Gli spettri di Marx. Stato del debito, lavoro del lutto e nuova Internazionale

Jacques Derrida

Traduttore: G. Chiurazzi
Collana: Scienza e idee
Anno edizione: 1994
Pagine: 246 p.
  • EAN: 9788870782967
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recensione di Pianciola, C., L'Indice 1994, n. 9

Nel maggio 1968 a Parigi non ci furono solo le barricate. Sotto gli auspici dell'Unesco si tenne un grandioso congresso per celebrare il centocinquantesimo anniversario della nascita di Marx. Il primo intervento di Adorno era intitolato: 1) "È superato Marx?" La risposta era negativa, come, in un modo o nell'altro, quasi tutte quelle dei quarantatre relatori, tanto che l'edizione italiana degli atti fu intitolata "Marx vivo" (Mondadori, 1969) Ma già due anni dopo Jean-Marie Benoist, aprendo la strada alle fragorose liquidazioni dei "nouveaux philosophes" decretava: "Marx est mort" (Gallimard, 1970) e lo collocava nella storia della metafisica occidentale della presenza dell'essere, da Parmenide a Lenin. In certo modo - dice Derrida in questo denso libro che sviluppa una conferenza tenuta nell'aprile 1993 all'Università Riverside della California - con il saggio di Benoist iniziava in Francia il confronto tra decostruzione e marxismo, poi continuato soprattutto negli Stati Uniti (per l'Italia una lettura ancora molto utile è l'introduzione di Giuseppe Sertoli alla raccolta di interviste "Posizioni", uscita presso Bertani nel 1975). Un confronto nel quale gli interventi teorici diretti ed espliciti di Derrida sono stati rari mentre lo scontro con gli apparati del comunismo storico ha avuto anche momenti di grande tensione, come quando il filosofo fu fermato alla fine del 1981 dalla polizia di Praga per aver partecipato a un seminario organizzato da Charta 77.
Ora che "la macchina per far dogmi" degli stati e dei partiti "marxisti" è in via di estinzione e troppi sono nella fase euforica del lavoro del lutto si deve rivendicare l'eredità di Marx, "di uno almeno dei suoi spiriti" senza presupporre senso unitario, omogeneità e coerenza sistematica, anzi sottolineando interruzioni, disgiunzioni, eterogeneità. Con queste premesse Derrida effettua una paradossale riabilitazione di Marx come spettro e come teorico della spettralità, impegnandosi in una rilettura condotta secondo le modalità di cui è maestro. Lavora su una metafora-concetto (la spettralità) e produce un'interpretazione insolita, attraverso un labirintico e minuzioso lavoro sui testi (di Marx, di Shakespeare, com'è noto molto amato e citato da Marx, di Heidegger, di Blanchot, di Kojève), sulle concatenazioni di parole, sugli accostamenti imprevisti e sorprendenti, sulle omofonie spaesanti, contenendo però l'aspetto parodistico e ludico rispetto ad altri suoi scritti, mentre accenti drammatici prevalgono fin dalla dedica alla memoria di un militante comunista sudafricano assassinato.
Dunque per Derrida Marx è ancora 'unbeimlich', perturbante. Esorcizzato da chi teme il ritorno dello spirito di rivolta di cui è stato uno dei simboli, è un morto vivente, uno spettro, un 'revenant' che, come l'ombra del padre di Amleto, ci impone delle responsabilità e ci ricorda che "il tempo è fuori di sesto", il mondo va male. Nonostante Francis Fukuyama nel suo "gadget mediatico" racconti il lieto fine della storia come evoluzione verso la libertà politica e il libero mercato nel mondo intero, "bisogna proprio gridare che mai, nella storia della terra e dell'umanità, la violenza, l'ineguaglianza, l'esclusione, la miseria, e dunque l'oppressione economica, hanno coinvolto tanti esseri umani". Il libro vuole essere prima di tutto una presa di posizione politica e la denuncia delle "piaghe del nuovo ordine mondiale", dalla disoccupazione crescente al debito estero del sud del mondo, alle guerre economiche e interetniche, alla prepotenza ammantata di rispetto del diritto internazionale. Derrida non è mai stato un filosofo 'engagé' nel senso in cui lo sono stati, seppure in modo diverso, Sartre e Foucault, tuttavia negli ultimi anni i riferimenti politici nei suoi scritti sono moltiplicati. Ora propone, addirittura nel sottotitolo, una "nuova Internazionale" che, senza nessun riferimento a istituzioni, partiti, classi sociali, rinnovi la critica della "mostruosa ineguaglianza che, oggi più che mai, prevale nella storia dell'umanità (e ricordo che Derrida ha anche aderito al Parlamento internazionale degli scrittori).
Ma se Marx è disgiunto, equivoco, plurale ("equivoco e inesauribile" aveva detto Aron al convegno parigino del '68), bisogna non accogliere gli spiriti che già in Marx conducono alla onto-teleologia della "dottrina marxista" (formula sbrigativa che riassume una molteplicità di differenti esperienze teoriche e pratiche, molto stonata in un fine decostruzionista come Derrida), con i suoi concetti di lavoro, di modo di produzione, di classe sociale, di partito, di dittatura del proletariato, e con i suoi esiti totalitari. Insomma, bisogna abbandonare "quasi tutto".
Nel "quasi" c'è la tematizzazione marxiana della spettralità e del fantasma, e il rapporto problematico che essa intrattiene con l'ideologia e la feticizzazione. Si capisce che Derrida, che tante analisi ha dedicato agli "indecidibili", a quei concetti-simulacri che evocano il pensiero della differenza (come il "farmaco", n‚ rimedio, n‚ veleno), sia affascinato dalla figura dello spettro, visibile e invisibile, presente e assente, sensibilmente sovrasensibile, ecc. E poi, non viviamo sempre più in un mondo di realtà virtuali, tracce, simulacri, fantasmi? Nella misura in cui Marx vuole rispettare l'originalità e l'efficacia autonoma del fantasmatico la sua lezione è preziosa, come premessa indispensabile anche se insufficiente, per l'analisi dell'attuale situazione tele-tecno-mediatica (il cui effetto di sconvolgimento dello spazio pubblico è efficacemente ricordato da Derrida qui e in "Oggi l'Europa", Garzanti, 1991). Spettro è il comunismo che si aggira per l'Europa con cui inizia il 'Manifesto'. Spettri sono i fantasmi del passato che ossessionano il cervello dei vivi nel 'Diciotto Brumaio' (per cui la storia si presenta come ripetizione e ripresa, finché la rivoluzione sociale liquiderà la fede superstiziosa nel passato e le illusioni della falsa coscienza). Spettrali sono il denaro, figura per eccellenza dell'apparenza e del simulacro, e il carattere di feticcio della merce nel "Capitale". Una vera e propria spettrologia è quella svolta da Max Stirner ne "L'unico e la sua proprietà" (per Stirner Dio e l'Uomo sono spettri e fantasmi dell'estraniazione dell'io), che fu presa più sul serio da Marx ed Engels di quanto in generale si creda, dal momento che li impegn• per centinaia di pagine dell'ideologia tedesca nella "più gigantesca fantomachia di tutta la storia della filosofia". Derrida ha ragione di supporre un legame molto stretto tra i due 'ghostbusters', Marx e Stirner, tutti e due impegnati in modo diverso, a contrapporre all''onto-teologia idealistica "il principio iper-fenomenologico della presenza in carne ed ossa della persona vivente, dell'ente stesso, della sua presenza effettiva e non fantomatica". Marx vuole liquidare i fantasmi in nome della realtà effettiva, della base reale, dell'oggettività dei rapporti sociali di produzione. E anche la sua celebre analisi del misticismo del mondo delle merci lega troppo frettolosamente feticismo e fantasma ideologico a uno specifico modo di produzione, con la fine del quale svaniranno. Secondo Derrida l'istanza di una critica radicale apparenta la critica marxista a quella decostruttiva, ma la prima mette capo nel migliore dei casi a un'ontologia critica; la seconda opera una successiva radicalizzazione che porta a pensare in altro modo la storicità dell'evento, la giustizia, la speranza. Qui il discorso si farebbe lungo e complicato, e si renderebbe necessario un confronto con Heidegger e Lévinas, punti di riferimento costanti del percorso derridiano. Ci limitiamo a osservare che il fantasmatico e lo spettrale interessano Derrida anche come cifra dell'"apertura messianica a ciò che viene, cioè all'evento che non si potrebbe attendere come tale, n‚ dunque riconoscere anticipatamente, all'evento come l'estraneo stesso, a colei o colui per cui si deve lasciare un posto vuoto, sempre, in memoria della speranza". Apertura messianica indeterminata, ateologica e "quasi atea", nella quale sentiamo echi di Bejamin, esplicitamente citato, come di Bloch.