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recensione di Voltolini, D., L'Indice 1994, n. 9

Cosa succede se un importante filosofo del linguaggio, uno che di mestiere studia strutture formali nel solco di una tradizione rigorosa, analitica, astratta, che fin dal momento della sua fondazione, con Frege, ha tracciato un solco netto tra la verità e la bellezza, considerando del linguaggio solo gli aspetti che hanno a che fare con la prima e lasciando agli altri un posto certamente importante, ma, in linea di principio, fuori dall'ambito della scienza, della filosofia, del ragionamento, cosa succede - dicevamo - se un pensatore così decide di misurarsi con un testo quale è la "Recherche" di Marcel Proust?
Possono succedere due cose. La prima è che il filosofo, evidentemente sentendosi a disagio e costretto dalla propria tradizione in limiti ormai troppo angusti, venga suo malgrado a collocarsi in una terra di nessuno, con i filosofi suoi simili che non comprendono le sue scelte e con i teorici della letteratura che non capiscono cosa egli abbia da dire che non sia già stato detto, meglio, da loro.
L'altra è che il filosofo, spirito costitutivamente libero qualunque sia la sua specializzazione, riesca a far interagire la sua strumentazione teorica e il nuovo, inconsueto oggetto di studio in modo interessante e inedito, mantenendo lucida l'argomentazione e penetrante l'intuizione. Questo è il caso di Bonomi.
Non tutte le pagine del suo libro sono così, ma molte lo sono: la tensione tra due stili di discorso c'è e si sente, ma Bonomi è riuscito a fare di essa l'architettura del suo libro, non un suo limite. Il volume si compone di due parti, intitolate l'una "Le cose" e l'altra "Il mondo". La prima si articola in tre sezioni: "Indicatori", "Descrizioni", "Nomi propri". La seconda in due: "Verità" e "Metafora". Ciascuna di queste cinque sezioni presenta due distinti versanti. Nel primo Bonomi discute, già con lo sguardo rivolto all'opera di Proust, concetti e problemi classici della semantica formale, come il riferimento dei nomi propri, le descrizioni definite, i termini indicali, la composizionalità del significato e il riferimento anaforico. Nel secondo percorre con grande competenza la produzione proustiana e la relativa letteratura secondaria, mostrando, spesso con finezza, la genesi e i risultati della complessa meditazione sul linguaggio di Proust.
Il nodo teorico da cui muove Bonomi riguarda le condizioni di possibilità, per un'opera di finzione, un'opera cioè in linea di principio svincolata dal riferimento ai fatti e alle cose del mondo reale, di allestire, produrre, avere un senso. Se il modello di linguaggio proposto dalla semantica formale prevede per questo una serie di dispositivi - Bonomi li chiama "ganci" - che lo ancorano al mondo, come appunto nomi propri, indicali, descrizioni, il discorso narrativo, invece, recide in linea di principio precisamente questo tipo di ancoraggio. Resta vero che i riferimenti anaforici, cioè interni al discorso, continuano nell'opera di finzione o, meglio, di creazione, come dice Bonomi, a comportarsi nel modo consueto, ma è proprio nel momento in cui, in ultima analisi, questi ganci devono interrompere la catena anaforica per aggrapparsi a qualcosa che sta fuori dal discorso, che l'opera di creazione cessa di essere un frammento qualunque di linguaggio e guadagna la propria autonomia.
Ma allora, se questa autonomia produce senso, ci dice qualcosa, la possiamo comprendere, possiamo rispondere a domande sui personaggi che mette in scena e possiamo farlo o correttamente o sbagliando, se cioè possiamo chiederci se sia vero o falso che Elisir ha fatto un ritratto di Odette, per esempio, è la stessa nozione di verità ho può e deve essere relativizzata a un universo di discorso, a un sistema di punti di vista.
Purtroppo Bonomi, nello sforzo encomiabile di rendere comprensibile ai non specialisti la parte tradizionale della propria argomentazione, evita di fornire per essa indicazioni bibliografiche, che sono invece minuziosamente presenti in relazione a Proust. Risulta così poco agevole collocare la sua posizione filosofica nella polemica che egli conduce, anche qui, con pensatori importanti, come ad esempio Kripke. Ma che il libro sia sbilanciato verso la "Recherche" è in fondo giusto, percorso com'è da una passione tanto grande, quanto intelligente e lucida, per questo capolavoro del Novecento.