La stampa del regime 1932-1943. Le veline del Minculpop per orientare l'informazione

Nicola Tranfaglia

Editore: Bompiani
Collana: Saggi Bompiani
Anno edizione: 2005
In commercio dal: 26 ottobre 2005
Pagine: 456 p., Rilegato
  • EAN: 9788845233890
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Descrizione
Il Ministero per la Stampa e la Propaganda, diretto dal 1935 da Galeazzo Ciano, esercitò sui quotidiani una rigida supervisione attraverso i costanti ordini alla stampa, con cui il regime proiettò un'immagine serena e ottimistica della situazione italiana, censurando la cronaca nera e il dissenso, l'inflazione e persino i temporali, demonizzando gli ebrei e i comunisti, esaltando la Germania e tentando di occultare i preoccupanti sviluppi della guerra durante i primi anni quaranta. I testi raccolti in questa antologia sono presentati da un'introduzione di Nicola Tranfaglia, che analizza i meccanismi della propaganda fascista, e da quella di Bruno Maida, incentrata sulla direzione della Stampa e Propaganda fascista.

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Autore di svariati studi, alcuni pionieristici e altri recenti, sulla storia della stampa italiana nel Novecento, Nicola Tranfaglia torna sul tema con questo volume documentario corredato da utili introduzioni e apparati di note, cui ha collaborato Bruno Maida, volume che costituisce la più ampia selezione a tutt'oggi esistente delle cosiddette "veline", che dettavano le più minuziose norme di comportamento per il giornalismo fascista. Il governo dall'alto della stampa italiana fu del resto esercitato con mano ferma e impegno personale dall'ex giornalista Mussolini per tutto il corso del ventennio, tanto che in questo libro viene messo in luce uno dei numerosi e poliedrici ruoli del duce, che fu anche "caporedattore" di tutti i giornalisti del regime.
Più volte rapsodicamente antologizzate, le veline del periodo in cui Starace fu alla testa del partito fascista (1931-1939) sono quasi sempre state citate a esemplificazione della stupidità grottesca, ma in definitiva vana, e quasi ininfluente, del regime, come se giornali e giornalisti fossero costretti controvoglia a pubblicare solo ciò che veniva loro ufficialmente ordinato, ma mantenessero però una loro indipendenza "privata" e un sostanziale atteggiamento di indifferenza passiva o, al più, conformista e ossequiosa. L'organo di governo, uno specifico ministero della Stampa e Propaganda, istituito nel 1935, e guidato da Galeazzo Ciano, trasformatosi poi, nel 1937, in ministero della Cultura Popolare (Minculpop), mostrò invece una capillarità di interventismo e di irreggimentazione che non era sempre banale o rozza, e che anzi finiva per organizzare un costume e una mentalità di stretta prossimità allo stato-partito non solo da parte del ceto giornalistico, ma anche, presumibilmente, da parte del più largo pubblico dei lettori di giornali.
Il regime, insomma, senza lasciare nulla al caso, organizzò una vera e propria sistematica occupazione dello spazio collettivo pubblico, plasmando, controllando e manipolando l'opinione pubblica, e privandola di ogni altra fonte d'informazione, in tal modo riuscendo a costruire un certo consenso, scientemente fondato non sulle notizie "oggettive" che riguardavano l'Italia reale e il paese qual era effettivamente nelle sue condizioni sociali, economiche, culturali, ma invece su un'immagine forzata, e fuorviante, di paese "inventato" dalla propaganda fascista. Un paese pacificato e giulivo, entusiasta del regime e del suo duce, ma anche reattivo al richiamo patriottico dell'impero e della guerra. Le veline ordinavano di ridurre le notizie di cronaca nera e perfino quelle meteorologiche sul cattivo tempo, cassavano le informazioni su agitazioni operaie, disoccupazione, carovita, suicidi, prescrivevano di non pubblicare le foto delle città bombardate e degli apprestamenti della difesa costiera (che nel 1943 avrebbero allarmato sull'imminenza di sbarchi nemici).
La logica di un regime fascista con sempre più chiare tendenze totalitarie si basava dunque sulla propaganda come una delle forme della violenza, violenza contro l'animo e contro la psiche, cercando di trasmettere a un pubblico potenzialmente sempre più ampio quello stesso autoinganno che finì per fare prigionieri gli stessi gerarchi e il loro duce.

Marco Palla