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Un ricordo al futuro. Lezioni americane

Luciano Berio

Editore: Einaudi
Collana: Saggi
Anno edizione: 2006
Pagine: XV-114 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788806139933
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"Voglio suggerirvi alcuni punti di riferimento che sono stati utili a me, (…) nel mio bisogno di interrogarmi sulla natura della peculiare e affascinante Babele di comportamenti musicali che ci circonda". Queste parole aiutano a precisare lo spirito che anima le sei lezioni tenute da Luciano Berio a Harvard tra l'ottobre 1993 e l'aprile 1994: lezioni di cui Talia Pecker propone una stesura nata dal raffronto paziente tra i vari stadi di appunti, compresa un'importante elaborazione successiva, in italiano, in vista di un analogo impegno all'Università di Bologna nel 2000. E proprio nello scarto inevitabile fra parlato e scritto, e le tante possibili formulazioni di un pensiero che tuttavia resta identico nella sostanza, possiamo già leggere una conseguenza pertinente delle riflessioni di Berio: che si snodano per l'intero percorso – non lungo con le sue cento pagine, ma certamente denso – quasi fossero una sinfonia, in cui alcuni motivi cardine appaiono, scompaiono, riemergono rinforzati da quanto detto nel frattempo, in una graduale messa a fuoco delle tante implicazioni di ciascuno.
Il perno del discorso è comunque nel difficile rapporto del musicista moderno con il passato, mai così ingombrante e insieme mai così importante: come riuscire ad amarlo senza farsene sovrastare, ad appropriarsene senza restarne condizionati a vita? Da qui il titolo, che cita una frase del libretto di Calvino per l'opera di Berio Un re in ascolto: "un ricordo al futuro", ossia "una costruttiva revisione o, addirittura, (…) una sospensione del nostro rapporto col passato e (…) una sua riscoperta sulle tracce dei percorsi futuri": una "selva oscura" a rovescio, che ci invita periodicamente "al sacrificio dei cammini volutamente smarriti e ritrovati". Perché se è vero che ogni testo (anzi, Testo) è un unicum, dato oggettivamente una volta per tutte, è però altrettanto vero che "un testo implica una pluralità di testi", assimilati dall'autore in modo più o meno consapevole. E fra l'altro, riprendendo queste idee nell'ultima lezione (Poetica e analisi), Berio riapre una questione su cui ha già lavorato fin dalla prima (Formazioni), toccando con estrema sagacia il problema appassionante e irrisolvibile della citazione, dei suoi poteri allusivi, dei suoi limiti e di tutti i casi in cui siamo forse noi a sospettarla, al di là delle intenzioni dell'autore: o almeno di quelle consapevoli.
Il richiamo a Babele, lasciato scivolare fin dalle prime parole, non può che evocare George Steiner: infatti Un ricordo al futuro è anche un confronto continuo con i vari aspetti della "traduzione" in musica, suggerendo anzi che la musica sia intrinsecamente "traduzione", forse più di ogni altra forma espressiva. Fatta per essere ascoltata, si configura tuttavia come testo scritto; molta parte della sua evoluzione è determinata dalla codificazione cartacea; ma certo, il rapporto fra la pratica musicale, anche nel senso empirico di tecnica dei singoli strumenti, e la partitura "astratta" varia secondo epoche e artisti: e comunque risulterà sempre impossibile separare il "musicista sistematico" dal "musicista empirico", il che detto da Berio ha un certo peso, tanto più provenendo da un secolo che spesso ha preteso una sdegnosa separatezza tra il "creatore" e il "bricoleur", senza tener conto della dialettica inesauribile fra idea e realizzazione. E poi (questo è argomento carissimo a Berio e vitale nella sua opera di compositore) spesso ci sono idee che attraversano più lavori, scavalcano il caso singolo, e persino l'esperienza individuale o i confini di un'epoca: "Ogni forma di creatività musicale è per sua natura aperta" (lezione IV, "O alter Duft"). Infine, traduzione è anche l'esecuzione-interpretazione, nelle sue molte forme: tra cui a Berio sta a cuore soprattutto quella teatrale, che è anche registica (lezione V, Vedere la musica).
Riprendendo il pensiero di André Appia ("è la musica che deve dettare le condizioni dell'immagine") e di Wagner (l'azione scenica è "azione musicale che diventa visibile"), Berio ribalta la concezione abituale del teatro, di cui la musica non dev'essere per lui conseguenza, ma ragione stessa e causa intrinseca; come termine di raffronto fa riferimento in questo caso a La vera storia, un lavoro del 1978 tratto da Brecht. Questo ci porta a un'ultima osservazione. Delle sei lezioni, la prima e l'ultima hanno carattere più generale, le quattro centrali mirano invece ad argomenti specifici (traduzione, rapporto con il passato, sperimentazione anni cinquanta, musica e teatro); tutte però sono costellate non solo di riferimenti a testi musicali antichi e moderni, ma anche di vere e proprie analisi, come quella su Agon di Stravinskij: e l'analisi stessa, come commento verbale alla musica, è traduzione. Fin dalle pagine d'apertura Berio mette in guardia dall'applicazione indistinta di metodologie analitiche spesso desunte da altre discipline (primo fra tutti "l'equivoco semiotico"): "Non viviamo in una società musicale omogenea e neppure disponiamo di una lingua franca che ci permetta di viaggiare impunemente da un territorio musicale all'altro".
Coerente con quest'idea, Berio procede per piccoli passi, precisando ogni affermazione con un caso concreto, limando le osservazioni "tecniche" con chiarimenti di natura letteraria, filosofica, artistica, secondo la necessità, e insomma riprendendo con infinita pazienza l'entità immutevole e sfuggente del testo musicale da tante angolazioni complementari: osservandolo cioè (per chiudere con una sua immagine) proprio come la luna e le stelle sono osservate dal contadino, dal poeta e dall'astrofisico.
  Elisabetta Fava