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    sarah

    18/11/2006 15:49:09

    All´inizio il racconto é lento e sembra non prendere, ma é solo un´illusione: Orengo sta preparando tutti gli elementi che poi porteranno ad una corale storia di vari personaggi ognuno con la propria filosofia. Quello che piú mi ha turbata é stata la scoperta ancora una volta dell´angolo piú a ovest della Liguria..Serve anche l´accenno al pittore Canavesio a risvegliare la curiositá di salire a Pigna, di cercare Dolceacqua. È comuqnue un libro che si gusta sempre una seconda volta per coglierne i dettagli. Non é il mio primo Orengo, perció ne sono rimasta come sempre soddisfatta.

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recensione di Mancinelli, L., L'Indice 1988, n.10

Il titolo deriva dalle siepi di ribes che circondano una misteriosa villa, dove il proprietario, fratello del parroco di Acquadolce, alleva piccioni. Ma il teatro su cui si susseguono a ritmo serrato le scene che compongono, come rapidi flash, il romanzo, è rappresentato da scorci di un immaginario paese dell'entroterra ligure, che richiama nel nome il reale e rinomato Dolceacqua, vecchie trattorie con nomi moderni e pretenziosi, la piazza della chiesa, il negozio del Butangas, e soprattutto una stanzetta d'ospedale, dove don Lercari, il vecchio parroco del paese, giace oppresso dai postumi di una frattura al femore, frutto di una rovinosa caduta da una scala in chiesa: n‚ è lungi il sospetto che una mano sacrilega abbia spinto la scala. La stessa mano, forse, che ha rapito lo Spirito Santo dall'altar maggiore, il sacro uccello che sotto forma di colomba dorata il vecchio prete vede dalla finestra volare insieme ai piccioni dello sciagurato e perverso fratello. Tra fatti reali e visioni allucinate il confine è incerto, ma è soprattutto evidente che non c'è pace tra gli ulivi di Acquadolce. E tutti gli intrighi mafiosi, i tranelli e le follie degli acquadolcesi vengono riferite al vecchio prete che, per nulla mistico, lancia anatemi e medita vendette dal suo letto d'ospedale.
A colmare la misura intervengono le stolte interferenze di una radio locale che turbano la ricezione dei corali di Bach e dei concerti di Mozart che il malato ascolta alla radio, come consolazione. Alla radio locale sta per associarsi, somma spudoratezza modernista, una emittente televisiva locale, finanziata da mestatori senza scrupoli e politicanti in odore di mafia, e a colmare il calice amaro del povero prete si aggiungono i dubbi sollevati dai critici sulla autenticità dei dipinti del Canavesio nella chiesa del paese. Dubbi che non sfiorano neppure i dipinti della chiesa della Pigna, il paese vicino, meschino, arretrato e tuttavia rivale di Acquadolce. Tra campanilismi arroventati, sotterranee trame di politicanti, amori più o meno autentici e autenticissimo spirito di arrivismo, il romanzo si chiude con il miracolo dell'apparizione dell'arcangelo Michele sulla rocca della Pigna. Vero o falso? Parrebbe vero, ma è anche vero che una manica di cialtroni ha pagato un illusionista rumeno, fallito e affamato, perché operasse coi suoi mezzi il miracolo.
La divertente carrellata di Nico Orengo su questo paesino della sua patria d'elezione - in Liguria sono ambientati anche il romanzo "Dogana d'amore" e le poesie "Cartoline di mare" - ha tuttavia dei risvolti amari e tragici, in certe figure di personaggi sconfitti dal rapido mutare del mondo - la bambina impazzita per l'incomprensione altrui o il poeta che va a vivere negli uliveti come un eremita - mentre il vecchio prete, sempre più impotente e debole, continua la sua battaglia contro i mulini a vento.