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ORESTA, COSIMO, Nel progetto di un freddo perenne, Einaudi, 1989

D'ELIA, GIANNI, Segreta (1986-1987), Einaudi, 1989
recensione di Esposito, E., L'Indice 1989, n. 9

Gli ultimi due volumetti della bianca collana Einaudi di poesia sono di Cosimo Ortesta e di Gianni D'Elia, due giovani (o quasi) molto impegnati in campo letterario, e di cui è noto, al di là del versante creativo, il pregevole lavoro nel campo della traduzione, della saggistica, della promozione culturale. Entrambi gli autori hanno all'attivo un paio di raccolte poetiche che hanno ricevuto non pochi consensi, e non a caso è Giovanni Giudici a firmare la quarta di copertina per Ortesta, e Mario Luzi a prefate D'Elia; tuttavia è piuttosto una riserva che, sul loro lavoro creativo in generale e su queste ultime prove in particolare, si vuole qui esprimere.
La serietà è il demone di Ortesta, e il suo limite. Parlo della sua poesia, naturalmente, che timorosa di confondersi con la banalità delle cose quotidiane e del linguaggio che le circoscrive, preferisce attingere al regno delle essenze, e attenersi a un riserbo che diventa cifra. Si avvicina così a quella tendenza della poesia contemporanea che alcuni chiamano neo-orfica, e il cui discorso sospeso, astratto, appare caratterizzato da una costruzione linguistica grammaticalmente accettabile ma semanticamente straniata, la cui apparenza logica non è corroborata da un ordine referenziale riconoscibile (e quindi partecipabile).
Ovviamente in questa scelta assume grande importanza la dimensione simbolica (Rimbaud e Mallarmé ne sono i padrini), ma quello che la contraddistingue è la privatezza dei suoi simboli, la trama assolutamente individuale di eventi cui essi si collegano. L'incomunicabilità, in essa, non dipende dalle difficoltà che un'ardua esperienza spirituale, psicologica, intellettuale incontra nel farsi parola, ma dalla scelta precisa di tacere la ragione delle proprie emozioni, e di limitarsi a fornire la trama, per così dire, degli avvenimenti 'esterni'.
Si arriva per questa via, che è quella seguita da Ortesta e che fa diventare il 'travestimento' del linguaggio poetico travestimento 'tout court', a una descrizione di luoghi o di fatti che rasenta l'impersonabilità di un referto clinico, l'oggettività di una relazione scientifica (si veda ad esempio la serie "Il margine dei fossili"); e anche quando una persona è oggetto dell'osservazione, i suoi gesti e magari i suoi sussulti vengono detti senza che sia possibile riportarli a delle motivazioni.
È la situazione, se vogliamo cercare nella nostra esperienza qualcosa che ce ne offra sensazioni analoghe, di un certo sognare 'freddo', in cui ci troviamo spettatori di fatti che non ci riguardano; e forse è di fatto, per l'autore, nient'altro che registrazione di un lucido delirio, in cui anche il proprio io è ridotto a comportamento, e in quanto tale freddamente descritto.
I sogni sono interpretabili, naturalmente, ma le loro immagini - così ci è stato insegnato - sono costruite al preciso scopo di eludere la sorveglianza dell'io cosciente; e forse anche la poesia che ne mutua il linguaggio tenta un analogo 'escamotage'. Ma poiché nel libro di Ortesta non mancano movenze più cordiali, sarà da queste ultime che trarrò una citazione, cercando di sollecitare appunto, almeno per concludere, più cordiali considerazioni:
"Trasfòrmati in parole: / senza più compagnia di fiati e di viole / facendo posto alla tua vita / la mia più niente ha a che fare / con gli anni / se correndo intorno a un solo nome / è sempre di te e di me che si tratta / e sempre le stesse le armi / potenti di lutto e afflizione / che pure nei sogni a rovina / inseguono la mia levigatezza. / Ti vedo sui tuoi passi tornare ancora / più sottili le braccia già esitanti le gambe / nel tempo lentissimo della paura."
Nella scrittura di D'Elia, invece, prevale un abbandono che può apparire a tratti un po' languoroso, 'crepuscolare', e che conferisce una morbidezza forse eccessiva alle sue immagini, quasi fossero ogni volta composte "in un panorama suggestivo / da contemplare". Le immagini sono quelle, anzitutto, del prediletto paesaggio adriatico, e in senso più ampio quelle di una vita giovanile di non ristretti orizzonti, in cui accanto ai motivi tradizionali dell'amore e dell'amicizia non manca l'attenzione a una più complessa realtà esistenziale.
Si impongono, tuttavia, alcune osservazioni formali. D'Elia scrive in quartine, per lo più a cadenza endecasillabica, tendenzialmente rimate anche se la rima viene spesso sostituita dall'assonanza; e chiude di tanto in tanto con un verso isolato le tre quartine che formano ogni volta i suoi componimenti: uno schema che data la decisione con cui viene esperito, e la costanza con cui viene attuato si può ben dire, al di là delle licenze, rigido.
Noto la cosa perché, in un secolo che ha fatto della libertà norma, non può non colpire un atteggiamento diverso; e subito lo si immagina retto da precise motivazioni, da un pensiero abituato a una scansione rapida e precisa, o da un impulso ritmico fattosi regola. Eppure ciò che si osserva immediatamente è che ogni componimento, e spesso addirittura ogni strofa, si chiude con dei puntini di sospensione, e dichiara già visivamente che in quello schema qualcosa non è riuscito a entrare.
La lettura conferma questa impressione. A parte i numerosi casi in cui n‚ il verso n‚ la strofa dimostrano una interiore ragione ritmico-sintattica, il discorso viene di fatto consapevolmente svolto sotto il segno della reticenza, quasi si volesse ricavare un effetto d'atmosfera dallo sfumato che ne consegue. Tuttavia, è piuttosto il senso dell'indistinto e dell'inespresso che alla lunga se ne trae, quasi che sia l'anima vera della poesia a non essere sufficientemente forte o sufficientemente indagata da imporsi alla scelta formale e da giustificarla: così che quest'ultima prevale, e con essa il rischio del decorativismo.
Sia anche qui una citazione, per chiudere, a proporre più ottimistiche considerazioni: perché anche l'esercizio formale è importante, e D'Elia ha già mostrato di avere capacità di farlo fruttare. Per esempio in riferimento alla passione politica, che mi pare delle sue la più sincera:
"E tu le ricordi le cene, le sere, lunghe / del jazz, il sole ultimo, caldo nella stanza, / traverso le serrande del crepuscolo, ai muri / battuti dall'arancio, ed al profumo degli intingoli... // Fummo mai di nessuno, nel più nostro / folle amore di noi stessi, e nell'altro / consunto, appassionato spasmo d'ideale / e il cartoncino di stagnola, di paradiso artificiale, // e le bevute, tirando di Joyce e di Brecht... / E questo mondo ottuso, che si voleva cambiare, / ora che soli e accompagnati, in ore querule / per caso ci s'incontra, vagando, prima d'un temporale...".