Gli sposi di via Rossetti

Fulvio Tomizza

Editore: Mondadori
Anno edizione: 1995
Formato: Tascabile
  • EAN: 9788804409281
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    Renzo Montagnoli

    07/01/2009 17:34:36

    E' un romanzo forse minore nella produzione di Tomizza, ma si ritrovano nelle pagine la sensibilità, la pacatezza e la capacità di scendere in profondità senza annoiare che sono proprie di questo autore. Non sarà un capolavoro, ma la lettura è certamente appagante.

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(recensione pubblicata per l'edizione del 1985)
recensione di Agnelli, A., L'Indice 1986, n. 4

A Fulvio Tomizza è toccato sorte d'essere considerato uno scrittore in sintonia col proprio mondo, sia con quello d'origine, sia con quello acquisito. Per conseguenza, in lui si è apprezzata la propensione all'epos, la capacità d'essere partecipe alle vicende di tutta una gente nel momento dell'esodo dall'Istria, e nella deliberata volontà di non escludere dalla sua scrittura le più scottanti tematiche morali e politiche si è voluto individuare il filo che lo collega con almeno una delle stagioni della letteratura triestina.
Può darsi che "Gli sposi di via Rossetti" venga letto come un libro che si iscrive in una linea di continuità, tale da confermare il prevalente indirizzo interpretativo. A me pare, invece, che esso contribuisca a mettere in evidenza una caratteristica sempre più prevalente nell'ultimo Tomizza, il dubbio sull'autenticità della comunicazione col mondo circostante, una sensazione di estraneità, l'insoddisfazione per le convergenze superficiali. Non credo di ingannarmi se indico in questi motivi le ragioni per cui Tomizza si è sentito attratto dalla figura di Stanko Vuk, l'intellettuale di Merna, vittima della discriminazione politica sofferta dagli sloveni nel ventennio fascista ed al tempo stesso consapevole di dover adoperarsi al fine d'essere accettato dai connazionali in una città che gli resta estranea. Stanko Vuk, che non si sente a proprio agio a Lubiana (ed infatti non vi rimane), non si sente in un ambiente proprio nemmeno a Trieste (come risulta dal confronto con gli anni, in fondo felici, d'università a Venezia), ma ne è stimolato a far valere le proprie profonde ragioni ideali.
Il dubbio compare di continuo, ma senza il minimo compiacimento e senza cadute nell'estetismo. La fede cattolica di Vuk è tale da richiamarlo al cimento e da salvarlo dalle tentazioni di certa letteratura: il suo rimane dubbio metodico. Quale sia l'estraneità nei confronti del mondo circostante e quanto forte sia la volontà di costruire un mondo diverso Stanko Vuk ha modo d'esprimere in una serie di oltre quattrocento lettere scritte in italiano dal carcere alla sposa Dani Tomazic, ottanta delle quali vengono ora pubblicate (S. Vuk, "Scritture d'amore", Trieste, Editoriale Stampa Triestina, 1986, con pref. di F. Tomizza). Ad esse fa capo Tomizza per la parte centrale del suo libro: con grande discrezione, sì che nel lettore rimane vivo il desiderio di entrare in confidenza immediata con l'epistolario nella sua interezza, ma con un'aderenza stretta, possibile solo quando incalza il sospetto, che a poco a poco diventa certezza, d'una sostanziale affinità ideale. Nonostante questo apprezzabile senso della misura, Tomizza si rifà quasi completamente alla fonte epistolare per la parte centrale del romanzo, quella che va dall'arresto e dalla successiva sentenza di condanna del Tribunale speciale per la difesa dello stato, con la cui cronaca si conclude la prima parte, fino al tristissimo ritorno a casa nel febbraio 1944, cui segue quella specie di "giallo", che è la terza parte.
Tomizza, questa volta, pur consultando i libri di qualche storico, non ha voluto cimentarsi con ricerche d'archivio (o non ha potuto, giacché gli archivi sono vuoti). Secondo me, deliberatamente non ha ritenuto necessaria tale direzione di ricerca ed ha preferito, sulla base di testimonianze dirette, tentare il ritratto d'alcuni personaggi in città ancora assai noti. Tra di essi assai felice è la figura di papà Tomazic, mentre in altri casi l'immagine resta nel cono d'ombra della testimonianza personale o della cronaca di giornale, da cui è ricavata, con una sommarietà che non so quanto giovi all'economia della narrazione.
Certamente, l'andamento cronistico della prima parte è voluto dall'autore e lo stesso si deve dire per il periodare da inviato speciale che domina la terza parte. In ciò consiste, del resto, una delle principali novità della scrittura di Tomizza in quest'ultimo romanzo, che si stacca nettamente dalle prove precedenti, caratterizzate da un'aspirazione così forte a far rinascere il romanzo storico fino a superare se stessa ed a condurre alla storiografia vera e propria. Ricordo che, in una delle presentazioni pubbliche del libro del 1984, "Il male viene dal Nord", Luigi Firpo, dopo averlo giustamente apprezzato, aveva trovato un solo appunto da rivolgere all'autore per la scelta (probabilmente editoriale, non sua) del sottotitolo "Il romanzo del vescovo Vergerio". In quell'occasione Firpo notò che non di romanzo si trattava, ma di opera che ogni storico avrebbe potuto scrivere (o anche voluto, come confermò - per il periodo da lei non trattato - Anne Jacobson Schutte, autrice di "Pier Paolo Vergerio: the Making of an Italian Reformer", GenŠve, Droz, 1977).
Non è così nell'ultimo libro di Tomizza, il quale muove alla ricerca dei suoi personaggi attraverso l'ispezione sui luoghi da loro quotidianamente percorsi, la conversazione con gli amici ed i parenti sopravvissuti, la lettura dei giornali con la cronaca del processo. Lo scrittore, che ha saputo utilizzare gli strumenti dello storiografo e se ne è dimostrato padrone, qui si lascia anche sfuggire un errore. Afferma la gravità dell'arresto di Pino Tomazic, avvenuto il 2 giugno 1940, "poiché l'Italia era da poco entrata in guerra con la Jugoslavia" (ciò che doveva avvenire un anno dopo), oltre tutto otto giorni prima della sciagurata dichiarazione di guerra all'Inghilterra ed alla Francia. Non è questo, però, che conta nell'ultima opera di Tomizza: conta mettersi, se non nei panni di Stanko Vuk, almeno a lui assai vicino, entrare con lui nella cella di Fossano con l'ideale incontaminato, con la certezza che gli sarebbe stata resa un giorno giustizia (non la clemenza, che era pronto a rifiutare o il gatteggiamento, che avrebbe ancor di più disprezzato), col profondo amore per la propria sposa, che si proponeva di portare vicina alle proprie convinzioni più profonde.
Mentre Stanko è sempre presente a se stesso, Dani è più sfumata: è quale risulta dalle lettere, ma anche quale risulta da altre fonti, la cui attendibilità è minore. Rimane la certezza di un'instabilità, del rifiuto degli ultimi giorni, del non riconoscimento nell'immagine creata dal marito, pur se l'autore, deliberatamente, ci presenta tutte le possibili motivazioni, senza optare per una di esse.
Nel momento in cui il dramma precipita, esso è la combinazione di un'amara vicenda privata e di un'amara vicenda pubblica. L'intellettuale cattolico progressista, che ha pensato di unirsi alle formazioni partigiane sul Carso, nonostante l'egemonia esercitata su di esse dai comunisti del Fronte di liberazione (O.F.), e non ha escluso il suggerimento del suocero di cercare rifugio proprio a Fossano, dove era stato carcerato, esclude una sola strada, quella del collaborazionismo, cui indulgono gli sloveni attratti dalle offerte del Gauleiter in quella che, ormai completamente nazificata, è divenuta la zona d'operazioni "Adriatisches Küstenland". Anche tra costoro bisogna distinguere i "domobranci" (difensori della patria), ai diretti ordini dei tedeschi e con un proprio quartier generale anche a Trieste dal dicembre 1943, chiamati anche "belagarda" (guardia bianca), e la "plavagarda" (guardia azzurra), costituita da unità rimaste fedeli a re Pietro e tuttavia disposte ad una parziale collaborazione con gli occupatori.
La conseguenza del fermo atteggiamento morale di Stanko Vuk è un triplice assassinio, di cui sono vittime, oltre a lui, la sposa Dani ed un visitatore misterioso, il dottor Zajc. Tomizza non dimentica d'essere stato giornalista e propone una sua versione sul tragico evento e sui suoi responsabili, fondata sulle interviste ad alcuni sopravvissuti. Non dirò che la scrittura della terza parte sia del tutto convincente. Essa, però rappresenta una novità notevole (in parte presente in un'opera precedente, a torto trascurata, "L'amicizia") ed assicura che da Tomizza ci si può ancora attendere molto.