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Un secolo di libri. Storia dell'editoria in Italia dall'Unità al post-moderno

Giovanni Ragone

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1999
Pagine: 277 p.
  • EAN: 9788806150891
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Ragone, Giovanni, Un secolo di libri. Storia dell'editoria in Italia dall'Unità al post-moderno, Einaudi , 1999
Tortorelli, Gianfranco (a cura di), Gli archivi degli editori: studi e prospettive di ricerca, Pàtron, 1998
Ragone, Giovanni, Un secolo di libri. Storia dell'editoria in Italia dall'Unità al post-moderno, Einaudi , 1999
Tortorelli, Gianfranco (a cura di), Gli archivi degli editori: studi e prospettive di ricerca, Pàtron, 1998
recensioni di Vittoria, A. L'Indice del 1999, n. 07

La storia dell'editoria sta cominciando ad avere nel nostro paese una fortuna crescente, che si traduce in volumi, ricerche, iniziative e convegni, riordino e studi di archivi editoriali. Il libro di Ragone, che di questo rinnovato interesse è testimone, riproduce testi già noti agli studiosi, apparsi nel 1983 e nel 1989 in due volumi della einaudiana Letteratura italiana diretta da Alberto Asor Rosa; a questi si aggiungono un saggio - rielaborato come capitolo - sull'editoria meridionale e su una delle case editrici più interessanti del Novecento, la Carabba di Lanciano, e un'utilissima bibliografia, curata insieme con Silvia Morganti.

Ragone parte dall'idea che "si possa tracciare una storia sociale dei modelli/generi editoriali, dei passaggi 'di sistema' da uno scenario all'altro, includendo necessariamente nel quadro l'intero ciclo del libro - autore/pubblico e viceversa - dunque la dimensione storica della scrittura e della lettura". La ricerca si dipana dunque attraverso l'individuazione, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, dei generi di consumo e dei modelli culturali, dei cambiamenti degli interessi del pubblico in termini quantitativi e qualitativi e, naturalmente, delle ristrutturazioni editoriali.

Fu in particolare fra gli anni ottanta e la fine dell'Ottocento che iniziò a determinarsi un allargamento consistente - documentato qui da un ricco apparato statistico - dei fruitori del libro, con un aumento di titoli e tirature (tanto di libri, quanto di periodici), che avrebbe riguardato soprattutto l'editoria rivolta a un pubblico popolare e fatto emergere, come "vero editore nazionale", Emilio Treves. Con l'inizio del nuovo secolo e lo sviluppo del sistema informativo - che si manifestò in un notevole aumento di testate periodiche e un rilevante incremento di copie vendute per alcuni grandi quotidiani - il libro, nonostante il crescente aumento di titoli e di lettori, vide invece ridurre le proprie potenzialità rispetto a questi ultimi. Furono anni in cui si verificò un passaggio dal "primo omogeneo sistema di mercato" a un "assetto diverso" e si determinò un esaurimento delle forme tipiche del precedente modello di produzione letteraria, benché crescesse la "componente letteraria nella comunicazione". Eppure, l'editoria cosiddetta colta continuava ad avere spazio con la nascita, nei primissimi anni del Novecento, di editori come Laterza, Vallecchi, La Voce, sui quali, comunque, Ragone non si sofferma se non per accenni, preferendo tener d'occhio il quadro nel suo insieme e le "dinamiche" nel modello culturale, vale a dire la "trasformazione di classe" nel pubblico, "i nuovi canali e codici della comunicazione", l'emarginazione delle campagne e del Sud: da un punto di vista quantitativo rimase una caratteristica costante nella storia editoriale del paese la disparità tra Italia settentrionale e centrale e quella meridionale, tra città e campagna, per quanto riguardava sia la vendita dei prodotti, sia, d'altro canto, come diversi studi hanno messo in luce, i luoghi di accessibilità a essi, vale a dire i punti di vendita, gli istituti culturali, le biblioteche. Gli editori stessi si concentrarono sempre di più al Nord, togliendo tra gli anni venti e trenta il monopolio che era appartenuto a Firenze, mentre al Sud, ad eccezione di Napoli e di Palermo, il numero di case editrici si mantenne sempre notevolmente esiguo.

Il processo di industrializzazione dell'editoria nostrana cominciò ad avviarsi proprio negli anni bui del regime fascista, quando, scrive Ragone, venne a determinarsi un "temporaneo corto-circuito culturale". Saranno case editrici come Mondadori e Rizzoli a espandersi e ad avviarsi su una strada di sempre maggiore egemonia sul mercato, grazie tra l'altro al contemporaneo uso tanto del prodotto librario quanto di quello periodico, e, nel caso di Mondadori, di quello scolastico. A fianco di questo processo di ristrutturazione, si verificavano in quegli anni altri fenomeni di egemonia e di espansione: da una parte con una figura come Giovanni Gentile, che, oltre a intervenire all'interno di diverse case editrici, divenne proprietario della Sansoni, dall'altra con il nascere e il crescere di un settore importante come quello dell'editoria cattolica.

Tutto questo avvenne in un contesto di fascistizzazione delle strutture culturali, degli organi di stampa e delle associazioni degli editori, di censura e di controllo preventivo della produzione libraria da parte del regime, con la creazione di appositi strumenti e organismi ministeriali, fino alla famigerata Commissione per la bonifica libraria creata nel 1938, che eliminò dal mercato buona parte degli autori ebrei italiani e stranieri. Un contesto che vide, comunque, anche l'emanazione di leggi importanti per la tutela dei prodotti dell'ingegno, quali furono quelle sul diritto d'autore del '25 e del '41.

Giustamente Ragone traccia una precisa tipologia delle case editrici durante il ventennio, mettendo in luce quanto il grado di adesione alla cultura fascista fosse "fortemente disomogeneo". Vi furono case orientate sul nuovo modello industriale, i cui interessi portavano di necessità a compromessi con il regime, o meglio a un sostegno esplicito per poter accedere a finanziamenti e sovvenzioni: ma un caso era quello di Mondadori (per il quale al tempo stesso occorre tener conto non solo della presenza di autori e collaboratori antifascisti, ma anche della sua opera di introduzione in Italia della giovane letteratura americana, che certo non corrispondeva agli obiettivi politico-culturali del fascismo) e un altro, ad esempio, quello della neonata Bompiani o di altre editrici orientate "verso i linguaggi più autonomi del consumo, dell'immaginario di massa". Ci furono poi, oltre alle case editrici "militanti", quelle apertamente schierate con il regime: Vallecchi, Cappelli, e, particolarmente per quanto riguardava lo scolastico, Bemporad. Ma, anche qui, come non tener presente che Vallecchi fu anche l'editore dei giovani scrittori italiani e dei poeti ermetici? E che Bemporad fu poi travolto dalle leggi razziali? Ci furono ancora le case editrici apertamente non fasciste, come la Laterza di Bari o Bocca di Torino, che, dopo gli anni gloriosi del positivismo, di cui fu il principale editore, vide nel corso del ventennio un rapido e inesorabile declino, o ancora Angelo Fortunato Formiggini, che concluse tragicamente la propria esistenza nel vano tentativo di protesta contro le leggi antiebraiche.

Si trattava insomma di un quadro assai articolato e complesso, di cui Ragone traccia le più diverse sfaccettature, seguendo i titoli pubblicati e la predominanza dei generi che via via si manifestava. Un quadro destinato, com'è naturale, a mutare notevolmente con la guerra, e già prima, nel '38, con le leggi razziali e il controllo centralizzato della produzione editoriale. All'indomani della Liberazione e dei primi anni di ricostruzione si determinerà una situazione del tutto nuova, anche per la sempre più prepotente affermazione, già iniziata nel corso degli anni trenta, dei nuovi mezzi di comunicazione di massa. Il processo di industrializzazione dell'editoria si avviava decisamente su una strada di consolidamento, si rafforzava e si rinnovava il sistema distributivo e di vendita, nascevano nuovi generi di libri ancor più accessibili, come i tascabili, venduti anche in edicola. Si determinava insomma una nuova "geografia dell'industria culturale": eppure, ancora alla fine degli anni cinquanta, il rapporto tra libro e pubblico non era affatto generalizzato, dal momento che solo il 7% della popolazione italiana leggeva libri. Nonostante la rivoluzione apportata dal "pocket" e, nel corso degli anni sessanta, il diffondersi della saggistica, gli editori italiani dovranno sempre continuare a fare i conti con questa anomalia, resa peraltro ancor più difficile dalla concorrenza dei mass media.

Di natura assolutamente diversa il volume curato da Tortorelli, che costituisce soprattutto uno strumento per gli studiosi della materia: attraverso contributi di vari autori si offre un quadro di alcuni archivi editoriali del paese, della loro consistenza, accessibilità e ubicazione (in particolare con un censimento degli archivi presenti in Emilia-Romagna). Un problema non da poco, questo, anche perché molti archivi di importanti editori sono andati perduti o - con i bombardamenti della guerra - distrutti. Anche qui però, da qualche anno, si sta avviando una politica di recupero, di riordino e di apertura al pubblico: un passo indispensabile per consentire agli studiosi di compiere lo scavo nel complesso intrico di rapporti culturali, politici ed economici che è alla base di ogni impresa editoriale, grande o piccola, di lunga o breve vita. Questo volume rende, seppure in parte, conto dello stato attuale di questo complesso lavoro.