Il ritratto dell'amante

Maurizio Bettini

Editore: Einaudi
Collana: Saggi
  • EAN: 9788806127770
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recensione di Grottanelli, C., L'Indice 1993, n. 7

Maurizio Bettini è latinista 'sui generis', che coniuga le competenze del filologo (insegna filologia greca e latina all'Università di Siena) con interessi antropologici e letterari molto più ampi. Il suo "Antropologia e cultura romana" (La Nuova Italia Scientifica, 1986) fu innovativo e rinfrescante e spicca nel campo un po' appartato degli studi italiani di cose latine, molto meno infranciosati e smaliziati di quanto non siano gli studi greci. Ora questo volume Einaudi sul triangolo inquietante costituito dall'amante, dall'amato/a e dal ritratto si apre dal mondo antico non più in direzione dell'antropologia, ma verso la letteratura comparata e verso la storia delle culture (europee). Una 'sphraghìs' antropologica la troviamo ancora, però, all'inizio del volume, in quel titolo del secondo capitolo ("Un vasaio che non era geloso") che vuol contrapporsi certo al tema della "Vasaia gelosa" di Lévi-Strauss ("La potière jalouse", Plon, Paris 1985; trad it. Einaudi, 1987), e resta appunto 'sphraghìs' ermetica, perché quel lavoro del padre dello strutturalismo - se ho visto bene - non è citato nel libro.
Questo è un volume ricco e intricato, che non si può riassumere; semmai sarà utile citare qualche nome, che ci dia le coordinate del territorio esplorato, e spesso attentamente cartografato. Nomi di personaggi: Butade corinzio, inventore della scultura; Admeto, che sostituì la moglie Alvesti, morta al suo posto, con un simulacro, Elena, secondo la versione di Euripide rimpiazzata da un 'eidolon', sua falsa parvenza; Narciso e Pigmalione, e infine una serie di donne umiliate, dalla Cinzia di Properzio alla Donn'Anna di Da Ponte, con le relative rivincite o vendette, fino alla statua vindice del Commendatore. Nomi di autori: i tragici greci, specialmente Euripide; Platone e Plauto, Ovidio e Plutarco, Seneca, Puskin, Lucrezio e Montaigne. Il libro, ci dice Bettini, p. XII, "nasce da una grande passione per i racconti". Ma nel libro c'è qualcosa di più: lo studio di una tipologia amplissima di strategie d'identità, che usano l'amore, l'amante e il ritratto come pretesto per dispiegarsi quasi all'infinito.
In quest'ottica particolare - che sembra davvero quella corretta, e comunque è capace di assicurare una lettura insieme gradevole e fruttuosa del "Ritratto" - al presente recensore sembrano importanti alcuni temi, non marginali, ma (se è lecito ancora usare questo termine in modo innocente) "tangenziali" del volume. Citerò solo il tema dell'impronta e dell'orma dei piedi, che trovo alle pp. 16-20 e 216-17. Come ricorda Bettini citando Silvestri, "i piedi costituiscono forte prova di identificazione per via di rassomiglianza. Elettra si convincerà della presenza del fratello, Oreste, presso la tomba di suo padre allorché vedrà impresse sul terreno 'orme dei piedi' del tutto simili alle proprie. Questa forma di rassomiglianza 'per i piedi' appare anzi estendersi ad altre aree del mondo indoeuropeo (ma Silvestri diceva: 'indomediterraneo'): dato che nel "Mahabharata" Yudhistira si rammarica di non aver riconosciuto il fratellastro Karna dalla rassomiglianza che i 'piedi' di quest'ultimo avevano con quelli della loro madre, Kunti". Nel frattempo, Silvestri è tornato sul tema del riconoscimento mediante (le orme de)i piedi, tema da "paradigma indiziario" se ce n'è uno, scrivendone ancora su "Atti del Sodalizio Glottologico Milanese", 1987. Affrontando la 'vexata quaestio' del significato del nome di Edipo, Silvestri proponeva che quel nome, che vale "piedi gonfi", si riferisse, attraverso la deformazione dei piedi di Edipo, sconciati dai ceppi che trapassavano i malleoli del neonato esposto, alla negata identità dell'eroe e all'agnizione impossibile che sono così cruciali nel mito. Il nome Edipo sarebbe dunque il contrario di un nome: il segno dell'impossibilità di riconoscere. Un simile arricchimento "edipico" del dossier di Bettini porta più avanti la problematica, che mi sembra centrale nel "Ritratto dell'amante", delle strategie d'identità, e non dovrebbe dispiacere all'autore, reduce da battaglie congressuali sulla zoppaggine di Edipo.
È il caso di ripetere che il dossier del "Ritratto dell'amante" si potrebbe ampliare in modo illimitato, anche per quanto riguarda le tematiche meno "tangenziali"? Se si vuoi restare al già citato Da Ponte, per esempio, basterà volgersi al libretto del "Cosi fan tutte" mozartiano, che con quel tema gioca in modo particolarmente malizioso - e significativo. Nel primo atto, Dorabella e Fiordiligi cantano a lungo insieme ognuna le meraviglie del proprio amante, assente e presto richiamato "al marzial campo", e ne descrivono entusiaste il ritratto, che tengono in mano. È un brano anche musicalmente alto; ma prepara e rende più crudelmente ironico il seguito che consisterà nell'amore, sbocciato rapidamente nei giorni successivi, delle medesime Dorabella e Fiordiligi per due begli Albanesi baffuti. Costoro, come sa ogni persona ben educata, sono in realtà i due amanti in carica travestiti - che hanno finto di partire per mettere alla prova le fanciulle. E hanno avuto l'accortezza di scambiarsi di posto, corteggiando in incognito l'uno l'amante dell'altro - forse per evitare un confronto rivelatore con il ritratto.
Caso estremo d'incostanza: scambiarsi gli amanti senza saperlo; vagheggiare un assente contemplandone il ritratto e poco dopo - subito dopo! - accettare la corte di un finto straniero solo apparentemente sconosciuto; giurar fede eterna e non saper restar fedele se non per pochi giorni Ma, soprattutto, caso estremo dell'incapacità di riconoscere, grado zero dell'individuazione E come tale, rovesciamento simmetrico anche se implicito di quelle pratiche individuanti mediante le quali la cultura popolare europea consente alle fanciulle di divinare chi sarà il loro sposo. Come nel caso piemontese descritto da Filippo Seves nel volume X dell'"Archivio delle Tradizioni Popolari" di Pitrè: "Alla vigilia dell'Epifania alcune fanciulle prendono una scodella nuova, la riempiono d'acqua e v'immergono tre pezzetti di carta, su l'uno dei quali è scritto: 'morte', su l'altro: 'matrimonio' e sul terzo: 'nubile'. Espongono quindi il recipiente all'aria aperta affinché geli durante la notte. Al mattino guardano la scodella, se l'acqua si è congelata, si sforzano di vedere nella massa qualche figura speciale che lontanamente accenni alla professione che eserciterà l'uomo che dovranno sposare". O come nella serata di Sonia e Natascia nel tolstaiano "Guerra e Pace", quando Sonia suggerisce: "Siediti, Natascia, e guarda nello specchio: vedrai forse il tuo futuro sposo". "Natascia si sedette dopo aver acceso due candele che piazzò ai due lati dello specchio... Si mise a fissare, in silenzio, con gli occhi rivolti allo specchio; assunse un'espressione di grande raccoglimento, e restò a lungo ad aspettare, domandandosi che cosa avrebbe visto. Sarebbe stata una bara, o invece l'immagine del principe Andrea, ad apparirle all'improvviso su quella superficie baluginante e confusa - ove i suoi occhi stanchi non distinguevano più se non a fatica la luce vacillante delle candele?"
Ancora strategie d'identità: questa volta strategie divinatorie, nelle quali il ritratto dello sposo non solo assente, ma futuro s'intreccia in modo perturbante e allusiva con l'immagine della morte. In uno specchio.