Categorie

Malcolm Sylvers

Editore: Liguori
Anno edizione: 1984
Pagine: 327 p.
  • EAN: 9788820713164

recensione di Testi, A., L'Indice 1985, n. 2

Che fine ha fatto la sinistra nell'America di Ronald Reagan? Si è forse di nuovo frantumata, dispersa - di nuovo incapace di sedimentare, di lasciare una traccia nella memoria storica collettiva? Dico "di nuovo" perché, racconta Malcolm Sylvers, questo fu il destino della "vecchia" sinistra, quella comunista e sindacale, che pure ebbe una parte significativa nelle trasformazioni politiche e sociali degli Stati Uniti negli anni Trenta e durante la seconda guerra mondiale. Non a caso i gruppi della New Left degli anni Sessanta presero esplicitamente le distanze da quella tradizione, negando qualsiasi continuità. Sembra, dice Sylvers, che negli Stati Uniti "non ci sia il cumulo dell'esperienza storica; sempre si ricomincia daccapo, anche perché così si vuole, credendo di essere più liberi agendo attraverso spinte discontinue".
Della sinistra americana dal primo al secondo dopoguerra Sylvers traccia dettagliatamente la storia; una storia dichiaratamente tutta politica, arricchita da una raccolta di documenti (discorsi, articoli di giornali e riviste, dichiarazioni ufficiali). Protagonisti sono soprattutto i comunisti, seguiti dalle scissioni del partito socialista del 1918-l919, attraverso i difficili anni Venti, i conflitti sociali della grande depressione, il lavoro all'interno dei sindacati, gli ambigui rapporti con il New Deal rooseveltiano, la partecipazione entusiasta alla "grande guerra anti-fascista". Fino alla loro brusca e definitiva espulsione dalla scena politica che fu il risultato, all'inizio degli anni Cinquanta, della combinazione dei loro "errori" e di una raffinata miscela di riforme e repressione (definita giustamente: insieme liberale e maccartista).
Il tema degli "errori" e del fallimento è inevitabilmente centrale ed esplicitamente discusso, con argomentazioni articolate ma inesorabili. Sylvers (che pure guarda con simpatia alla cultura politica del movimento comunista) disegna il quadro di un partito formato di militanti motivati e abili organizzatori, ma senza rapporti politici con le forze sociali e quindi subalterni; incapaci di capire "come funzionava la politica borghese"; portati a sostituire i "desideri all'analisi"; e quindi, al momento opportuno, facili vittime di una repressione che comunque non portò a una trasformazione permanente della società in senso autoritario (grazie alle "tradizioni democratiche realmente esistenti"), Un partito che era riformatore in un contesto in cui le riforme le faceva Roosevelt (e "il riformismo in America funziona"); e che era rivoluzionario, internazionalista, anti-religioso, anti-razzista, collettivista, in un contesto in cui gli strati popolari partecipavano di una cultura patriottica, religiosa, individualista (e razzista).