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La Russia post-sovietica. Un viaggio nell'èra Eltsin

Roj A. Medvedev

Traduttore: G. Mainardi
Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Anno edizione: 2002
Pagine: XI-421 p.
  • EAN: 9788806160784

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Venti anni fa circolava in Unione sovietica una battuta: il socialismo è la via più lunga dal capitalismo al capitalismo. Dieci anni fa, la battuta si era trasformata in disciplina largamente praticata: erano nati gli "studi sulla transizione", ispirati dalla convinzione che il postcomunismo potesse ripercorrere l'esperienza di Germania, Giappone, Italia, e anche di Cile e Spagna, tutti paesi che nel secondo dopoguerra avevano sperimentato una transizione relativamente pacifica e breve dalla dittatura alla democrazia, all'economia di mercato e alla rule of law. La realtà odierna ha invalidato i postulati sui quali si fondava la "transitologia". Dei ventisette paesi postcomunisti, pochi hanno sinora compiuto la triplice transizione; in alcuni casi gli obiettivi sembrano arretrare verso un orizzonte sempre più remoto.

Una visione fosca dei risultati del postcomunismo in Russia è proposta dal lavoro di Medvedev. Biografo dei maggiori dirigenti sovietici da Stalin in poi, Medvedev punta prevedibilmente l'indice sull'inadeguatezza del fattore umano: i dirigenti che si sono succeduti alla guida della nuova Russia sono stati nella quasi totalità inetti, incapaci, corrotti e, soprattutto, proni ai voleri dell'Occidente. Prodotti come sono di un assemblaggio di articoli scritti contemporaneamente agli avvenimenti descritti, privi di un qualsiasi confronto critico con commentatori e studiosi (in particolare non russi), i giudizi di Medvedev, più che dissenso, suscitano disinteresse per la loro ripetitività e superficialità. Manca infatti nel suo lavoro ogni riflessione sulle trasformazioni della società, dalla formazione di un largo strato di "nuovi poveri" e al consolidarsi di una altrettanto nuova "classe media". I sondaggi di opinione hanno più spazio dell'analisi dei risultati elettorali. Il ruolo della costituzione è ignorato. Delle guerre di Cecenia e dell'evoluzione della politica estera si parla solo di sfuggita. L'ottica cremlinologica con la quale sono osservate le vicende ha l'effetto paradossale di sminuire il ruolo dei principali protagonisti dell'"era El'cin".

Nella girandola di arrivisti senza scrupoli, di "privatizzatori" fanatici (Gajdar, Cubajs), di falsi oppositori (Zirinovskij e Zjuganov), a El'cin tocca il ruolo di personaggio negativo per eccellenza. Più che dissentire (lo stesso El'cin ha riconosciuto, nel suo messaggio di addio, di non essere stato all'altezza del compito), il lettore è indotto a chiedersi come mai i russi gli abbiano rinnovato la fiducia nelle elezioni e nei referendum tenuti dal 1990 in poi. Dall'autobiografia di El'cin emerge un personaggio meno rozzo di quanto giudichi Medvedev, che negli anni della presidenza un'idea-guida l'ha avuta: impedire la formazione dei naturali contrappesi agli enormi poteri accumulati. In questo, la sua azione ha avuto successo; all'osservatore esterno la Russia si presenta come un paese che ha fatto passi indiscutibili verso il pluralismo, ma attende ancora una élite politica non improvvisata, un parlamento funzionante, una società civile consolidata, partiti reali.

Se è così, l'eredità che El'cin lascia al suo successore è molto pesante, e insidiosa l'investitura di statista che Medevdev dà a Putin presentandolo come il migliore esponente di una generazione di politici "pragmatici disincantati", desiderosi di utilizzare tutti i sani valori e le tradizioni della vecchia Russia, dell'Unione sovietica e della nuova Russia. È il ritratto di un Gorbacëv meno retorico, più concreto e più nazionalista, ribadito in una biografia agiografica di Putin che Medvedev ha pubblicato nel 2001. Al lettore non resta altro che augurarsi che Putin non ascolti le lusinghe di consiglieri che vogliono riportare indietro l'orologio della storia, verso un "riformismo dall'alto" che già una volta ha suscitato iniziali consensi, per poi precipitare l'Urss nella sua crisi finale.