Il segreto di Pietramala

Andrea Moro

Editore: La nave di Teseo
Collana: Oceani
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 18 gennaio 2018
Pagine: 380 p., Brossura
  • EAN: 9788893444095
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Descrizione

Finalista al Premio Fondazione Megamark 2018

Un romanzo avvincente che cambia e commuove il lettore, portandolo a conoscere mondi nuovi, lingue dimenticate e amori indimenticabili.

“Non potevo immaginare che da quella notte tutta la mia vita sarebbe cambiata, che quella che sembrava una trappola si sarebbe rivelata invece una catapulta per l’anima."

Elia Rameau, un giovane linguista di Parigi che gira il mondo per catalogare lingue esotiche, viene inviato a compiere una delicata missione: deve studiare e descrivere la lingua di Pietramala, un borgo isolato sulle montagne della Corsica. Dopo un viaggio in cui sembra che tutto cospiri per impedire il suo arrivo a Pietramala, Elia scopre che il borgo nasconde tre misteri: è stato abbandonato all’improvviso secoli prima, ogni traccia di lingua scritta è stata cancellata e nel cimitero non ci sono tombe di bambini. Cosa tiene insieme queste assenze? Inizia così un viaggio avventuroso che porta Elia in un palazzo di Manhattan per scoprire il segreto della lingua di Pietramala, una lingua che minaccia di tornare a uccidere. Un viaggio che attraversa agguati, fughe, inganni, l’amore per una ragazza bellissima, l’amicizia con due attori di teatro, l’odio per chi violenta la natura umana, la crisi profonda di chi non riesce a risolvere un enigma e una visione del mondo piena di fantasia e di sapori.

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Recensioni dei clienti

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    Luigi

    19/04/2018 09:40:07

    Un romanzo affascinante,anzi fantastico che lo stesso Autore definisce “favola”e che tiene avvinto il lettore in attesa che il protagonista sveli il segreto. Il romanzo e’ costruito per la dimostrazione del principio che “il linguaggio umano e’ancorato alla struttura biologica del nostro cervello” e non puo’ essere artificiosamente inventato.Tutto e’ scritto benissimo e con linguaggio forbito: ma le infinite citazioni dotte,se da una parte svelano lo spessore culturale dello scrittore,rallentano lo svolgimento della trama e mettono a dura prova il piacere della lettura. La ricchezza delle citazioni che inondano il lettore ,sembra svelare il desiderio dell’Autore di raccontare “quanto piu’ e’ possibile “ nel suo primo romanzo.

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    Massimo

    08/04/2018 07:10:22

    La lettura è faticosa all'inizio come se il compito di decifrare il mistero di Pietramala sia anche per ill lettore una decifrazione dell'esperienza e della sapienza che il protagonista (Elia sembra proprio il suo autore o il suo alter ego) accumula e cerca di ordinare. La fatica di procedere è ricompensata non solo dalla conclusione della vicenda e dai risultati che Elia raggiunge - ritrovando prima se stesso che gli obiettivi della sua ricerca - ma anche dal fatto che si ricompone in un quadro armonico e ordinato la materia del romanzo prima confusa e disordinata. Molto dell'autore è in questo romanzo, molto dei suo scritti scientifici in questa prova letteraria e questa abbondanza di materia a volte deborda, ostacola, rallenta lo sforzo di decifrazione, ma il risultato finale è di soddisfazione e valore come il risultato che ottiene lo stesso Elia anche a rischio della propria vita. Il lettore non rischia così tanto, ma con un po' di ostinazione il premio finale è dolce e piacevole. Il lavoro di Moro sarebbe eccellente se non si fossero accumulati troppi elementi che formano l'identità di Elia, senza i quali forse non avremmo intuito fino in fondo la complessità della figura di Elia (Andrea)

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    Alessandro Gori

    03/04/2018 10:09:11

    Bisogna aver letto altri libri di Moro. E' interessante cogliere le allusioni a molteplici opere e autori ( Catullo, Agostino, Pascoli, S. Giovanni ecc. ). Formidabile la costruzione circolare tra l'inizio e la conclusione. L' idea base è evidenziare problemi di analisi delle lingue e di come funziona il nostro cervello. Da questo punto di vista è un testo affascinante; non bisogna leggerlo come un giallo.

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    Stefano

    29/01/2018 11:52:45

    Andrea Moro, neurolinguista dal curriculum importante, si cimenta con questo libro nel suo primo romanzo. E si vede, mi verrebbe da dire, dal momento che dell'opera prima "Il segreto di Pietramala" ha, a mio avviso, alcuni caratteristici pregi e difetti. Lo spunto narrativo è felice: il protagonista, un ricercatore, giovane e promettente linguista, Elia Rameau, viene inviato in un borgo montagnoso della Corsica per indagare sulla misteriosa scomparsa di un'altrettanto misteriosa lingua di cui occorre ritrovare le tracce perdute. Dico subito che è proprio questa, a mio parere, la parte più riuscita del romanzo: l'avventura del ricercatore nella sperduta - e deserta - landa di Pietramala è raccontata con brio e la giusta dose di suspense. Il seguito della narrazione, tuttavia, non mantiene le promesse: il ritmo rallenta, vittima di un iperdescrittivismo e di un eccessivo indugiare sui tormenti interiori del protagonista che, alla lunga, finiscono per stancare il lettore. Pesanti anche le digressioni relative agli amici teatranti e gli afflati religiosi che affiorano qua e là tra le pieghe della narrazione. Ben tratteggiato il personaggio dell'antagonista, il celebre professor Shannon, col quale Elia instaura un difficile quanto necessario rapporto che, tra dubbi e paure, va avanti fino al concitato finale (su cui qui ovviamente sorvolo) in cui lo scrittore recupera ritmo e tecniche del thrilling. La scrittura è piena, rotonda, quasi sempre ben calibrata, anche se talvolta pare indulgere a qualche autocompiacimento di troppo. Bello, poi, il giochino delle citazioni nascoste che impegnano il lettore in una suggestiva "ginnastica" tra classici antichi e moderni. Peccato, infine, per qualche refuso di troppo che ovviamente non incide sulla valutazione del libro. In conclusione, direi che si tratta di un'opera impegnata e impegnativa, seria e appassionata, cui tuttavia manca qualcosa per potersi dire pienamente riuscita.

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Moro, il giro del mondo e la lingua perfetta

Elia Rameau è un giovane linguista, protagonista di una storia a metà tra un thriller e una riflessione filosofica tutta dedicata al potere della lingua. A scriverla è, per il suo primo esperimento in narrativa, il famoso neurolinguista Andrea Moro che con Il segreto di Pietramala (380 pagine, 18 euro), edito da La Nave di Teseo, dà vita attraverso un intreccio di misteri e linguistica a una trama affatto banale, sospesa a metà tra il surreale e l’accademico. Il focus del segreto, e del mistero che vi aleggia intorno, e che porterà lo strano protagonista a viaggiare intorno al mondo inseguendo i suoi studi e se stesso è proprio la lingua, potentissimo e affascinante meccanismo tutto umano. Moro è del resto assoluto esperto del tema: suoi, tra i tanti, i testi Le lingue impossibili e Breve storia del verbo essere. Non a caso, citazioni dai due studi si inseguono tra le pagine, nelle parole e nei ragionamenti dello stesso Elia.

Ed Elia, a ben vedere, è uno strano personaggio, non solo perché poco o nulla ricorda di un’infanzia passata senza genitori, spariti quando era piccolo senza spiegazione. Il ragazzo ha infatti una particolarità fisica che lo contraddistingue: 11 dita delle mani, una rarità, ma anche un mezzo attraverso il quale vedere il mondo in un’altra prospettiva, forse più ricca, forse, invece, di nicchia, riservata ai pochi che sappiano compiere certi sforzi di pensiero e ragionamento. Sono analisi in cui Elia si lascia coinvolgere, complice una mente particolarmente sensibile che lo porta a soffrire anche di escatofobia, la paura della fine, la paura che le cose – come la vita stessa – possano finire. Ecco perché tra le particolarità che ne fanno un individuo bizzarro c’è anche quella di sedersi alle tavole dei ristoranti e ordinare pasti al contrario, a partire dal caffè per arrivare, dopo dolce e secondo, al primo.

Da un mente così apparentemente contorta non stupisce di veder nascere la passione per la linguistica, scienza che studia i linguaggi umani nelle loro grammatiche e nelle relazioni formali che si articolano tra i loro segni. Un esperto di lingue e dei loro meccanismi, ma a causa del funzionamento miope del mondo accademico, inviato in un borgo sperduto per raccogliere la testimonianza di una lingua come tante altre, mai ascoltata e ricavata semplicemente da una mappa geografica.

La storia scritta da Moro inizia a Genova, o meglio su un traghetto per la Corsica, perché è infatti a Pietramala, piccolo borgo dell’entroterra di Calenzana, che Elia viene inviato per registrare la particolare lingua che si parla in quel posto. In una sfortunata e un po’ folle missione sotto il temporale, Elia farà la scoperta che cambierà le sorti del suo futuro e accenderà la storia: Pietramala è completamente disabitata. Borgo costruito in epoca ottocentesca come esperimento linguistico, il paese, isolato e scolpito nella roccia, non presenta traccia umana, fatto che si lega a una stranissima assenza di ogni testimonianza scritta della lingua. Sconvolto dalla scoperta, Elia fa ritorno in paese dove conosce una ragazza, di cui si innamora. Sarà proprio da lei che ascolterà la strana lingua perduta di Pietramala, attivando così, scoperta dopo scoperta, un inseguimento fatto di misteri e alimentato dall’utopia della lingua perfetta, che naturalmente si scoprirà essere una lingua artificiale, e dunque impossibile.

È un’ipotesi suggestiva, che da sempre anima la fantasia e la curiosità degli studiosi (e che, come ha ricordato Gianfranco Marrone, fu anche tra gli interessi di Umberto Eco) e che per questo è inseguita da un visionario e folle ricercatore sulle cui tracce Elia si imbatte in Corsica, e seguendo le quali attraverserà l’oceano fino a New York. Nella Grande Mela che si mette in contatto con il professore, entrando nella sua fastosa dimora, scoprendo la sua sterminata biblioteca e conoscendo una serie di personaggi che, in sintonia con l’atmosfera misteriosa del libro e con l’altrettanto oscura trama che va dipanandosi di capitolo in capitolo, restano tutti un po’ in ombra, sospesi in una strana aria che ne esalta la finzione, pur costruendone un solido profilo narrativo. Il lettore intuisce il doppio gioco del professore, tiene vivo il sospetto, ma è anche chiamato a indagare l’ambiguità del maggiordomo o ancora di più di Ireneo, il lift-boy del palazzo-appartamento del professore, bellissimo eppure cieco, e appassionato di lingue.

Non è l’unica bizzarria delle tante che accompagnano Elia e che a New York trovano fertile terreno. Avendo bisogno di cercare un tetto, il protagonista finisce infatti per accettare la convivenza in un teatro che funziona da casa per una coppia di coinquilini particolarissima, Ariel e Calibano, virginea e quasi eterea lei, nero e possente lui, personaggi della Tempesta Shakespeariana nel nome, e strani, stranissimi personaggi sul palco del teatro-romanzo in cui si trovano invischiati una volta conosciuto Elia, del quale diventano amici. Di cosa è finzione e cosa sogno, cosa delirio della vorticosa mente del protagonista e cosa vezzo scenico dei due coinquilini, non è dato sapere di più: è una New York che resta come sospesa, e che tra un traghetto, un teatro, un quartiere centrale e un grande palazzo pieno di segreti finisce per rintanarsi in una strana cisterna in cima a un grattacielo.

Dove c’è un segreto, c’è anche, spesso, una biblioteca misteriosa e labirintica. Ed ecco che attraverso un cliché del romanzo thriller si entra ancora una volta nel linguaggio, nelle sue pieghe scritte. Piccoli e quasi invisibili scherzi con il lettore che implicano proprio il linguaggio accompagnano verso la lenta scoperta del mistero di Pietramala: una lingua artificiale, un esperimento fallito guidato da un folle complotto di linguisti convinti di aver trovato la soluzione perfetta per arricchirsi comandando l’uomo e il mondo. Al centro dell’esperimento di Pietramala, le cui tracce sono state cancellate e mai svelate prima dell’arrivo di Elia, c’è infatti l’affascinante domanda che riguarda la possibilità di inventare una lingua artificiale, che come tale possa essere appresa dalle persone e che proprio per questo, realizzandosi come meccanismo linguistico impeccabile e perfetto, conduca al distopico ideale di potere e comando sull’uomo.

Imporre una lingua “finta” e regolata porterebbe inevitabilmente anche a controllare l’uomo stesso, annientando ogni imperfezione, buco, irregolarità dei linguaggi naturali che ci rendono umani. Al centro della ricerca dei complottisti, la teoria del professore, quella che vedrebbe alla base della lingua perfetta l’equilibrio tra meccanismi di anomalia e analogia delle lingue.
Servirà la tenacia di Elia, la sua voglia di risolvere il mistero di Pietramala, mista a un’intelligenza viva e brillante, per arrivare in fondo all’enigma e scoprire cosa sia davvero accaduto in quel borgo isolato tra le montagne corse, arrivando così anche a decifrare quella lingua incomprensibile che sembra costruita ad hoc tra rebus e incastri numerici. La combinatoria è infatti alla base dei ragionamenti linguistici nei quali il protagonista si imbatte, e per chi saprà cogliere riferimenti e strizzate d’occhio accademiche, sarà forse intuitivo arrivare a sciogliere la misteriosa chiave insieme al protagonista.

Ma come ogni narrazione, anche in questa strana e oscura storia di linguaggi e meccanismi linguistici, scritta da Moro, non poteva mancare un percorso di crescita e formazione che accompagna il protagonista, impantanato in una vita di cui non vede – proprio come fosse una lingua misteriosa – una chiave risolutiva né una destinazione. A sciogliere il grumo saranno necessari i pilastri emotivi di ogni storia: l’amore e l’amicizia. Il confronto con gli altri, nella loro diversità e nelle loro stranezze. Nel vagabondare di Elia resteranno fermi solo alcuni punti: la ragazza che ama, e gli amici che impara a riconoscere, e che staranno al suo fianco anche nei momenti impensati. Segno che senza gli affetti, anche la vita del migliore ricercatore al mondo non avrebbe una direzione, e senza una rete narrativa, anche questa storia di lingue e riflessioni linguistico-filosofiche, questo romanzo di Moro, resterebbe solamente un saggio accademico.

Recensione di Alessandra Chiappori