(recensione pubblicata per l'edizione del 1985)
recensione di Marras, G.C., L'Indice 1986, n. 2

La generazione di Lorca e di Dàmaso Alonso in modo definitivo e, allora, con goliardica irriverenza, ha sottratto la poesia di Gòngora al cieco silenzio dell'Accademia. È ben facile riconoscere da quel momento, il nuovo protagonismo del poeta di Cordova sulla scena letteraria del nostro secolo, in primo piano o sullo sfondo, ed oggi ancora al centro della messa a fuoco sia di attuali proposte metodologiche sia di traduzioni degne di nota. Ma perché ancora Gòngora? L'interrogativo rimbalza dall'introduzione di Lore Terracini alla prima traduzione completa delle "Solitudini" (a cura di Greppi, Guanda 1984), alla mirabile pagina di Carmelo Samon… su "Repubblica" dell'8 gennaio 1985, a questa introduzione di Franco Fortini, che presenta l'antologia di "Sonetti" tradotti da Cesare Greppi. In realtà, la mia domanda è perché non ancora Gòngora, considerato che i suoi testi offrono una concentrazione ed uno spessore linguistico e formale che val bene la pena di riconsiderare "al lume d'oggi", parafrasando Ungaretti. D'accordo, dunque, con la definizione di Maria Grazia Profeti (Indice, 2, 1985) che "Barocco è bello", dico ancora di sì alla poesia di G¢ngora, il quale si colloca nell'universo barocco con il folgorante bagaglio dei suoi immaginari possibili e impossibili.
Dopo le "Poesie" (Fògola 1971) e dopo le "Solitudini", Greppi ci propone una seconda antologia gongorina ed una traduzione "che ha riveduto profondamente il risultato di quel primo esperimento", del 1971. Giustamente, credo, Greppi ha dovuto confrontarsi con le "Solitudini", il poema che al suo apparire ha prodotto la battaglia intorno a Gòngora, per avere più chiara la dimensione poetica dei sonetti e quindi rivedere in profondità il primo esperimento. Sono infatti del parere che la lettura, ardua ma non impossibile, delle "Solitudini" porti ad una variata comprensione dei sonetti. Letti prima del poema e avulsi da questo, secondo l'oziosa distinzione accademica fatta propria da Pedro de Valencia a Men‚ndez y Pelayo, i sonetti si perdono quasi inevitabilmente nell'alveo di una generica tradizione petrarchista di maniera, pur distinti qua e là da 'pulsioni barocche'. L'ampiezza strutturale delle "Solitudini" una volta superato il vieto concetto di oscurità semantica, situa la difficoltà d'intendimento a livello di "sistemazione del senso" (Samon…). Entro tale linea di impegno intellettuale, la lettura dei sonetti presenta una ricchezza ed una complessità estetica e di percezione del mondo altrimenti affossata, o quanto meno appiattita sullo sfondo della convenzione o di codici più o meno operanti. In modo particolare, meglio si rivela la funzionalità poetica di certa sintassi articolata e di largo respiro, seppure compresa dentro lo schema dei quattordici endecasillabi, il vibrante incedere fonico-semantico e alcuni splendidi versi finali, l'ampia gamma di interrelazioni a più livelli ed il gioco combinatorio tra parole lontane nello spazio testuale, che danno appunto il "precipitato" di tanta lirica gongorina. Ma induce anche a muoversi nell'universo degli oggetti, attenti a cogliere il punto d'incontro tra il riflesso materiale e l'attività di pensiero in cui essi trovano sede, un po' meno la loro diretta referenzialità.In Gòngora, all'acuta e sensitiva osservazione degli oggetti della realtà circostante, al sentimento della natura, si compenetrano molteplici sollecitazioni tutte mentali che, superando qualsiasi idealizzazione, realizzano il concretum squisitamente linguistico, reale nello spazio del tessuto poetico. Non diversamente, nella "Venere allo specchio" di Rubens riprodotta in copertina, l'opulenta figura di donna in primo piano, oppure il suo volto che si rispecchia lievemente piegato, o lo specchio stesso, rispondono forse ad un preciso intento realistico? O non è piuttosto la produzione di senso del reale quello che conta e che sta appunto nel sapiente accoglimento dei singoli componenti all'interno del discorso pittorico, nell'abile equilibrio di connessioni dei volumi con i colori e di questi con la luce riflessa? Certamente la donna è lì, quasi tangibile nella sua corposa carnalità, ma quello che predomina alfine é il complesso dell'orchestrazione pittorica, più che l'oggetto di per sé.
Insomma, credo si tratti di riflettere sul modo di ripensare gli oggetti, il mondo, le idee da parte di un poeta della levatura di Gòngora, di ricomporre i due mondi - artistico e reale - fuori da pregiudizi e da annose dicotomie tutt'altro che produttive, aperti e sensibili alle variabili esperienze di lettura che il testo ci propone. Circa la traduzione in genere, poiché l'atto stesso di tradurre implica due messaggi equivalenti in due codici diversi (Jakobson), il lettore deve vincere la tentazione di un confronto, competitivo o di semplice movimento dello sguardo, da una pagina all'altra, fra i due testi giustapposti, se non vuole perdere quello che a buon diritto può dirsi il risultato, per chi traduce, di una ricerca autonoma, sempre in costante rispondenza con il testo originano. Greppi si cimenta, in questa sua traduzione di "Sonetti", con la dotta difficoltà dell'endecasillabo gongorino, così ricco d'intreccio melodico e così inventivo per costrutti chiasmici funzionali, per correlazioni interne e per altri svariati stilemi strutturali E siccome lo fa da poeta, Greppi sa invitare il lettore a rivolgere lo sguardo anche al testo di partenza, non certo per un 'confronto' ma piuttosto per una percezione dell'interferenza che si instaura tra le due voci, tra "i due timbri e della loro ricomposizione, o tensione, immaginaria in una terza lingua" (Fortini) ed anche per il piacere di leggere, o ri-leggere, il testo di Gòngora da lui talvolta reso in modo esemplare.

Scelti e tradotti dal poeta Cesare Greppi, sono qui presentati e commentati da un illustre critico quarantacinque sonetti di uno dei vertici della letteratura spagnola, Luis de Góngora (1561-1627), definito da Cervantes "ingegno senza pari", acuto e ironico interprete della condizione umana in bilico tra farsa e tragedia.