Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo

Mario Calabresi

Editore: Mondadori
Anno edizione: 2007
In commercio dal: 08/05/2007
Pagine: 131 p., Brossura
  • EAN: 9788804568421
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Recensioni dei clienti

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    Simona

    28/01/2014 16:05:03

    commovente. non abbiamo idea del dolore di coloro che subiscono queste perdite. questo libro ci aiuta a capire un pò di più la loro sofferenza e il torto subito, e a sentirsi più vicini. mi stringo a loro con un abbraccio.

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    Pirro Lallesbaque

    15/01/2012 23:10:44

    Mario... sei un grande...

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    marco ferraro

    10/01/2012 07:09:04

    Commentare un periodo difficile, tragico per la storia d'Italia come gli "anni di piombo" in poche righe è un'impresa impossibile, quasi paralizzante. Certo non lo si può leggere come un documento storico o sociale o sociologico del tempo, anche perché allora non basterebbero volumi e volumi. È semplicemente la posizione da parte delle vittime, non tanto e non solo per l'omicidio in sé, ma per tutto il clima prima e dopo in cui è maturato ed è stato gestito dalle istituzioni e dalla società. Sembra quasi impossibile che abbiamo attraversato quegli anni, io ero ancora un ragazzino e mi ricordo solo qualche fatto di cronaca: il rapimento di Aldo Moro per esempio, eravamo a scuola ed il clamore della notizia era come se avesse bloccato tutta la città, tanto che non sapevamo più come tornare a casa. Sembra impossibile che ci siano state persone che abbiano potuto pensare di poter decidere della vita della gente a proprio piacimento, seguendo ideali folli ed unicamente criminali. Eppure ci sono state, eppure ci siamo passati attraverso; lo Stato ha retto, ha dato prova di maturità democratica, senza derivazioni golpiste; ma se non fosse stato così, adesso dove saremmo?

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    manuela

    28/09/2011 16:41:36

    Sarebbe interessante che gli studenti delle scuole superiori leggessero questa testimonianza, come quella delle molte altre vittime del terrorismo durante quegli anni deliranti chiamati anni di piombo. La sua è una testimonianza quasi "in punta di piedi", non si abbandona ad una facile polemica, piuttosto dà grande prova di fiducia verso uno Stato e una Magistratura e mai si lascia andare all'odio, all'acredine. Pare fondamentale la figura della povera vedova del Commissario Luigi Calabresi nell'educare con esemplare equilibrio questi figli senza che la loro fanciullezza fosse avvelenata dalla rabbia per tutti i torti subiti.

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    Patrizia Antonia

    26/07/2011 19:14:11

    Una grande lezione di vita,di dignità,di civiltà.Da proporre come testo di educazione alla convivenza civile,e non solo,anche come narrativa,nelle scuole...penso proprio che lo farò! (sono insegnante di lettere in una scuola secondaria di primo grado)

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    Monica

    28/06/2011 16:28:53

    Delicato, profondo, chiaro e vero.... Un libro da leggere e da far leggere!!

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    caterina brigati

    14/04/2011 10:02:31

    Il libro è la rievocazione dell'autore delle vicende biografiche della propria famiglia e di altre famiglie vittime del terrorismo degli anni di piombo, e non solo. L'autore ha il grande merito di affrontare temi scottanti , memorie laceranti per la vita privata e fastidiose per quella pubblica, senza retorica, in modo onesto, non precludendo nulla, anche a costo di riaprire vecchie ferite. Ciò che mi ha colpito è non solo l'onestà con la quale si fa chiarezza su un periodo di difficile interpretazione storica, ma anche il coraggio con il quale la famiglia Calabresi, e soprattutto la vedova Calabresi, ha cresciuto i figli, educandoli alla cultura della vita, con la consapevolezza che guardare al futuro non vuol dire dimenticare il passato. Spesso per trovare la forza di andare avanti occorre dimenticare ciò che è stato, il dolore che ti fa mancare il respiro. In questo modo però si rimuove non si supera un dramma, pronto a colpirci nei momenti più difficili. La difficoltà delle vittime, di tutte le vittime, è che non bisogna difendersi soltanto dal dolore del trauma privato, dal vuoto lasciato dalla mancanza di un padre, ma anche dal dolore pubblico, quello della diffamazione, della necessità di difendere la memoria, di rimettere i tasselli della storia al proprio posto , di riuscire ad osservare con lucida serenità gli avvenimenti che ti hanno segnato la vita. Tutto questo nel libro c'è; c'è la forza di una donna che ha scelto la vita per sé e per i suoi figli. Personalmente conoscevo poco i fatti degli anni di piombo. Ero piccola e vivo in un contesto in cui le vittime sono di altra natura e le commemorazioni ricordano altri eccidi di pezzi dello stato. Leggere il libro è stato sufficiente a capire, non ho avuto bisogno di altre forme di documentazione. Emerge chiaramente il punto di vista dei rivoluzionari, animati da grandi ideali, ma nessun ideale (se è tale) può prevedere per la sua realizzazione la morte di proletari che servono lo Stato piuttosto che la fabb

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    luigi 1947

    30/08/2010 23:54:10

    Ho letto questo libro quasi per caso in quanto non ero a conoscenza della sua esistenza, appena l' ho visto esposto in una libreria sono stato preso dalla curiosità su quel tragico argomento che è stato il terrorismo. Quando il commissario Calabresi fu ucciso io ero un operaio di fabbrica, impegnato nel sindacato e nel partito con l' onesta intenzione di sollevare le sorti della classe operaia, fui, nel mio piccolo, un protagonista del "68" e degli anni seguenti e, sebbene è passato molto tempo, ricordo tutto come se fosse successo ieri mattina. L' analisi fatta dall' autore è ineccepibile equilibrata senza ombra di odio o rancore verso gli autori di quei tanti delitti tra cui anche il "Caso Calabresi". Mai mi sarei aspettato dal figlio di una delle vittime del terrorismo tanta onestà nell' esposizione dei fatti. Prima di leggere questo libro mi sono chiesto molte volte come avrebbe potuto vivere una famiglia alla quale è stato strappato il padre, la lettura è stata straziante ma al tempo stesso illuminante sul capolavoro educativo compiuto dalla vedova. Lo spazio a disposizione è troppo poco per esprimere la gratitudine che sento per tutta la famiglia Calabresi, voglio però far notare che mentre molti dei figli delle vittime del terrorismo si meravigliano di vedere in televisione ex terroristi che sono stati riabilitati per ragioni di audience, allo stesso modo si meraviglia anche la gente comune e si chiede come dleinquenti comuni possano vantarsi del loro passato solo perchè hanno "pagato". Quanto hanno pagato? Meno di un poveraccio che ruba qualche mela al mercato per sfamare i suoi figli. Voglio ricordare che movimenti come Lotta Continua, Potere Operaio, Servire il Popolo e molte altre sigle che sfoderavano più fantasia nel darsi un nome che elaborare una valida strategia politica, con il movimento poeraio non avevano niente a che fare. Si trattava di "figli di papà" annoiati e che dopo avere seminato morte sono spariti come se il loro operato fosse stato un niente. Un grazie a tutta la famiglia Calabresi

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    Lufogli

    11/02/2010 23:23:53

    Essendo quasi coetaneo di suo papà, la prima cosa che desidero chiedere a Mario Calabresi e a tutta la sua famiglia,dopo aver letto il suo struggente racconto, é di: "Perdonarmi"! Ero giovanissimo, vivevo in quella provincia, che assisteva di riflesso a quel grande dramma, che si consumava in quegli anni. Era il tempo nel quale ai giovani si richiedevano scelte e io essendo un Credente in una comunità di base ero schierato a Sinistra. Per un breve periodo, haimé, ho fatto parte di quella opinione pubblica,convinta che pur se non direttamente da suo padre, in quel commissariato fosse accaduto qualcosa di brutto. E' stata una convinzione ottusa portata avanti con occhi ideologici,che é durata un attimo, ma dopo aver letto, la storia straordinaria della sua famiglia, arricchita come una perla preziosa, dalla eccezzionale figura di sua madre, qull'attimo é tornato a pesare come un macigno, sulla mia coscienza. Grazie Mario per ,le sue parole pacate, che penetrano come un cuneo, nel cuore di quegli Italiani, che ancora sciaguratamente, tengono serrato il cuore, ad ogni anelito di riconciliazione Caro signor Mario il suo é un contributo illuminante per giungere a quella pacificazione Nazionale, mai come ora necessaria al nostro paese Vorrei poter stringere la mano alla sua mamma e a tutta la sua famiglia...ma posso dirle solo: Grazie Luigi

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    amelia

    28/10/2009 13:05:12

    Mario Calabresi,con immenso garbo e sconfinata sensibilità ci fa capire che volendo si può superare persino il rancore. Tutti noi, forse, per motivi vari nella nostra vita, abbiamo avuto bisogno di "spingere la notte più in là" per sopravvivere ad un dolore.

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    sandra

    26/10/2009 15:45:23

    Profondo, reale e commovente. E’ uno dei pochi libri che sono riuscita a leggere in un pomeriggio. Ne ho consigliato la lettura a mio figlio affinchè possa capire il significato degli anni di piombo che noi abbiamo vissuto come giovani studenti. La figura della madre Gemma è significativa e pregnante. Una donna forte e coraggiosa che a mio avviso ha saputo trasformare una tragedia familiare in un percorso di riconciliazione quale supporto educativo per i suoi figli affinchè potessero conoscere, approfondire e comprendere il loro dramma al di fuori dell'odio e della violenza.

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    Bernard Dino

    14/09/2009 16:16:22

    Se non piangerete lacrime di rabbia, cominciate a preoccuparvi. Fosse per me, questo libro dovrebbe sostituire subito l’inno di Mameli. Ma invece Cannavaro può dormire sonni tranquilli, l’Italia ha ormai superato il concetto di dignità, quindi teniamoci il parapà, parapà, parapappappappapà e godiamoci gli amici terroristi che con un sacchetto di tarallucci ed un bicchiere di vino sono liberi di celebrare la pochezza del Paese che hanno insanguinato. Mario Calabresi è uno educato, che parla sottovoce ed espone i fatti. E’ uno che quando tra cent’anni sarà chiamato a rendere conto delle sue debolezze umane, avrebbe il diritto di alzare timidamente il dito per dire “Mi scusi Dio, prima di giudicarmi, mi permette una domanda? Ma Lei, perché ha creato l’Italia?” “Io? Beh, ehm, cioè…vede, vabbè, vada pure. Avanti un altro!”. Calabresi ovviamente questa domanda non la farà, perché è troppo avanti, però rende bene l’imbarazzo che questo libro trasmette ad una coscienza civile. Vi saluto adesso, vado a comprarmi l’altro libro, su quelli che ce l’hanno fatta, magari con un po’ di speranza in più riesco a smettere di vomitare su questa terra, amica degli assassini e un po’ meno degli assassinati…

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    Aquila

    07/07/2009 16:27:31

    Indispensabile. Un testo che coinvolge a pieno il lettore, da farsi leggere "in un fiato". La storia è centrata sulla famiglia Calabresi, costretta a subire ingiustizie e luoghi comuni che sono andati e vanno avanti per decenni. Molto istruttivo. Fa aprire gli occhi su vicende scomode, preferibilmente evitabili da molti fornti politici, su cui si è fatta davvero poca chiarezza.

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    Paola

    04/06/2009 20:00:57

    Condivido i commenti positivi. Da leggere per diversi motiivi, anche per avvicinarsi alla Storia, che è reale nelle storie dei singoli individui, e non solo dei pochi nomi celebri.

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    Francesca

    04/06/2009 15:53:18

    Un libro da leggere e far leggere a tutti. Necessario, chiaro, commovente. Soprattutto qualsiasi sia la propria idea è evidente che la posizione di Mario Calabresi non può non essere presa in considerazione, conosciuta e capita. Questo libro ci permette di fare tutto ciò, una grande occasione.

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    Roberto

    15/05/2009 11:20:42

    Io non credo tanto alla ricostruzione storica sul terrorismo fatta da chi ne è stato vittima.Quale obbiettività potrebbe avere l'autore? Difatti leggendolo mi pare proprio sia stato cosi. Consiglio la lettura di Camilla Cederna (che non è un'estremista)in "Pinelli. Una finestra sulla strage". Che racconta tutta un'altra storia.

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    tilia

    10/05/2009 10:13:57

    Sono una persona che ama tantissimo la storia in generale. Vengo da un paese dove la storia a avuto e tutt'ora ha un ruolo importante, come in tutto il mondo. Ho saputo de l'uscita di questo libro, quando fu proprio Mario Calabresi a fargli pubblicita ed a parlare dell'importanza e dei suoi valori. Leggendolo fui molto indignata sapere che ci sono persone come noi, e anche peggio che si sono permesse di decidere quando, dove, perche deve finire una vita, senza farsi minimamaente una domanda o ideea di quello che succedera dopo. Grazie a persone come Mario Calabresi, che hanno avuto il coraggio di raccontare la verita anche da questo punto di vista, la storia viene conosciuta meglio. Grazie di averci fatti conoscere la realta di quei tempi e la sofferenza a qualle furono costretti tutti i familiari delle persone uccise con barbarita. Chiedo scusa a tutti i lettori per gli errori di grammatica, che spero siano comprensibili. Di nuovo grazie di cuore!

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    Alessandro

    22/04/2009 14:41:45

    Conosco Mario da sempre. Il mio ed il papà sono stati amici. Vivevamo nella stessa Milano, avevamo lo stesso cappoto grigio e la stessa moto elettrica. A lui hanno ammazzato il padre, a me no. Ma solo per un caso. Anche il mio avrebbe potuto fare la stessa fine. Erano colleghi di stanza. Grazie Mario!

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    rainbow

    27/01/2009 16:48:34

    Di questo libro, molto scorrevole e caratterizzato da grande valore narrativo, colpisce soprattutto la serenità d'animo (che non c'entra nulla con il buonismo e il perdonismo che oggi vanno così di moda) con cui è scritto. Non so se possa influire il fatto che Mario aveva solo due anni quando il papà è morto. Forse mia figlia, che ne ha parecchi di più, se perdesse il babbo allo stesso modo, non saprebbe essere tanto pacata. Quanto al resto, è bello come l'autore ricordi costantemente il dolore delle altre vittime del terrorismo senza polarizzare in modo assoluto l'attenzione sulla sua esperienza. Fa poi molto riflettere la sua scelta ideologica (sembra proprio di capire che è un progressista) la quale potrebbe apparire strana visto che la sua famiglia è stata rovinata da un'aberrante "idea" che si definiva "di sinistra". In realtà la lezione che giunge da questo libro è che la violenza, l'intolleranza, il fanatismo stanno sia a destra che a sinistra, anche se sarebbe bello non stessero nè a destra nè a sinistra.

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    annamaria

    12/01/2009 15:29:17

    Bello, molto bello. Letto d'un fiato, con il nodo in gola. A chi voleva i nomi e gli approfondimenti: non credo volesse essere un saggio storico-politico-sociale sugli anni di piombo. Soprattutto un grazie a Mario Calabresi per il suo contributo a fare posto sugli scaffali delle librerie anche alle "altre voci".

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E' un libro doloroso questo di Mario Calabresi, il giornalista di Repubblica che, all'età di 37 anni, ha deciso di tornare ai tempi bui della tragedia di suo padre, il commissario Luigi Calabresi ucciso a Milano nel maggio del '72. Un libro necessario, che riscrive la storia della famiglia Calabresi e di alcuni altri familiari di vittime del terrorismo degli anni '70, "gli anni di piombo", definiti da Sergio Zavoli "notte della Repubblica" italiana.
La storia comincia dal presagio di quell'omicidio tutto politico: sui muri di Milano e sulle pagine del quotidiano Lotta Continua, il commissario Calabresi era indicato come l'"assassino di Pinelli", l'anarchico Giuseppe detto Pino, precipitato dalle finestre della Questura di Milano nel corso di un interrogatorio sulla strage di piazza Fontana. Quello che sarebbe seguito, il nonno di Mario Calabresi l'aveva previsto e aveva cercato di convincere il commissario a cambiare lavoro e a lasciare Milano. Il portinaio del palazzo dove vivevano da settimane ormai nascondeva la posta, piena di minacce e di insulti; finché non capì tutto anche la madre di Mario, che allora aveva solo 25 anni e un terzo figlio in arrivo.
Questo libro nasce da un lento lavorìo della memoria e dalla volontà caparbia di capire il clima di odio e di violenza di quegli anni: Mario Calabresi, quattordicenne, aveva fretta di sapere e così trascorreva molte mattinate a studiare i microfilm della biblioteca Sormani, a Milano, per leggere le cronache dell'omicidio su tutti i numeri del Corriere, dell'Espresso e poi anche di Lotta Continua, per capire i perché di quella "caccia all'uomo", di quella campagna d'odio spaventosa. Nel libro racconta anche l'incontro commovente con Antonia Custra, figlia di un padre mai conosciuto perché ucciso anch'egli dai terroristi nel '77. E con Francesca Marangoni, la figlia del direttore del Policlinico ammazzato dalle Brigate Rosse nel 1981. Ovviamente torna anche sulla morte di Pinelli ("in casa nostra non è mai stato un nemico") che rappresenta l'altra faccia della tragedia di suo padre, indivisibile nel braccio di ferro infinito che da 40 anni li contrappone. E scrive a più riprese, con chiarezza, ciò che è emerso dagli atti processuali: "tutti, concordemente dissero che nel momento in cui Pinelli precipitò, Calabresi non era nella stanza" dove invece c'erano altri cinque uomini della Polizia. Calabresi prosciolto, dunque. Ma nel frattempo era stato ucciso. A quel vuoto che perdura, a quell'assenza profonda, il libro cerca di dare una qualche, seppur velata, risonanza.