Anno edizione: 2014
Pagine: 160 p.
  • EAN: 9788863725902
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  Col tempo si impara a riconoscerlo subito. C'è un criterio fondamentale che decide della bontà di un libro. Quando i pensieri non cadono giù a diluvio, quando invece gli uni si pongono a sviluppo degli altri e tutti si rinfrancano al calore di una idea generale, allora si può star certi: quello è un buon libro. Il saggio di Tessitore sull'anomalia italiana percorre epoche, personaggi e sensibilità differenti (si va da Cuoco a Capograssi e cavalcando l'onda lunga della storia dalla Repubblica napoletana del '99 alla costituzione democratica del 1948). Un polso meno fermo avrebbe costruito un mosaico, senza gerarchie e senza un centro che domini il turbinio degli eventi. Qui c'è almeno un'idea (anzi, per la verità, ce ne sono due) che continuano illese attraverso i secoli ed è come se i tempi (senza nulla perdere delle loro specificità) continuassero dandosi di gomito gli uni con gli altri. La prima idea è che le questioni giuridiche (come tutte le questioni tecniche del resto) non galleggiano mai a mezz'aria, appese a non si sa bene cosa. Pure nel più arido degli ingranaggi c'è sempre insinuato un sistema di convincimenti più largo; sicché anche nelle regole apparentemente asettiche del diritto, anche lì respira il soffio di un principio ideale. Ideale proprio nel senso che muove da una certa idea dell'uomo e da una certa visione delle sue capacità: mutate l'idea e avrete mutato le regole, cambiate la concezione dell'umanità e vi troverete tra le mani un altro diritto. Il quale diritto (ed ecco la seconda idea che campeggia forte) proprio perché nelle sue formule distilla un principio pieno di anima, gemello con esigenze determinate della vita etica, riesce effettivo e vigoroso solo in una condizione: quando quell'anima e quell'etica parlano fraterni al cuore dei cittadini che perciò nel precipitato delle regole giuridiche riconoscono lo specchio pulito delle loro credenze e costumi. Leges sine moribus vanae. Ecco la radice della debolezza, della fragilità e, per dirla con Tessitore, dell'anomalia dello stato italiano. I cui meccanismi vengono riscaldati dalla tempera di un principio nobilissimo, che ha addirittura la dignità di un postulato religioso (e non a caso in pagine di alto e tormentato sentire Tessitore parla di assoluto e di fede laico-liberale), quello per cui l'umanità è composta da individui responsabili, ognuno dei quali deve poter assecondare il demone che gli turbina dentro conducendosi con indipendenza per le strade della vita. Buone o cattive non è dato sapere, ma basterebbe che tutti (compresi i piccoli e gli oscuri) potessero concretamente usare di quell'indipendenza che, in punta di diritto, il liberalismo proclama patrimonio di ognuno. Quando invece, come appunto per lungo tempo è avvenuto in Italia, la povertà menoma i deboli e li pregiudica nell'esercizio stesso delle loro libertà, allora bisogna che lo stato smetta di riparare dietro la formula della neutralità e necessita che da agente dell'ordine si muti in strumento di giustizia. Diversamente quei diritti che fanno la gloria del liberalismo si perdono nell'inconsistenza del miraggio e (almeno per coloro che di fatto ne rimangono esclusi) ruzzolano nel lenocinio della retorica. Dopo di che tra i princìpi dello stato-apparato e le condizioni dello stato-comunità si scava una trincea profonda, troppo profonda perché non vi rimanga interrato proprio quel respiro della vita che solo ossigena e rinvigorisce il diritto. Dunque ha ragione Tessitore quando, col conforto di una tradizione che risale a Silvio Spaventa, e di qui a De Sanctis e che poi rimanda fino all'amato Cuoco, ricorda che l'Italia avrebbe potuto fruire di un'architettura giuridica assai più solida di quanto non sia stata solo se i "due popoli" (e cioè, alle strette, i ricchi e i poveri) fossero stati governati entrambi, "anziché far come se uno dei due proprio non esistesse", remoto e importuno quale esso riusciva all'angustia d'animo dei potenti di turno. Il liberale sceglie la giustizia non perché venga rapito dal fascino di princìpi diversi da quelli che, per esempio, prosperano nel comunismo o nel cattolicesimo. Sceglie la giustizia perché quello richiede l'impegno per la libertà; perché esattamente quello esige il processo espansivo degli individui, di tutti gli individui, a cominciare da quelli che soffrono la miseria e nella cui abiezione dovrebbe sentire offesa la propria umanità anche il liberale. Soprattutto il liberale. Purché serio e purché conseguente.   Gaetano Pecora