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LORIA, ARTURO, La scuola di ballo

LORIA, ARTURO, La lezione di anatomia
scheda di Vittori, M.V., L'Indice 1990, n. 1

Sembra che il tempo si sia vendicato dell'accanimento con cui Arturo Loria, nei suoi racconti, ha cercato di cancellarlo: e ha travolto - ingiustamente - questo scrittore degli anni trenta, disperdendone le tracce e la memoria. Una scelta di racconti tratti da "Il cieco e la Bellona", editi sotto il titolo "La lezione di anatomia", è passata, qualche anno fa, pressoché inosservata, nonostante la cupa bellezza delle storie e la vivida prefazione di Giuliano Gramigna. Ci riprova ora Sellerio, con "La scuola di ballo", che racchiude, introdotti da un'accurata prefazione di Rocco Carbone, i migliori racconti di un autore scomparso nel nulla, dopo essere stato uno dei più assidui e fecondi collaboratori della rivista "Solaria " e uno dei fondatori, insieme a Montale e Bonsanti, del "Mondo ".
Le storie raccontate da Loria aboliscono, si è detto, ogni coordinata temporale: immerse in un'incantata sospensione del tempo storico, potrebbero pericolosamente assumere i toni falsati delle "buone" stampe antiche, se l'autore non usasse violenza ai suoi personaggi. La condizione che impone loro è quella di un tormentoso spaesamento affettivo: non sono di casa in nessun ambiente, queste persone, e guardano con pena e rancorosa invidia la vita degli altri, radicata nel caldo delle intese e delle emozioni condivise. Sono storie - belle e terribili - di esclusi: di ragazze sfiorite senza uno sguardo, una complicità amorosa ("La parrucca") o maturate precocemente e buttate via ("Il registro") o, ancora, prigioniere di una vita avara e raggrinzita, quasi fossero "un frutto pieno e sugoso tra noci e mandorle secche" ("La scuola di ballo"); di ballerini violenti e disperati che vorrebbero per un attimo inserirsi - complice la danza - nel caldo legame che unisce le coppie di amanti ("La danza sul prato"), di inariditi guardiani che invidiano le stanze già calde di fiato e il tepore dei letti in cui le altre donne aspettano i loro mariti ("La serra"); di ragazzi già avvezzi alle malizie eppure dolenti prigionieri di una passione romanticamente incompiuta ("La tromba"). Ai margini estremi dell'amore, della giustizia, della vita, si trovano il cieco e la Bellona, poveri girovaghi di paese, grotteschi e commoventi al tempo stesso. Ma il loro autore sembra suscitare commozione per poi soffocarla, insieme a ogni altra forma di empatia. Sono sentimenti ferocemente imbrigliati, costretti a vivere dentro il paesaggio: un paesaggio straordinariamente animato, che è visto in maniera fibrillare. Ogni suo elemento, investito da quella vivida luce propria dello stile di Loria, uno snodarsi, impietoso, di particolari, uno specificarsi, violento, di aggettivi, è costretto a raccontare una storia; una triste storia di vene nodose, di screpolature, di fenditure, di crepe: gli indizi della morte nascosti sotto la rassicurante superficie degli uomini e delle cose.