Il seminario. Libro VII. L'etica della psicoanalisi (1959-1960)

Jacques Lacan

Traduttore: G. Contri
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1994
Pagine: VIII-409 p.
  • EAN: 9788806136284
Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:

€ 27,20

€ 32,00

Risparmi € 4,80 (15%)

Venduto e spedito da IBS

27 punti Premium

Attualmente non disponibile Inserisci la tua email
ti avviseremo quando sarà disponibile


recensione di Zerbino, E., L'Indice 1995, n. 6

Esce in Italia (otto anni dopo l'edizione francese di Seuil della trascrizione di Jacques-Alain Miller) il settimo libro del "Séminaire" di Jacques Lacah. Nota Giacomo B. Contri, nella sua avvertenza introduttiva, che si tratta di un seminario "problematico, sorta di questionario permanente, e inconcluso". Nel tentativo di suggerire quale sia l'interrogazione riproposta dal "questionario" lacaniano, le intuizioni del curatore francese e di quello italiano sembrano non coincidere. Il primo, Miller, non ha fatto alcun collegamento fra questo e altri momenti dell'insegnamento di Lacan. Come primo editore, secondo la consuetudine, non ha commentato; ha semplicemente posto un brano, tratto dal cap. XV, come guida in retro-copertina. Secondo la citazione così evidenziata, Lacan avrebbe ripreso la questione dell'etica là dove Freud "indietreggiò" nel porla: davanti al prossimo. L'amore del prossimo, soluzione respinta da Freud, è la questione che Lacan non vuole evitare. Egli sente di doversi inoltrare "nel tentativo di scoprire le leggi dello spazio del prossimo come tale", quand'anche dovesse essere il Marchese de Sade il precursore dei rischi di chi, "adescato dall'immagine del simile", si avventura, come lui, nello spazio di questo "prossimo in quanto è il più vicino".
Il cap. XV, così riletto, fa da cerniera tra due momenti successivi del questionario di Lacan. E infatti tutto si svolge, nel seminario, intorno al problema del prossimo e più precisamente: fra il 'Nbenmensch' (il vicino originario del bambino), la cui decisiva funzione morale e strutturante fu affermata da Freud nel "Progetto", e il 'Nachste' (il prossimo della legge evangelica) col quale Freud inevitabilmente s'imbatte in "Il disagio nella civiltà". Almeno due volte Freud si sarebbe incontrato con la questione del godimento relativa al prossimo: la prima nel "Progetto di una psicologia" dove è affermato che il proprio simile è in origine l'estraneo, soccorritore oppure ostile; la seconda volta, nel "Disagio", in cui egli si sarebbe distolto, con orrore motivato, dall'affrontare il problema dell'amore del prossimo.
Questo potrebbe essere, per il lettore dell'edizione francese, il nodo problematico ripreso da Lacan: l'etica concerne non l'ideale ma il reale, 'das Ding', la Cosa originaria del godimento, che una tensione ripetitiva di desiderio ci spinge a ritrovare, trasgredendo il principio di piacere, prevaricando nello "spazio del prossimo". Questo è il Lacan del commentario freudiano, il primo Lacan, a uno stadio della sua ricerca che ci appare tuttavia già maturo.
Ma Contri, nell'edizione tradotta, preferisce spiegare Lacan con l'evoluzione stessa del suo insegnamento, con ciò che Lacan ha scritto dopo. Ci sono infatti buone ragioni per considerare abbozzata, nel seminario sull'etica, la questione dell'oggetto (a) che, già avviata nel "Séminaire VI" e sviluppata nel "Livre VIII Le transfert", troverà una prima formulazione compiuta solo più tardi, fra il 1962 ("Séminaire L'angoisse") e il 1966-67 ("La logique du fantasma"). Non c'è divergenza rilevante fra questa seconda presentazione di Contri e la prima di Miller. Ma neppure coincidenza.
Ciò che l'interpretazione potrebbe evidenziare e accentuare, mi sembra, è il radicarsi del "Séminaire VII" in uno scritto incompiuto di Freud anteriore a ogni dottrina ufficiale freudiana: il "Progetto" del 1895 infatti non è un testo reso "opaco" dai "riferimenti alla psicologia e alla neurologia" di fine Ottocento: è forse piuttosto un primo e provvisorio grafo (in forma di percorsi neuronali) della funzione fisica che regola "l'ottenimento del piacere, del bene come felicità, della graduazione gerarchica dei beni, fino al bene ultimo a cui si rivolge l'azione in quanto morale". Come tale Lacan lo ha ricevuto, non solo come programma scientifico-naturalistico, ma come questione irrisolta di un'etica che si radica nel reale. È quel reale che nel linguaggio "prende per il soggetto funzione di Altro assoluto". Questa è l'indicazione precisa che danno i curatori italiani circa la svolta decisiva della ricerca di Lacan testimoniata in questo seminario. Credo sia esatto dire che da quel momento (1959-60) Lacan non farà che inseguire, nel reale e per via sintomatica, la questione costitutiva della sua etica psicoanalitica: Chi risponde del godimento (dell'Altro)?