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recensioni di Bongiovanni, B. L'Indice del 2000, n. 04

Do you remember ernenko? C'era lui, al Cremlino, nel 1984. Andropov, che aveva avuto un'effimera e immediatamente rientrata fama di riformatore, era morto il 9 febbraio. ernenko lo aveva rimpiazzato il 13 febbraio al vertice del Pcus. Semisconosciuto ai più, gonfio e visibilmente male in arnese, tanto da muoversi a fatica e da comparire in pubblico pochissime volte, simbolo fin troppo paradigmatico della logora gerontocrazia al potere, ernenko era certo impensabile come "Big Brother", ma sembrava romanzescamente credibile come terminale senza volto di una megamacchina impersonale e ormai in grado di autoriprodursi autonomamente. Fu un anno di riglaciazione, il 1984. Vi era stato, il 1ø settembre del 1983, l'abbattimento, da parte dei sovietici, del Boeing delle linee aeree sudcoreane, preceduto di qualche mese (23 marzo) dall'annuncio, da parte di Reagan, dell'iniziativa di difesa strategica denominata "guerre stellari", e seguìto, qualche settimana dopo (25 ottobre), dallo sbarco americano a Grenada. In certi momenti, del resto, pur apparendo sempre tonico e trofico, il vispo e "grande comunicatore" Reagan dava l'impressione di essere non meno finto di ernenko. Il clima internazionale del 1984 vero e proprio fu comunque pesante: mistero su quel che accadeva al Cremlino, SS 20 sovietici, euromissili, uscita dei comunisti francesi dal governo di Mitterrand, boicottaggio sovietico dei giochi olimpici di Los Angeles.
Si parlò moltissimo di George Orwell, in quei mesi, e del suo romanzo Nineteen Eighty-Four (1984, tradotto da noi in numeri, e non in lettere). Fu infatti la prima volta in cui l'universo dei media commemorò uno scrittore a partire da una sorta di verifica temporale dei temi di una celeberrima opera di anticipazione. Invano qualcuno ricordò che il romanzo, pubblicato a Londra nel 1949, era stato scritto nel 1948, e che i due numeri finali del titolo, una volta capovolti, fornivano la chiave per comprendere il contesto contemporaneo del titolo stesso. Il romanzo, indiscutibilmente, descriveva, sia pure come metafora di aspetti del presente, un regime totalitario del futuro (Oceania). Tale regime, pur essendosi dotato di un Ministero della Pace, era in guerra con altri due megablocchi di potenze nemiche, l'Eurasia e l'Estasia. Il che, tra l'altro, riproduceva l'immagine del futuro geopolitico fornita nel 1941 da James Burnham in La Rivoluzione manageriale (Bollati Boringhieri, 1992; cfr. "L'Indice", 1992, n. 8). E se il Ministero della Pace serviva a fare la guerra, il Ministero della Verità serviva a diffondere la propaganda (e la menzogna), il Ministero dell'Amore a diffondere l'odio e a mantenere un ordine poliziesco, il Ministero dell'Abbondanza a razionare i viveri in una situazione di permanente penuria. Contro tale regime disumano si sviluppava, a costo di subire la tortura fisi-
ca e l'annientamento psichico, la tragica ri-
bellione di un uomo che era ancora umano (Winston Smith) e in grado di battersi, peraltro senza successo, in nome del libero pensiero, dell'irriducibile dimensione individuale della persona e dell'amore proibito ed emotivamente autentico per una donna (Julia).
Sembrò ovvio, nel 1984 di ernenko, che nel 1984 di Orwell fosse adombrata la condizione della guerra fredda - si pensi al 1948 del "colpo di Praga", del blocco di Berlino e della Jugoslavia messa al bando dal Cominform - e il suo terrificante sbocco pantotalitario mondiale. Uno sbocco solo possibile, come aveva avuto modo di affermare, poco prima di morire, lo stesso Orwell. Uno sbocco fortunatamente non avvenuto, ma neppure del tutto scongiurato, come si tendeva ancora a pensare, da parte di alcuni, nel 1984, anno in cui il romanzo risultava già tradotto in ben 62 lingue. Le cose non erano, e non sono, così semplici. Sin dal 1950, del resto, 1984 era stato presentato dai maccartisti americani, e dagli stessi comunisti italiani, con in prima fila Roderigo di Castiglia (pseudonimo di Togliatti), come un veicolo, benvenuto, o detestabile, di antisovietismo. In Italia, nella traduzione di Gabriele Baldini e con un'avvertenza preliminare di Benedetto Croce, il quale individuava tracce di "bispensiero" tra "coloro che presso di noi si convertono al bolscevismo", venne pubblicato a puntate su "Il Mondo" (7 gennaio - 20 maggio 1950).
Orwell, vissuto solo 47 anni (1903-1950), è stato a ogni buon conto uno scrittore prolifico. Le sue opere complete in lingua inglese sono contenute in ben 20 volumi. Il "Meridiano" egregiamente curato da Guido Bulla ci consente ora di leggere, tutte di fila, e in ordine cronologico, le opere narrative di Orwell. E con esse una corposa raccolta di saggi e articoli, tutti di grandissimo interesse, alcuni veramente strepitosi, molti inediti in lingua italiana. L'itinerario intellettuale di Orwell, ritenuto un tempo enigmatico, risulta ora chiaro. Seguiamone le tappe.
Arruolatosi nel 1922 nella polizia imperiale indiana, e inviato in Birmania, il giovane Orwell fu ben presto disgustato dall'imperialismo inglese. Tornato in patria, visse da dropout, e talvolta proprio da barbone, prima a Londra e poi a Parigi. Colpito dalle iniquità del capitalismo, voleva descrivere la vita degli umiliati e dei sottomessi. Sino al 1930, tuttavia, non fu socialista. E anche dopo, in linea con la tradizione della sinistra britannica, si tenne rigorosamente alla larga dall'oscurantismo marxista-leninista. Scrittore, però, lo divenne veramente. E cominciò, non senza iniziali difficoltà, a pubblicare. Sospinto poi dall'urgenza antifascista, si risolse a passare all'azione. Arrivato in Spagna con l'intenzione di entrare nelle Brigate Internazionali, si trovò, per caso, a militare nel Poum, partito rivoluzionario di orientamento antistalinista. Ferito alla gola da un cecchino fascista, arrivò a Barcellona, per curarsi, nelle tragiche giornate del maggio 1937. Quando cioè venne scatenato il pogrom stalinista contro anarchici, trotzkisti e sinistra dissidente in genere. Si salvò, ma non pochi suoi compagni furono catturati, torturati, assassinati. Tornato in Inghilterra, pubblicò nel 1938 il primo capolavoro della sua trilogia politica, Omaggio alla Catalogna. L'antistalinismo era divenuto parte integrante del suo antifascismo e del suo essere risolutamente socialista. Quel che soprattutto lo stupiva, e lo indignava, era l'incredulità di quanti, nella stessa sinistra democratica e libertaria, non volevano credere a chi denunciava i crimini dello stalinismo.
Quando scoppiò la guerra, fu sin dall'inizio un acceso sostenitore della causa bellica antinazista. Hitler allora era alleato di Stalin. Sconfiggere l'uno significava probabilmente indebolire l'altro. Ma sino alla seconda metà del 1943, con l'Urss alleata dal 1941 degli angloamericani, Orwell non ritenne di tornare sull'antistalinismo. Dopo Stalingrado, e dopo la Conferenza di Teheran, le sorti della guerra gli sembrarono ormai decise. Fu allora che scrisse La fattoria degli animali, una trasparente trascrizione letteraria e socialista della parabola della rivoluzione russa e del suo tragico esito controrivoluzionario. La stesura lo tenne impegnato tra il novembre 1943 e il febbraio 1944. Nonostante fosse uno scrittore ormai affermato, non gli riuscì di trovare, né in Inghilterra né negli Stati Uniti, un editore. Tutti ritenevano che non fosse il caso di pubblicare un testo che denunciava non il popolo sovietico, la cui condotta in guerra era stata eroica, ma quanti, "più eguali degli altri", avevano sfigurato e soffocato il socialismo. Il testo verrà così pubblicato, in un clima mutatissimo, solo il 17 agosto 1945, il giorno della resa del Giappone. Orwell, che non aveva dimenticato i dibattiti sul totalitarismo di pochi anni prima, e ritenendo che lo sviluppo del socialismo e la stessa rigenerazione della Russia dipendessero dalla demistificazione delle mitologie lenino-staliniste, l'aveva scritto nell'ottica del 1938 (Catalogna) e del 1939-41 (patto nazi-sovietico). La fattoria degli animali, che ebbe subito un immenso successo, fu invece letto, subendo una distorsione temporale, nell'ottica "postuma" dell'incipiente guerra fredda e delle sue esigenze. La stessa cosa accadde a 1984, libro che Orwell, rimasto un socialista libertario e fieramente indipendente, scrisse in drammatiche condizioni di salute e senza poterne vedere la grande fortuna. Apprezzato poi da tutti i dissidenti dell'Est europeo, 1984 non fu tuttavia soltanto un grido d'allarme antitotalitario. Fu anche la terza delle grandi distopie letterarie (o cacotopie, o utopie negative) del Novecento, dopo il bellissimo Noi del russo Evgenij Zamjatin (scritto nel 1920-21 e pubblicato in inglese nel 1924) e Il Mondo nuovo di Aldous Huxley (1932). Un interrogativo, prepotente, s'impone. Perché il Novecento letterario ha conosciuto quasi solo distopie e non, come i quattro secoli precedenti, utopie-eutopie, vale a dire utopie positive?