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Traduttore: E. Svaluto Moreolo
Editore: Iperborea
Anno edizione: 2007
Pagine: 168 p., Brossura
  • EAN: 9788870911510
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    Cristiano Cant

    31/03/2015 14.19.47

    Identità, paura, timidi approcci sul conoscere, sul sentire, sui tentativi di offrire un po' di luce in quel pozzo grondante dubbi che è l'animo umano. Il bello però è che stavolta parla una tela, è lei a narrare i passaggi e le traversie dal suo bianco nascente al travaglio di un'opera che pian piano si affaccia sulla sua superficie. Ed ecco l'esserci, il percepire, sapere che un volto sta formandosi sul mare di quella tela intonsa e non poterlo vedere, interrogarsi su chi sia il soggetto che occuperà quel letto fermato da listelli, la storia dietro il suo parto, i silenzi e i misteri di un destino d'artista e di un committente che tace e rivela, ma quasi non sarà creduto. Il tormento del pittore, il suono tintinnante e buio dei suoi demoni esigenti, la regola del dipingere dal vivo, mentre stavolta l'impegno non potrà che affrontarsi su una foto, o un video, quindi diminutivo rispetto alla verità dell'incarnato. Un ritrattista cosa vede? Cosa restituisce? Romanzo bellissimo, originale e profondo quanto basta ad aprire voragini di domande a cui solo la vita e i suoi errori perenni possono accostarsi sul serio; la vita che conosce il peccato, che decifra sempre tardi eccessi e sbagli, che esita, che non parla se non per prove, che cela il semplice e l'innocente sotto tovaglie zeppe di incancellabili detriti.

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    Melissa

    13/10/2013 14.29.46

    Iperborea ci ha portato dal grande nord un altro piccolo gioiello. Una tela di lino è la voce narrante di questo piccolo romanzo dell'Olandese Willem Jan Otten. "Due metri per uno e venti. Telaio in legno...(...)" "Che cosa può capitare di tragico, santo cielo, a uno che non è altro che un supporto?" Una tela di lino che fantastica su chi o cosa potrà mai diventare e definisce "creatore" il famoso ritrattista Felix Vincent che lo acquisterà con l'idea di farlo diventare una Pietà. Il destino pero' ha in serbo qualcosa di diverso, lo stimato ritrattista accetterà un insolito incarico: rendere vivo un bambino morto. "Se lo dipingerai, salverai una vita",il vero significato di queste enigmatiche parole,ci verrà svelato solo alla fine. Come i migliori romanzi, anche questo libro contiene diversi livelli di lettura e ci costringe a porci delle domande. Una cosa esiste soltanto se qualcuno la può vedere? Qual'è la vera sede della nostra anima? Se il nostro corpo è un supporto, come la tela di lino bianco, cominciamo ad esistere solo quando imprimiamo su di noi le prime pennellate? Quando non esisterà più il supporto, dove finirà la nostra anima? L'essenza di una persona che non esiste più può trasferirsi su un oggetto? Un oggetto, quindi, può avere un'anima? Se non avete timore di porvi queste ed altre domande, non posso che consigliarvi questo libro. Buona lettura!

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    Giovanni B.

    17/11/2009 21.58.32

    Splendido. La voce narrante è la tela di un quadro.. che può vedere e sentire ciò che accade intorno a lei, prima nel rotolo di tessuto da vendere, poi acquistata e appoggiata nello studio del pittore, ancora bianca e intonsa, e infine pian piano dipinta.. testimone silenziosa di tanti avvenimenti nella casa del pittore. Una lettura che mi ha dato quelle sensazioni ed emozioni che la rendono bellissima. Il premio ricevuto dall'autore per questo libro, nel 2005, è meritatissimo! Ecco alcuni passaggi, tenendo presente che chi parla è sempre la TELA del quadro...: (all'atto dell'acquisto della tela) "Sono un lino E' possibile che al suo primo volo un aquilone si senta più maestoso, o che un timpano al suo debutto nella Quinta di Beethoven si senta più grandioso, o che una vela maestra issata per la prima volta provi una sensazione più estatica mentre si tende al vento e sotto di lei la barca si inclina, ma noi, i non-dipinti, entriamo muti e candidi in un mondo che ci promette ancora di più che a un aquilone, a un tamburo o a una vela. Chi è più curioso di noi? Più ricettivo, più pronto a tutto?" (all'inizio delle prime pennellate) "Che cosa significhi in concreto essere un supporto, lo capii solo durante l'imprimatura. Il succo è questo: su di te appare qualcosa che sei il solo a non vedere. Ricevi sguardi sempre più minuziosi e capisci sempre meno di te stesso. Certo è un'esperienza indescrivibile essere spennellati per la prima volta, all'inizio con il pennello largo e piatto con cui si stende l'imprimatura..." (alla fine, quando viene pitturato e finito il soggetto sulla tela) "E più tardi, quando aveva lavorato nella stessa zona a due punti non lontani tra lor con un pennello indicibilmente sottile che mi faceva il solletico, avevo capito che si trattava dei miei occhi. Ma che cosa sapevo in realtà? Erano chiusi, semichiusi, spalancati? Non ne avevo idea"

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