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Marco Scavino

Editore: Unicopli
Anno edizione: 2007
Pagine: 172 p. , Brossura
  • EAN: 9788840012254
Il libro in questione è insieme agile e denso. Agile sia per le dimensioni che per una scrittura rapida ed essenziale, denso per la fittissima rete di rimandi costruita intorno a cinque saggi fittamente intrecciati. In genere i volumi costruiti tramite l'assemblaggio di testi elaborati in tempi diversi risentono più o meno pesantemente di tale impianto. Nel caso del volume di Scavino, invece, i saggi sono davvero capitoli convergenti alla costruzione di un insieme compatto: quello delle culture del socialismo italiano tra fine Ottocento e inizi Novecento.
L'autore, nell'introduzione, pone un problema che non riguarda solo il senso di una ricerca sul socialismo dell'Italia liberale, una ricerca, quindi, su un periodo storico passato da più di un secolo, ma riguarda più in generale tutte le ricerche di storia del socialismo e del movimento operaio; e non solo queste: la questione della storia parentetica. A proposito dello schiacciamento della ricerca sul passato più recente, Scavino scrive infatti che deriva da e insieme provoca una "fortissima sottovalutazione, talora un'autentica rimozione, dei nessi che legano il 'secolo breve' a tutto quanto aveva preceduto la prima guerra mondiale, come se gli avvenimenti del periodo 1914-1918 fossero stati talmente terribili, misteriosi e imprevedibili (una sorta di crociana 'invasione degli Hyksos'?) da rendere tutto sommato secondario, o addirittura fuorviante, tentare di capirne le radici e le origini". La perdita dei nessi deriva appunto da un approccio parentetico alla storia. La storia del socialismo ne è particolarmente colpita. Infatti, tutte le recenti periodizzazioni, esplicite o implicite, sulla "fine della storia", cioè sulla fine delle possibilità di mutamenti sociali a carattere strutturale, comporta la messa in parentesi, appunto, di tutti quei movimenti e di quelle culture che sul mutamento strutturale hanno scommesso. Comporta cioè che gli itinerari non coincidenti con gli imperativi della razionalità economica, imperativi determinanti di un processo evolutivo unico e coerente, vengano considerati come dérapages, deragliamenti ormai definitivamente chiusi entro parentesi. Il giudizio storico non può quindi prescindere dal fatto che si tratta di errori e/o orrori, di dérapages dal corso della storia, che possono essere tolti dalle parentesi che li racchiudono solo nella loro funzione di esempi negativi.
Tale funzione è incompatibile con l'analisi storica per distinzione di contesti. Tale funzione è incompatibile con l'analisi storica tout court. Dal punto di vista parentetico, dal punto di vista degli esempi negativi, il Novecento "secolo degli orrori", "secolo delle occasioni mancate", è un laboratorio con possibilità inesauribili di esperimento. La "faglia" del 1989, in effetti, è una cesura assai profonda, e cesure di tale rilevanza ben si prestano a essere utilizzate come parentesi chiuse proprio perché, per certi aspetti, lo sono veramente. Il fatto, però, che nel processo storico il rapporto rottura-continuità sia estremamente complesso non sembra toccare chi si esercita nella visione parentetica delle storie finite, che necessariamente diventano storie degli errori, degli orrori, della verifica dei mutamenti impossibili.
Il libro di Scavino è utile appunto per ristabilire nessi e contesti, e anche per ragionare, in termini comparativi, su alcuni aspetti del "momento attuale". Sono molti i fili che dal volume possono essere dipanati in questa prospettiva; mi limiterò a indicarne due: la questione degli "alti salari" e l'invasività del chiacchiericcio sul "riformismo". Molto opportunamente il libro ricostruisce le connessioni tra la cultura economica liberal-democratica più avanzata e aspetti della cultura economica socialista. In quest'ambito il saggio su Nitti è esemplare. Possiamo domandarci, allora, se è più attuale (nel senso di maggiormente adeguata) una cultura che vede "nel movimento dei lavoratori un fattore dinamico [anche] ai fini dello sviluppo capitalistico", o una cultura che nel lavoro individua solo un costo da comprimere. Stiamo vivendo un momento in cui il "riformismo" tira sul mercato. Contemporaneamente, però, si assiste alla progressiva divaricazione tra i processi riformatori e il discorso sul riformismo. Quindi si invade il mercato con il chiacchiericcio sul riformismo che diventa solo una merce dagli usi più svariati, particolarmente atta ad ampliare così la fetta di mercato del venditore. Una riflessione come quella di Scavino sul socialismo riformista non è un prodotto da mercato politico, bensì da cultura politica. Un capitolo di storia necessario per la buona cultura politica. Una buona cultura politica è ancora possibile? Paolo Favilli