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Traduttore: F. Brignole
Editore: Einaudi
Collana: I coralli
Anno edizione: 1997
Pagine: 219 p.
  • EAN: 9788806146634

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recensione di Chiarloni, A., L'Indice 1998, n. 3

Praga 1941, anno terzo dell'occupazione nazista. La comunità ebraica vive ormai nel terrore. Sempre più frequenti le notizie di famiglie avviate verso i Lager. Gli addii, i suicidi, la solitudine di chi resta in casa - le finestre oscurate, i nervi a pezzi - in attesa della "convocazione" per il campo di concentramento. È da questa prospettiva interna di catastrofe imminente che Fuks ausculta la barbarie di quegli anni. Quasi assente il carnefice. S'intravede appena il bagliore di un elmo, o il grigio cappotto di cuoio delle gestapo mentre una perentoria, anonima violenza sibila nell'aria con schegge taglienti di comandi in tedesco. Al centro del testo è il gruppo composito delle vittime predestinate: cittadini privati di ogni diritto, esistenze in trappola con la stella gialla puntata al petto.
Protagonista è Theodor Mundstock, procuratore di una ditta di cordami, ora licenziato e confinato nella sua stanza: un uomo mite e amabile, solo con la sua gallinella domestica che gli zampetta tra i piedi, un vecchio che - attanagliato dall'ansia - bisbiglia nella luce della "menorah" ricordi della Praga anteguerra, in scisso mormorio con la sua stessa ombra. Fuks mette in scena uno stato d'angoscia insopportabile, oscillante tra lo sdoppiamento schizofrenico e le pause allucinate consentite da certe "pastiglie svizzere d'anteguerra". Ma descrive anche una condizione umanissima di speranza, se pur fallace. È la "nota verde che germoglia" nella coscienza, e allora ci si attacca alle voci di scioperi, di ribellione ai tedeschi che pure filtrano dalla radio straniera. E ci s'illude che la guerra stia per finire, e persino si fantastica di un dissesto in Renania, già immaginando una primavera di pace.
L'invenzione menzognera come sopravvivenza psichica - che con "Jacopo il bugiardo", il noto romanzo dello scrittore ebreo di lingua tedesca Jurek Becker troverà un esito positivo - collide qui con l'atroce evidenza dei fatti. Maestro nella resa surreale di questo brancolare nelle tenebre della ragione, Fuks annulla le categorie dello spazio e del tempo affondando la coscienza del protagonista in "un'alluvione di pensieri discordi". Solo in brevi squarci l'angoscia cede al fluire ignaro della vita quotidiana - il battere delle ore, le sortite in città all'imbrunire, le visite tra vicini nelle ricorrenze ebraiche - illuminando caldi interni di famiglia, in cui tra riso, pianto e battibecchi l'esistenza pare quasi intatta. La casa degli Stern, ad esempio. Dove Mundstock è invitato a far le carte - e di buon cuore dispensa a ognuno un roseo destino - e la famiglia è lì radunata sotto la fioca luce del lampadario, con la vecchia nonna in cuffia di pizzo che ancora sa l'ebraico e siede sulla sedia dalla spalliera di velluto. Con gli odori, le ricette, il quadernetto dei francobolli di Simon, l'adolescente dai bruni occhi fiduciosi, su cui Mundstock ancora appunta trepido la parola "futuro".
Fuks, classe 1923, rievoca immagini intense di una borghesia ebraica praghese un tempo integrata che ora - cacciata ai margini - sopravvive nel ricordo solidale di un passato scomparso. Impiegati, rigattieri della Città Vecchia, tra la sinagoga e il municipio ebraico, commercianti assimilati dall'ethos della società borghese - "lavoro e disciplina, disciplina e lavoro" -, ebrei fedeli alle scansioni liturgiche ma aperti verso la cultura occidentale, come il protagonista che legge Hauptmann, ama Greta Garbo e frequenta il Teatro tedesco.
Il passato, ancora, detta una mite, reciproca socievolezza ma dentro, nel singolo, c'è l'inferno. Ben sorretta dalla traduzione di Francesco Brignole la prosa di Fuks procede con sequenze narrative cicliche precipitando Mundstock, in attesa della convocazione, in un progressivo esilio da se stesso. Si sente la lezione di Kafka - fino alla fine degli anni cinquanta inaccessibile in molti paesi d'oltrecortina - in questo dibattersi del singolo di fronte a un apparato che lo convoca per incriminarlo. Se nell'incontro col rabbino il lettore riconosce alcune situazioni kafkiane, la stessa onnipotente e anonima burocrazia nazista richiama la gerarchia del tribunale che amministra la legge nel "Processo", pubblicato in ceco nel 1957. Ma Fuks - che scrive dopo Auschwitz e ha sperimentato lo stalinismo - scava oltre, innestando in questo schema del verdetto inappellabile un tragico paradosso: posto davanti alla follia del sistema, l'imputato Mundstock vi si adatta e ne esplora il meccanismo fino ad anticiparne le mosse. Inizia così una sorta di rivalsa individuale alimentata dalla memoria della normalità, da una illuministica fiducia nel proprio ingegno, nella propria capacità di penetrare la "legge". Mundstock è infatti convinto di avere scoperto il "metodo" per mettere in scacco il sistema. Siamo a una svolta decisiva che indaga l'equivoco esistenziale in cui cade chi - come Mundstock - ritiene di poter governare il proprio destino forgiandosi nel gran fiume dell'esperienza.
Declassato a spazzino comunale, il signor Theodor Mundstock esegue con zelo inventivo lo sgombero immane del rivoltante pattume cittadino. Perché l'essenziale è essere pratici, razionali, concreti, scrupolosi. Così come lo era stato in trent'anni di lavoro. Solo con una logica stringente si domina oggi la fatica, e domani il campo di concentramento. Tanto più che "in fondo, a tutto c'è rimedio". E mentre "im Namen des deutschen Volks" la terra si chiude su amici e conoscenti, per Mundstock "si aprono nuovi orizzonti". Egli crede infatti di "rinascere" alla vita operando "una colossale ricognizione di tutte le situazioni possibili", in modo da elaborare "in ogni dettaglio" un metodo minuzioso per qualsiasi eventualità.
La parodia del credo umanistico-borghese si fa grottesca e disperata: se il bagaglio consentito ai deportati è troppo pesante, basterà cambiare mano contando i passi e fare ogni giorno esercizi di sollevamento, annota Mundstock sul suo taccuino. E se "quegli squilibrati in divisa" pestano gli ebrei nel mucchio, sarà sufficiente evitare di stare ai margini. Oppure tenersi dei denti finti in bocca da sputare in caso di botte: il "pazzo in uniforme" capirà che "ha centrato il bersaglio, e chi centra il bersaglio smette". Intanto il piano va collaudato, ed ecco allora che il mite Mundstock prima provoca, poi finge di subire un'aggressione, mettendo in mezzo un ignaro semplicione. S'intravede qui il tema che Fuks indagherà ne "Il bruciacadaveri" (1967), quello della reversibilità tra vittima e carnefice. Ma è un frammento isolato. In questo romanzo lo scavo psicoanalitico mette a nudo una sorta di autoannientamento preventivo. La rigorosa verifica del "metodo" prevede una spirale che precorre in vitro - ossia nella stanzuccia di casa - la situazione del Lager. Sicché Mundstock finisce per eliminare il divano e dormire sull'asse da stiro per essere pronto al "pancaccio" del campo di concentramento e dal panettiere si offre volontario per abituarsi al calore dei forni. Fino a darsi l'ultimo addio. Perché "è bene - spiega agli amici - calcolare ogni cosa come se dovessimo partire per arrivare là una settimana prima che tutto finisca. A quel punto basterebbe una settimana per ucciderci? È proprio quel che dico, calcolare ogni cosa, con ordine, per benino, metodicamente, sistematicamente, prendere in considerazione situazioni reali, una dopo l'altra, e prepararsi".
La convocazione è datata giugno 1942. Il Signor Theodor Mundstock si affretta di prima mattina verso il luogo previsto. Ha indosso il cappotto migliore, quello azzurro scuro, e in mente un progetto ben preciso. L'esito del romanzo mortifica con un doppio colpo di scure la sua puntigliosa ricerca di salvezza.
Qual è allora la "verità" del romanzo? Nella Praga del 1942 non c'era scampo - sembra dirci Fuks - allo scempio nazista. L'unica redenzione era forse possibile oltre quei confini. Questo paiono suggerire Steiner e Knapp - due figure di ebrei fuggiti in Slovacchia per unirsi agli insorti -, appena balenanti nella memoria di Mundstock. Per gli altri non resta che la via salvifica del "buon cuore" - come recita il passo della "Mishnah" che sigla il testo - e la "pietas" dell'autore. Vibranti di un lirismo surreale le ultime pagine accompagnano il protagonista al suo destino. Il percorso a piedi attraverso il parco, nel fresco verde dei prati estivi, lungo la Praga magica di abbaini e torrette gotiche, ha la lievità fiabesca di un dipinto di Chagall: "Mundstock si libra con il valigione, conta i passi dei propri piedi, la stella ce l'ha, mancano solo le ali e si librerà sulla via. Veramente è come se non camminasse sulla terra".