    E' la prima volta che leggo Yehoshua: ne sono rimasta piacevolmente sorpresa... regalerei il libro ad una persona sensibile che potesse apprezzarne la storia scorrevole e di grande finezza.

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    Rita

    09/09/2005 14:06:24

    Di questo autore ho letto tutto! E' sbagliato partire dal presupposto che tutti i libri debbano essere allo stesso livello, ognuno va letto con mente aperta e disponibile. Questo è un libro particolare con una tematica complessa,affrontata con la solita maestria, anche se l'autore ha scelto un linguaggio più semplice del solito. Mi sembra opportuno rilevare, che come molti autori ebrei, anche lui chiude in modo sibillino senza darti un vero finale, pensateci... non è monco come dice un lettore.Molto buono per un pubblico preparato

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    demic

    03/08/2005 20:44:16

    Non sempre mi piace lo stile di Yehoshua, ma questo libro è eccellente e alcuni artifizi dell'autore (utilizzare un solo nome, quello di Julia Regajev; non contestualizzare con precisione la meta del viaggio) questa volta non guastano. Molto coinvolgente e delicato.

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    Ennio

    03/07/2005 19:41:07

    Dopo aver letto con molto impegno ed attenzione questo libro, e credetemi c’è bisogno di impegno e attenzione giacché, come molti altri libri di Yehoshua è lento ed eccessivamente ridondante di dettagli apparentemente inutili, non ho capito una cosa: ho letto un libro drammatico o un libro comico? Un libro drammatico che mette a fuoco una delle mille storie di immigrati russi che si trovano a doversi confrontare con la cruda realtà di un paese in guerra? O la storia di un improbabile capo del personale che per una serie di improbabili circostanze viene comandato a compiere una improbabile e assurda missione di riparazione durante la quale il ridicolo si mescola al comico e al picaresco? Mi ci vorrà un po’ di tempo per stabilirlo, ma forse non vale la pena che io perda altro tempo per questo libro.

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    FLID

    08/06/2005 15:45:09

    Ho letto molti libri di questo autore, e, sinceramente, li ho apprezzati tutti. Per me è già un "classico" del futuro! Però questa sua ultima fatica mi ha francamente deluso. Lo stesso autore ha affermato di essere tornato ad una scrittura "normale" (chi lo consoce ricorderà la struttura narrativa particolarissima di altre sue opere, come ad esempio L'amante o il Signor Mani). Sembra un esperimento lettereario finto, senza cuore e senza anima...la storia forse avrebbe reso meglio in forma di racconto. Il voto non è bassissimo, in virtù della bravura dell'autore che rimane sempre grande, anche in un'opera non riuscita!

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    Andrea

    31/01/2005 12:49:49

    Non ho trovato il libro particolarmente spettacolare: piuttosto ripetitivo, trama poco coinvolgente e noiosetta, poche idee, scarso approfondimento delle varie tematiche toccate, finale mozzato.

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    Mariette

    11/01/2005 14:16:39

    Il protagonista, che all'inizio non vuole sprecare neppure una notte, a poco a poco sente nascere in sé l'esigenza di farsi carico della morte della straniera. Un Yehoshua che non si arrende alla rimozione e all'indifferenza.

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    Da

    12/12/2004 12:35:08

    Il mondo ha bisogno di umanità, l'uomo è stato desensibilizzato e cinicizzato dalle continue tragedie. Yehoshua fa rinascere, in un dirigente di un grosso panificio israeliano, la necessità di vivere le disgrazie per quello che sono, e non considerarle solo cronaca da dimenticare o numeri. Nel libro viene citato praticamente solo il nome della vittima, gli altri sono richiamati con "il responsabile delle risorse umame" o "il figlio della vittima" o "il militare", come a dire che siamo tutti uguali, e che tutti possiamo fare lo stesso percorso interno per il bene del mondo. L'idea è carina, peccato perchè il libro avrebbe potuto dire in 130 pagine ciò che dice in 258 e perchè sembra come se fosse scritto svogliatamente o forzatamente, con il capitolo finale che lascia sinceramente molto a desiderare.

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    Stefano

    02/12/2004 15:13:57

    Il responsabile delle risorse umane è il classico esempio di un libro che sarebbe potuto finire almeno 100 pagine prima. Detto questo le prime 2 parti sono molto intense; Yehoshua forza forse troppo il tentativo di impersonificazione del lettore con il suo personaggio principale ma tutto sommato resta un' ottima lettura.

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    Marco P.

    28/11/2004 11:39:07

    a me ha sinceramente deluso. Si tronca a un certo punto come se Yehosuha (che altrove avevo apprezzato moltissimo) non avesse piú voglia/idee di/per proseguire. E il finale é troppo scopertamente allegorico e, lasciatemi dire, appiccicato lí.

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    nausicaa

    22/11/2004 08:57:03

    I personaggi non vengono mai individuati con il loro nome, ad esclusione della protagonista.Ciò rende la lettura piuttosto impegnativa, soprattutto se si tiene conto del fatto che la prima parte del romanzo non è caratterizzata da molta azione. La seconda e la terza parte risultano invece più scorrevoli, ma non meno riflessive. Splendida la voce corale che interrompe di tanto in tanto il racconto. Toccante la figura del protagonista, la sua crescente consapevolezza di se stesso e la progressiva evoluzione della sua umanità, che passa anche attraverso la sua sofferenza fisica. A chi, come me, ha divorato L'amante, questo testo potrà sembrare più arduo, ma di certo non meno significativo.Indispensabile.

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    Roberto Rigamonti

    12/11/2004 18:43:14

    Surreale, affascinante, bellissiimo, uno dei libri migliori di Yehoshua, sempre così carico della disperazione profonda che contraddistingue e lega la maggior parte degli scrittori di lingua israeliana. Riecheggia la memoria di Faulkner (Mentre morivo ..., che non per niente è uno degli autori preferiti di Yehoshua.

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Uno dei punti cruciali della narrativa di Yehoshua è il silenzio dei suoi personaggi, il loro mutismo o anche la loro sordità. Ygal, nel libro più bello, L'amante, è un bambino, sordo dalla nascita, cui il padre per eccesso di affetto e di protezione regala un auricolare capace di decifrare i suoni, ma anche molto semplice a disconnettersi. Premendo un bottoncino, staccando ogni collegamento con il mondo esterno, Ygal si procurerà la morte, ma dopo essersi procurato i momenti più felici della sua breve infanzia. Fin dagli esordi, i protagonisti positivi delle storie di Yehoshua o sono muti o non si sanno esprimere nella lingua ebraica o hanno scelto di tacere, come il poeta che dà il titolo alla prima raccolta di racconti, Il poeta continua a tacere. A loro, a chi parla poco o non parla, è di solito affidata una speranza di pace.

Questo giornale compie vent'anni. Sia lecito dunque all'umile, ma fedele recensore di quasi tutta l'opera di Yehoshua non tacere e, per una volta, farsi scudo dietro il diritto di primogenitura, che nell'ebraismo vuole pur dire qualcosa: da un lato intanto, pesa il ricordo del primo racconto tradotto in italiano (All'inizio dell'estate del 1970, "Linea d'ombra", 1989, n. 37) da unire alla recensione del volume della Giuntina del 1989 (cfr. "L'Indice", 1990, n. 6). Uno dei miei pochi articoli che rileggo senza pentirmi di averlo scritto, anzi con un pizzico di orgoglio: salvo errore, dovrebbe essere il primo, sia pur breve, intervento critico su Yehoshua in Italia, quando lo scrittore israeliano era un perfetto sconosciuto.

Fra il 1990 e oggi la popolarità di questo scrittore è stata dirompente: un giorno qualcuno dovrà pure interrogarsi sulle ragioni di una singolarissima fortuna, che non ha eguali in nessun altro contesto europeo o extraeuropeo. Yehoshua è di casa ormai in Italia, quasi un cittadino onorario: i suoi libri hanno un largo pubblico di affezionati lettori, così le presentazioni, le conferenze, le lezioni universitarie. Negli anni novanta Yehoshua ha assolto un compito davvero unico e prezioso: è stato il primo a far conoscere la realtà israeliana, nelle sue luci e nelle sue ombre, dopo anni di incredibile silenzio che alimentavano solo ombre. In Italia la conoscenza dell'ebraismo, nel secondo dopoguerra, non cresce su se stessa, ma è sempre legata a doppio nodo con la tragedia mediorientale: lo dimostra assai bene, purtroppo fermandosi agli anni sessanta, Guri Schwarz in un bel libro appena uscito da Laterza (Ritrovare se stessi. Gli ebrei nell'Italia postfascista, 2004). Oggi nessuno può immaginare il silenzio assordante che si percepiva negli anni anteriori alla pubblicazione delle opere di Yehoshua, quando della vita israeliana nulla si conosceva. La discussione, a tratti rabbiosa, che si aprì ancora nel 1982, nell'estate tragica della guerra del Libano, giova ricordarlo, si svolse sulle colonne dei nostri giornali con toni esagitati e talora molto scomposti vedendovi coinvolte persone che meno esagitate e meno scomposte sarebbero state se avessero potuto leggere per tempo qualcuno dei racconti di Yehoshua, se solo avessero avuto dimestichezza con la realtà arabo-israeliana da lui finemente ricostruita nelle sue prime opere.

Da allora è passato tanto tempo. "L'Indice" compie vent'anni e affida al consueto, affettuoso recensore Yehoshua, arrivato, credo, al suo decimo libro. Con l'affetto di sempre sia consentita all'umile recensore una seconda confidenza non meno schietta della prima.

Questi ultimi romanzi non sono più come i primi: non ci si può non chiedere, in altre parole, quanto sia cambiato il personaggio-uomo nella narrativa di Yehoshua e, soprattutto, non si può evitare di chiedersi perché. A partire dal Ritorno dall'India (1994), che rappresenta forse il punto di svolta, i meccanismi narrativi si sono fatti sofisticati, a tratti macchinosi, quasi che un autore così preciso nel ricostruire ambienti, relazioni personali, controversie sociali sia indotto dalla disperazione per la situazione politica attuale a un formalismo astratto, che lo porta a dimidiare i personaggi oltre ogni ragionevole limite, perdendo di vista la chiave della scorrevolezza narrativa nella quale era invidiato maestro.

Entravi negli ingranaggi stilistici di libri come L'amante, Un divorzio tardivo, Cinque stagioni, Il signor Mani e rimanevi ammaliato, avvolto dentro una trama che non ti lasciava respirare se non a lettura conclusa. Ora, questo ingranaggio perfetto viene a incepparsi in una progressiva rarefazione del personaggio: per esempio, nell'ultimo romanzo, uomini e donne non hanno neppure un nome, oltre che un volto. C'è il responsabile delle risorse umane, c'è una donna morta per mano di un kamikaze, ci sono delle parti in corsivo che animano un gioco di specchi intellettualistico, che appesantisce la lettura. Il lettore di Yehoshua, troppo bene abituato, vorrebbe muoversi a proprio agio dentro una storia, come altre per le quali si era appassionato. Adesso, invece, rimane un estraneo che non comprende più chi sta parlando, dove si trova questo o quell'altro personaggio. La trama in sé non mancherebbe di originalità: si narra di un dipendente di una grande azienda che svolge indagini intorno all'identità anagrafica di una donna morta in un attentato. Nessuno sa chi sia. Fra i pochi resti che rimangono vi è il cedolino bruciacchiato dell'ultimo stipendio avuto dalla ditta. I giornali cittadini speculano sull'insensibilità del datore di lavoro, che poco si cura di una donna delle pulizie, non ebrea, di origine sembrerebbe slava, forse della Transilvania, ma qui tutto davvero diventa vaghissimo.

Chi, un giorno, vorrà interrogarsi sulla sintonia di Yehoshua con il pubblico italiano - da ricercarsi, credo, nella fedeltà alla forma-romanzo, nei toni riconoscibili di una mediterranea melodrammaticità, nella rotondità degli amori impulsivi - dovrà infine chiedersi quale sia la ragione di questa svolta. Provo ad avanzare un'ipotesi. I lettori dell'"Indice" avranno la pazienza di aspettare un'altra ventina di anni, si spera meno burrascosi dei presenti, per vedere se funziona.

Yehoshua è un uomo politico prestato alla letteratura: i suoi articoli sul Medioriente sono lucidi quanto quelli di nessun altro scrittore israeliano, certo più degli interventi di Grossman. Non tutti gli osservatori, mi sembra, hanno sottolineato la cupa verità di una sua frase del giugno 2002: la provocazione sugli ebrei capaci di fare "impazzire" i loro nemici, che è il segnale di un pessimismo credo condivisibile da molte persone di buon senso. Alcune sue proposte, in primis quella sul muro, sia pure in altro modo concepita, hanno avuto il pregio di precorrere la politica stessa, trasformando il "poeta che vuole tacere" in profeta ascoltato, sia pure a metà. Yehoshua è uno scrittore viscerale, che scrive romanzi cucendo insieme vita e letteratura. La sua fase migliore non per caso è quella che corrisponde al crescere di un movimento pacifista in Israele e coincide con le trattative purtroppo fallite di Camp David. I primi racconti (La morte del vecchio, Di fronte ai boschi), scritti in anni anteriori, torbidi quanto i nostri, riflettevano la stessa inquietudine dei libri di adesso. La malva fiorisce nel deserto ci ricordava, in quella prima raccolta di racconti recensita su queste colonne nel giugno di quasi quindici anni fa, un vecchio insegnante di Bibbia che i superiori volevano mettere a riposo. La malva del deserto è come la ginestra leopardiana. Si apriva allora una fase di ottimismo oggi sconfitta dalla realtà, per questo lo scrittore ha ripreso a tacere.

Ispirato dalla tragica attualità dei nostri giorni, il nuovo romanzo di Abraham B, Yehoshua parte dal racconto di un fatto di cronaca inventato, ma fin troppo realistico, per poi trasformarsi in una profonda riflessione sui valori, i rischi e i timori del mondo di oggi.
Un attentato al mercato, un tragico avvenimento per nulla inconsueto in una Gerusalemme sconvolta dal terrore, causa la morte di una donna sconosciuta. Il suo cadavere giace abbandonato all'obitorio del Monte Scopus per un'intera settimana, fino a quando un articolo di forte denuncia contro l'indifferenza generale giunge a scuotere le coscienze. Innanzitutto quella del proprietario dell'azienda per cui la donna lavorava, individuata grazie al cedolino di pagamento dello stipendio mensile, l'unico documento ritrovato nella borsa della vittima. Per evitare l'accusa di "crudele mancanza di umanità", l'imprenditore incarica il responsabile delle risorse umane di scoprire perché nessuno al lavoro si fosse accorto dell'assenza della dipendente. Aiutato dalla sua solerte segretaria, l'uomo ricostruisce l'identità della vittima e apprende con sorpresa di averla assunta lui stesso come addetta alle pulizie. Julia Regajev, così si chiamava, era una straniera, trasferitasi da non molto a Gerusalemme. Era laureata in ingegneria ma, non avendo trovato di meglio, aveva accettato di svolgere un'occupazione ben al di sotto delle sue capacità, pur di non lasciare la città. Poco prima di morire però si era allontanata dall'azienda, accogliendo il suggerimento del direttore del suo reparto che l'aveva esortata a cercare un'occupazione migliore. Cosa era andata a cercare a Gerusalemme Julia Regajev? Perché nessuno aveva avvisato l'ufficio personale del panificio che da diversi giorni non lavorava più per loro? A poco a poco l'indagine, iniziata svogliatamente e senza convinzione, finisce per coinvolgere il responsabile non solo sul piano professionale ma anche su quello personale. Le verità sarà svelata e il desiderio di concedere alla donna una dignitosa e compassionevole sepoltura prenderà il sopravvento rispetto alla mera necessità di evitare un danno d'immagine.
Con questo libro di rara intensità Abraham B. Yehoshua riesce a ritrarre magistralmente le contraddizioni che agitano l'animo umano e il tempo presente. In un tragico paradosso, proprio nell'era della globalizzazione e della libera informazione, aumentano nella società l'indifferenza e l'individualismo. Il percorso di trasformazione vissuto dal protagonista del romanzo svela il terribile potere che possono avere questi atteggiamenti e, all'opposto, l'importanza di sentirsi moralmente "responsabile". In questo intenso viaggio interiore, la vera responsabilità del dirigente consisterà nel saper ritrovare dentro di sé le risorse umane per vincere la durezza del proprio cuore, uscire dall'aridità in cui si è sepolto e ricominciare a vivere.