Il serpente e la colomba. Scritti e soggetti cinematografici - Cesare Pavese - copertina

Il serpente e la colomba. Scritti e soggetti cinematografici

Cesare Pavese

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Curatore: M. Masoero
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2009
In commercio dal: 28 aprile 2009
Pagine: XL-239 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788806198008
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Tra il marzo e il giugno del 1950 Pavese scrive otto soggetti per il cinema. Il suo sogno era scrivere un film per le sorelle Dowling, conosciute a Roma alla fine del 1949 e subito diventate importanti nella sua vita, come amica Doris, come ultimo grande amore Constance. Questo furioso lavoro di scrittore per il cinema, cosi concentrato nel tempo, fa esplodere la sua antica passione per la decima musa, coltivata fin dagli anni giovanili in tutte le sale cinematografiche torinesi. Questa passione ha nutrito nel profondo l'immaginario di Pavese, che ha anche scritto diversi saggi critici sul cinema come arte contemporanea, sui suoi film preferiti, sull'America vista attraverso le grandi e piccole mitologie dello schermo. Mariarosa Masoero ha qui raccolto sia gli scritti teorico-critici sia i soggetti cinematografici, editi e inediti, dando il quadro completo del rapporto di Pavese con il cinema, un rapporto che ha influenzato profondamente la sua scrittura nei temi, nelle atmosfere, nella grammatica narrativa, nello stile. A corollario, viene presentato per la prima volta anche un saggio sul teatro di varietà, ugualmente frequentato dal giovane Pavese e per diverse ragioni legato al suo "vizio" cinematografico.
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Con la consueta cura filologica e la precisione documentaria che la distingue, Mariarosa Masoero ha raccolto in questo volume tutti gli scritti cinematografici di Cesare Pavese. Come scrive nella nota ai testi: "La presente edizione è stata condotta su manoscritti autografi, dattiloscritti con correzioni d'autore, abbozzi e frammenti custoditi nell'Archivio Pavese presso il Centro Interuniversitario per gli Studi di Letteratura italiana in Piemonte 'Guido Gozzano-Cesare Pavese', con sede nell'Università di Torino". Un'occasione, si può dire, per analizzare con attenzione non solo ciò che possiamo chiamare l'amore di Pavese per il cinema, a partire da un paio di recensioni giovanili su Rodolfo Valentino e su Buster Keaton e da tre saggi teorici, altrettanto precoci, piuttosto eloquenti; ma soprattutto da quello che Masoero chiama l'ultimo "mestiere" dello scrittore. Cioè il suo interesse per la stesura di soggetti cinematografici, di vere e proprie "scalette", e magari, se ne avesse avuto il tempo, di sceneggiature, che si manifestò appieno nel 1950, all'epoca del suo amore per Connie Dowling e dell'amicizia con la sorella Doris, attrici americane di secondo piano.
È un anno, il 1950, l'anno del suicidio, che lo vede "sfornare" in pochi mesi, fra marzo e giugno, ben otto soggetti, fra i quali Il serpente e la colomba (che dà giustamente il titolo al libro), inizialmente intitolato La vita bella. È un bel racconto, che avrebbe potuto diventare un film drammatico di forte impatto emotivo, con implicazioni sociali e risvolti morali, fra Matarazzo e Antonioni. E non paia inopportuno questo accostamento, di due registi italiani agli antipodi, uno popolare, l'altro intellettuale, perché proprio questo connubio di stile basso e stile alto pare sia stato uno degli elementi di fascino che il cinema esercitava su Pavese, o almeno sul giovane Pavese. Come si evince dai tre saggi Per la famosa rinascita (1927), Problemi critici del cinematografo (1929) e Di un nuovo tipo d'esteta (1930), in cui egli sosteneva, da un lato, l'artisticità del cinema propugnandone uno sviluppo esteticamente conseguente, ma dall'altro la sua popolarità: "Perché non si ripeterà mai abbastanza che il cinematografo è un'arte da folla e che la ragione della sua vitalità è appunto questa che esso ha creato un'arte nient'affatto d'eccezione (…) ma interamente popolare, che parla cioè a tutti i pubblici".
D'altronde è interessante quanto scriveva Massimo Mila nel 1958, presentando su "Cinema Nuovo" i due saggi del 1929 e del 1930: "Questa contraddizione la riscontravamo noi stessi, già allora, nei gusti e nelle predilezioni cinematografiche del nostro amico. Il cinematografo era per noi un enorme fatto di costume (…) E proprio qui si scorge la ragione del contraddittorio comportamento di Pavese di fronte al cinematografo, dovuto alla sua superiorità di artista veramente creativo su noi che gli stavamo intorno (…) In Pavese, che condivideva pienamente questa nostra infatuazione, anzi, ne era il promotore e il demiurgo, sopravviveva sempre la vigile intelligenza artistica". Che poi questo duplice interesse, dopo un ventennio di silenzio, si manifestasse appieno nei soggetti che scrisse nel 1950 è una questione che andrebbe meglio studiata; come sarebbe interessante fare un'attenta analisi comparata fra i suoi racconti e romanzi e i soggetti cinematografi, fra i personaggi e gli ambienti dei primi e quelli dei secondi, fra la "morale" degli uni e quella degli altri. Questo libro ce ne offre l'occasione: magari ripercorrendo alcune tappe della vita di Pavese in relazione al suo rapporto con il cinema, come ha fatto egregiamente Lorenzo Ventavoli nella bella introduzione.
Gianni Rondolino
  • Cesare Pavese Cover

    Studia a Torino dove si laurea con una tesi su Walter Withman. Sin dagli anni Venti legge i maggiori autori americani e inizia a tradurre le loro opere. Fra il 1935 e il 1936, per i suoi rapporti con i militanti del gruppo Giustizia e Libertà viene arrestato, processato e inviato al confino a Brancaleone Calabro. Tornato a Torino inizia a collaborare con la casa editrice Einaudi nel 1934 per la realizzazione della rivista «La Cultura», che dirige a partire dal terzo numero. Nel 1945-46 dirige la sede romana della medesima casa editrice. Ha svolto un ruolo fondamentale nel passaggio tra la cultura degli anni Trenta e la nuova cultura democratica del dopoguerra. Dopo la Liberazione, si iscriv al partito Comunista. Seguono anni di lavoro molto intenso, in cui pubblica le sue... Approfondisci
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