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Guido Paduano

Anno edizione: 2007
Pagine: 99 p. , Brossura
  • EAN: 9788835959878
"Uno scrittore – diceva T. S. Eliot – scrive con nelle ossa la sensazione che non soltanto la sua generazione, ma l'intera letteratura d'Europa da Omero in poi, e con essa l'intera letteratura del suo paese, abbiano un'esistenza simultanea e si dispongano in un ordine simultaneo. Questo senso della storia, che è senso a un tempo dell'atemporalità e della temporalità, e del temporale e dell'atemporale insieme, è ciò che rende tradizionale uno scrittore". Tradizionale, anzi tradizionalissimo è dunque Shakespeare, sia per come è riuscito a custodire "nelle ossa" i suoi predecessori, massime i classici come Ovidio, sia per come ha saputo lui entrare nelle ossa dei suoi successori, dai suoi giorni ai giorni nostri.
Non troviamo oggi migliore conferma di questo assunto che nei quattro studi che Guido Paduano ha dedicato a Re Lear, Amleto, Otello e Sogno di una notte di mezza estate: la genealogia shakespeariana vi viene esaltata non solo dai riferimenti alla mitologia antica, al teatro da Eschilo a Plauto; ma altresì dalla conoscenza molto profonda delle strategie di intreccio, degli espedienti scenici, delle interpretazioni più aggiornate dell'opera shakespeariana, nella saggistica come nella messinscena, lungo l'arco temporale della modernità. È un modo per liberare un testo da una referenzialità troppo precisa e ristretta, e per renderlo illuminante ben oltre la documentazione del suo tempo. Così troviamo nella stessa pagina fulminee aperture su Plauto, Pirandello e, poco dopo, il "brivido borgesiano" di accennare a un episodio del Sogno – "se la cronologia lo permettesse" – addirittura come parodia del Tristano di Wagner. Lo permette, assentiamo noi, e proprio per quella atemporalità e polisemia dei testi di cui parlava Eliot (e aggiungendo, da parte nostra – se lo permettesse l'immodestia – Le million del grande René Clair fra quei vaganti echi che ci rimandano ancora al divertissement shakespeariano).
È a questo, veramente, che Paduano ci ha preparato attraverso gli anni di studi su Freud e il mito, sul teatro classico, sul melodramma ottocentesco: fra i suoi principali interessi Shakespeare non poteva mancare, ed emerge oggi come un'inevitabile presenza. Freud viene ripreso ancora, necessariamente, nel saggio su Amleto, ma per discuterne tanto le premesse quanto i risultati, assumendo come figura fondamentale del rapporto emotivo del protagonista non più il padre (secondo l'Edipo), ma, in parte rifacendosi a Girard, la madre; e infine scavalcando la dimensione psicoanalitica e isolante del suo carattere per insistere su quella politica e relazionale – la qualità composita e quasi musiva del personaggio è una costante di questo approccio – che lo introduce in una crisi di identificazione con tutti i ruoli pubblici ai quali è preparato, alle relazioni umane cui è abituato, ai simboli dai quali è circondato, e quindi a una dispersione o "alienazione dell'io".
Ciò che ritorna a essere centrale, naturalmente, in Re Lear: la follia del protagonista viene trattata come un percorso dalle sofisticazioni della civiltà verso la verità che è propria della natura più elementare e disarmata, e che mette in rapporto l'opera con "quel bisogno antropologico di esorcizzazione e rassicurazione che nel mondo antico si esprimeva mettendo l'io tra parentesi, salvaguardandolo tutto intero dalla responsabilità e serbandolo alla reversibilità della mutazione, [mentre] nel mondo moderno si esprime piuttosto contenendo l'abisso della differenza, aggrappandosi ai frammenti superstiti del vecchio io per negarne la scomparsa". Gli antichi esempi di Aiace e di Eracle servono da confronto, insieme a quello modernissimo e coevo di Don Chisciotte; mentre Le vespe di Aristofane intervengono a stabilire la differenza nel trattamento di due modelli di intreccio vicini nella forma, ma separati nella sostanza dalla vicenda della modernità. Il confronto con la tradizione teatrale si ripresenta puntuale nel saggio su Otello, la cui storia tragica viene presentata come variazione di un intreccio comico della Commedia Nuova – il gioco del servo infido che inganna il padrone credulone – con il ben differente, e tremendo, esito di un amore che non porta alla fruizione ma a dare la morte.
Il saggio più complesso, e per chi scrive godibile, resta comunque quello sul Sogno, per l'inesauribile acume analitico e per l'eccezionale approfondimento della dialettica fra realtà e illusione, personificazione e umanità dell'attore, discorso e metadiscorso, che contribuisce in ogni caso ad accentuare la tensione fra affermazione ed espropriazione dell'io – sulla scena e, per contagio, nel pubblico: come nell'attività onirica che travalica la realtà, "lo spossessamento dell'identità è anche una condizione implicita nella mimesi artistica, dove gli attori abdicano effettivamente alla loro personalità (…) in modo da poter assumere quella del personaggio che recitano. Che questa abdicazione sia consapevole e volontaria, non basta a escludere il rischio di una crisi dell'identità (…) che può essere paragonata a quelle che Ernesto De Martino ha individuato e studiato nei rituali magici (non pochi dei quali, peraltro, assumono forme affini al teatro)". Varchi intertestuali e intuizioni metateatrali come queste sono sparse per tutto il volumetto, a riprova dell'inesauribilità di quei venerabili testi. Franco Marenco