Il romanzo. Vol. 1: La cultura del romanzo.

Curatore: F. Moretti
Editore: Einaudi
Collana: Grandi opere
Anno edizione: 2001
Pagine: XVIII-919 p.
  • EAN: 9788806152901
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C'è del romanzesco nella teoria del romanzo. C'è del romanzesco nelle indagini che, trascorrendo di romanzo in romanzo, rintracciano figure, temi, stili, descrivono tipi, maschere, caratteri, posture e sentimenti dei personaggi, istituiscono correlazioni tra la scrittura e l'epoca, tra le forme della rappresentazione e la coscienza dell'individuo, tra la finzione e la verità. Un vero e proprio "romanzo della teoria" si è affiancato, nel tempo, alla vita della narrazione, mostrando il diagramma del respiro che anima quella vita, indicando le venature e le pulsazioni, l'anatomia e l'evoluzione e le contaminazioni del genere-romanzo. Un "romanzo della teoria" polifonico, naturalmente, e dunque ricco di accordi e disarmonie: diversi sono, infatti, i modi di lettura, i metodi di ricerca, gli stili espositivi di coloro che si accostano criticamente all'universo del romanzo.

Così, dire che il primo volume dell'impresa einaudiana dedicata appunto al Romanzo e curata da Franco Moretti si legge "come un romanzo" è, certo, pronunciare una boutade prossima allo stupidario di Bouvard e Pécuchet, per restare nel tema, ma è anche affermare l'andamento avventuroso, erratico, intrigante, persino munito di suspense, di colpi inattesi e di epilogo, che una storia del romanzo come questa di per sé comporta. La qual cosa accade perché l'oggetto dell'indagine, che è labirintico e sconfinato - i romanzi di epoche prossime e lontane, di lingue prossime e lontane - finisce con il contagiare il critico più neutro e distaccato: se non altro la necessità di citare passaggi narrativi, brani dialogici, scorci di vite immaginarie, porta sulla scena della teoria il dolore e il sorriso di innumerevoli personaggi, il tragico o il grottesco o il favoloso o il picaresco o l'irrimediabile delle molteplici situazioni. Questa "altra vita" mal si rassegna a disporsi nei recinti ordinati e riflessivi delle letture critiche, del discorso interpretativo. E tuttavia proprio alla percezione diretta di quella vita, cioè alla lettura e rilettura dei romanzi, un'impresa come questa dovrebbe condurre. Con un di più, forse, di acquisita consapevolezza, e con un ventaglio di domande più variopinto.

Già leggendo i saggi di questo primo volume (La cultura del romanzo), cui seguiranno altri quattro volumi (Le forme; Storia e geografia; Temi, luoghi, eroi; Lezioni), vengono incontro alcune insistenze, o forti e necessarie presenze, che definiscono il campo privilegiato sul quale finora l'analisi della narrazione - delle sue forme, dei suoi generi, dei suoi stili - ha affinato modi dello sguardo e tecniche di indagine, esercizi di esegesi e formule interpretative. Accanto al Don Chisciotte di Cervantes - la sua analisi basta a costruire una teoria del romanzo - e a Madame Bovary di Flaubert, si allineano, per restare nella modernità, le opere di De Foe, Rousseau, Goethe, Austen, Dostoevskij, Dickens, Proust, Svevo, Joyce, Kafka, Thomas Mann, Lawrence, e tanti altri. Se questi autori, con le loro storie e i loro stili, costituiscono la materia e, via via, gli exempla per gli esercizi critici e il discorso saggistico, le sezioni dedicate alle Letture (Il paesaggio interiore, Bestseller perduti, Esperimenti con la forma) avvicinano le singole esperienze narrative, i corpi fisici, per dir così, dei singoli romanzi. È la parte più concreta e più narrata del volume: perché, dicendo di un singolo testo, liberato dal gioco esemplificativo della teoria, si propone al lettore un viaggio in compagnia di straordinarie esperienze romanzesche, osservate nel loro dispiegarsi e lungo il tempo delle letture e interpretazioni sopravvenute. È questo un repertorio di letture che, se protratto nei successivi volumi, può costituire non solo una piccola biblioteca critica, ma può mostrare anche l'esteso arco delle modalità di lettura, che poi corrisponde all'arco degli stili e delle passioni di coloro che scrivono.

Seguendo, nella sezione Bestseller perduti, il racconto di Monica Centanni intorno alle vicende del Romanzo di Alessandro, o di Gian Carlo Roscioni su L'Esploratore turco, il lettore ha occasione di ritrovare nuclei di affabulazione e di invenzioni che cammineranno nel tempo riapparendo, trasformati, in successivi romanzi. Perché la materia del romanzo - come la materia dell'epica, come i "caratteri" della commedia - viaggia nel tempo tra mutamenti e riprese e disseminazioni e ricomposizioni. La sezione delle Letture dedicata al Paesaggio interiore è un teatro sul cui palco sfilano personaggi di noti romanzi, osservati in una sorta di microfisica del loro apparire e del loro sentire e agire, tra contraddizioni e stupori. Interpretazioni non convenzionali, esplorazioni attente dei sentimenti (malinconia, ambizione, sentimentalismo, bontà, dovere, desiderio, colpa, gelosia) che ci riconsegnano sotto nuova luce storie e personaggi che magari dormivano nel chiuso repertorio delle nostre passate letture. Come accade alle belle pagine di Alessandro Portelli su La capanna dello zio Tom o di Rossana Rossanda su L'Idiota di Dostoevskij o di Francesco Fiorentino su Il rosso e il nero o di Mariolina Bertini su La strada di Swann. O come accade, in altra sezione di letture, all'analisi dell'umorismo pirandelliano condotta da Enrico Testa a proposito di Uno, nessuno, centomila.

Di tutte queste letture bisognerebbe ora dire, perché ciascuna ha un suo particolare modo di rapportarsi al testo ed è come un controcanto del testo, un dialogo col testo. Come bisognerebbe dire dei saggi maggiori che scandiscono le tre parti del volume. Ma, unendo i limiti spaziali del genere recensione con l'arbitrarietà e curiosità e predilezione del recensore, accade che io possa riferire, e brevemente, solo di quei saggi che più mi hanno, come si dice, interpellato, ovvero coinvolto. Tralasciando, di necessità, le interessanti indagini di carattere antropologico (Jack Goody), le ricerche sul rapporto storicamente conflittuale tra la finzione e le istituzioni (Adriano Prosperi) o quelle sul divenire e standandizzarsi della lingua (il caso della narrativa italiana recente, studiato da Vittorio Coletti e il caso più complesso della narrativa giapponese, studiato da Maria Teresa Orsi), o lo studio di Stefano Calabrese sull'identificazione con famosi personaggi romanzeschi e sulle conseguenti patologie, o il bel saggio di Alberto Abruzzese sul rapporto tra romanzo e cinema, per non dire di altri studi che contribuiscono a definire lo spazio e le funzioni del romanzo nella modernità. Gli scritti che, se dovessi dalla recensione passare alla discussione e al confronto, mi piacerebbe prendere in esame sono quelli di Walter Siti, Francesco Orlando, Sergio Givone, Franco Moretti, Claudio Magris. Ma anche di questi posso solo indicare, in bruciante abbreviazione, qualche passaggio.

"Che il romanzo sia un veleno diventa un luogo comune, solo riscattato dalla formidabile intuizione flaubertiana per cui il veleno reale che Emma beve ha un sapore d'inchiostro ": è un passaggio dello scritto di Walter Siti che ricostruisce la storia delle interdizioni e della censura che via via si è abbattuta sui romanzi, allo scopo di neutralizzare la loro influenza. Una storia che, come si deduce dalla singolare antologia di documenti che segue il saggio di Siti, s'intreccia con la conoscenza, la critica e la diffusione stessa delle opere.

Lo studio di Francesco Orlando, col respiro di chi a lungo ha indagato le segrete impalcature e le strategie nascoste ed esplicite del testo letterario, muove verso la definizione degli statuti che regolano la rappresentazione romanzesca del soprannaturale. Sottraendosi all'uso della diffusiva e spesso blanda categoria del fantastico, Orlando indaga sulle forme e le specie che assume il soprannaturale quando irrompe nella tessitura narrativa, sia che operi come deformazione del quotidiano o come insorgenza della visione o come accadimento della metamorfosi, sia che si presenti con le connotazioni proprie di quel che chiamiamo mistero. Lo studio, alimentato da un comparatismo ricco di umori e insieme rigoroso, trascorre tra testi di epoche diverse e tra forme e stili diversi.

Un cammino, con brevi intense soste, nella prismatica storia dell'interiorità è il saggio di Sergio Givone (Dire le emozioni. La costruzione dell'interiorità nel romanzo moderno). Un contributo, insomma, a quella storia dell'interiorità la cui assenza Roland Barthes a suo tempo lamentava. Scorrono, così, per rapidi sondaggi, figure fondamentali di questo cammino: dalla malinconia di don Chisciotte che fa del mondo esteriore il suo sé più intimo all'indagine impietosa e ironica di Zeno su di sé, passando per Robinson Crusoe, Wilhem Meister, Stephen Dedalus e altri personaggi della conoscenza romanzesca, i quali hanno posto con forza e avventurosamente la domanda sul rapporto dell'io, delle sue insondabili profondità, con la "vita vera".

Franco Moretti, che dell'intera opera è il curatore, dedica il suo saggio al "secolo serio", cioè a quell'Ottocento del grande romanzo borghese che da Austen a Flaubert affermò l'uso del discorso indiretto libero. Se in Orgoglio e pregiudizio di Austen si fa strada una "voce neutrale" che unisce le emozioni del personaggio con il buon senso dell'autrice, il che corrisponde all'affermarsi sulla scena sociale di un "individuo socializzato", in Flaubert l'indiretto libero dissemina e dissimula la voce del narratore, sicché tutte le voci vi sono accolte, ma, alla fine, ogni sfumatura del discorso si amalgama nell'"unica voce, davvero impersonale e oggettiva, dell'idée re&çue ". Moretti, con uno sguardo critico in certo senso benjaminiano, che congiunge cioè sotto la stessa luce il divenire delle forme e il divenire dei rapporti sociali, ricostruisce il cammino che nella prosa romanzesca dell'Ottocento ha messo in soffitta il narratore onnisciente, cammino che coincide con la storia del grande realismo.

L'ultimo saggio, quello di Claudio Magris, è, dell'intero volume, il più persuasivo e, per così dire, il più intensivo, attento com'è a evocare i nessi tra la forma-romanzo e l'esistenza individuale, tra la finzione e l'illusione di una realtà altra, e questo nell'orizzonte della crisi epocale del soggetto. Al di fuori, per fortuna, di aridi schemi narratologici, Magris dà del romanzo, della sua avventura nella modernità, una lettura problematica, interrogativa. A partire dall'hegeliana "prosa del mondo" il romanzo moderno ha narrato la ferita che la storia ha inflitto all'esistenza individuale, e inoltre ha mostrato l'impossibilità della "vita vera", la mancanza, la privazione del senso ultimo. La finzione ha indicato, nelle sue stesse strutture formali, la dissoluzione del senso, l'esilio dal senso e allo stesso tempo la ricerca di un senso pieno. Ma ora - amara è la conclusione di Magris - sono cadute le tensioni utopiche e le tensioni conoscitive che il romanzo aveva vissuto nel cuore della modernità e della sua crisi. Ora il romanzo non è che la parodia di se stesso: " remake della tradizione", confezionato per essere smerciato nel supermarket universale.

Da qui, per quanto mi riguarda, potrebbe muovere una riflessione sulle forme che sopravvivono o si ricompongono o chiedono d'essere reinventate dopo questa dissoluzione del romanzo moderno, del romanzo così come lo avevamo conosciuto. E porrei subito, per mio conto, una domanda. Qual è il luogo o il compito della poesia in una reinvenzione del romanzo che sia all'altezza dell'epoca, del tragico della nostra epoca? Ma questa e altre possibili domande oltrepassano il compito qui assunto.