Gli statuti impossibili

Giorgio Politi

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1995
Pagine: XXI-371 p.
  • EAN: 9788806131173
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recensione di Albertoni, G., L'Indice 1996, n. 1

"Come un romanzo" era il titolo con il quale Daniel Pennac alcuni anni fa ben rappresentò il contenuto di un suo fortunato saggio sulla lettura. Come un giallo potrebbe essere invece il sottotitolo della ricerca condotta da Giorgio Politi su un testo, la cosiddetta "Landesordnung" del Tirolo, e sul suo autore, Michael Gaismair, uno dei principali esponenti delle insurrezioni che attorno al 1525 sconvolsero il mondo rurale, o forse sarebbe meglio dire il mondo dell'"uomo comune", in varie regioni della Germania meridionale e delle Alpi orientali.
Il percorso attraverso il quale Politi introduce i suoi lettori in un tempo di violenti scontri tra modelli diversi di stato, di religione, di organizzazione sociale, apparentemente è assai ostico. Egli infatti rinuncia all'affresco storico, ponendoci invece di fronte alle fonti primarie, ai testi.
Suo grande merito è quello di trasformare un attento e accurato lavoro di ecdotica in un percorso intellettuale avvincente, che permette allo specialista di verificare passo dopo passo la proposta interpretativa dell'autore, e al semplice lettore di apprendere il lavoro dello storico, di apprezzare la ricerca del dettaglio rivelatore, come nei migliori romanzi polizieschi. Ma il testo di Politi ha un altro grande merito: ci fa capire come molte ricostruzioni storiche creino un paradigma consolidato attorno a personaggi e fatti, tanto che spesso i ricercatori vengono spinti a dare per scontati elementi che, una volta sottoposti a vaglio critico, si possono rivelare erronei se non del tutto inesistenti. Questo è proprio il caso di Michael Gaismair e dei moti che attraversarono il Tirolo nel 1525.
Ma chi era Gaismair? Per non trasgredire al procedimento utilizzato da Politi, anche noi terremo, sia pur più brevemente, il lettore con il fiato in sospeso. Per ora possiamo dire chi, fino allo studio di Politi, si è creduto fosse Michael Gaismair. Di lui possediamo pochi e insicuri dati biografici: egli nacque verso la fine del XV secolo in un piccolo borgo presso Vipiteno, a pochi chilometri dal passo del Brennero, nella Contea del Tirolo. Figlio di una famiglia di contadini e imprenditori minerari benestanti, riuscì probabilmente a completare la sua formazione presso un'università italiana, dopodiché svolse importanti incarichi cancellereschi, divenendo segretario di Sebastian Sprenz, principe vescovo di Bressanone. Con l'avvio della Riforma e il conseguente terremoto sociale che investì varie aree dell'Europa centrale, Gaismair venne eletto comandante in capo dagli insorti brissinesi. Catturato con uno stratagemma dalle autorità tirolesi, una volta fuggito si sarebbe rifugiato prima in Svizzera, dove secondo la tradizione avrebbe stilato degli statuti ricordati con il nome di Landesordnung, e poi nella Repubblica di Venezia, dove si distinse per le sue capacità di condottiero militare e venne assassinato nel 1532.
Attorno a questa figura di grande fascino, a partire dal XVI secolo cadde una cortina di silenzio, interrotta solo dalla sporadica edizione dei suoi statuti. Fu un silenzio non casuale, sul quale Politi non si sofferma, ma che forse avrebbe meritato una maggiore attenzione perché costituisce in qualche modo il prologo alla ricostruzione storiografica avvenuta nel corso del nostro secolo, alla quale invece Politi dedica un'analisi critica giustamente spietata, volta in particolar modo alla demolizione del cliché costruito attorno a Gaismair, visto come un precursore dell'egualitarismo comunista. Questa particolare interpretazione, basata su una lettura e una datazione della "Landesordnung" che nella sua attenta e argomentata analisi filologica Politi dimostra essere erronee, trovò il suo massimo sostenitore in Josef Macek che nel 1960 dedicò a Gaismair una importante monografia. A partire dal testo di Macek fu avviata una vera e propria 'Gaismair-Renaissance', ad opera di storici legati in modo più o meno diretto al movimento interetnico che nei medesimi anni incominciava a estendersi in Alto Adige grazie ad Alexander Langer, il leader verde drammaticamente scomparso quest'estate. Gaismair diveniva così l'emblema dell'"altro Sudtirolo", che si contrapponeva al Sudtirolo dei gruppi linguistici divisi in gabbie etniche, al Sudtirolo che aveva come eroe Andreas Hofer, l'oste che nel 1809 guidò la sollevazione antinapoleonica nel nome del "Heiliges Land Tirol".
Anche l'analisi su Gaismair subiva pertanto una sorte comune a gran parte degli studi dedicati al passato del Tirolo, una regione che, in seguito alla traumatica separazione del 1918 e alla particolare repressione attuata in essa dal fascismo, quasi sempre ha ricercato nel passato dei "miti" su cui ricostruire l'identità del presente. Politi si pone giustamente al di fuori di questa tradizione, di cui trascura però alcuni elementi. Sarebbe stato utile forse ricordare che Gaismair non fu visto come predecessore solo dalla sinistra: a partire dagli anni trenta egli fu al centro degli interessi di ambienti nazionalsocialisti: ad esempio, il Gauleiter nazista Alfred Frauenfeld compose assieme al poeta Josef Wenter un dramma intitolato proprio "Michel Geismair" (sic), nome che venne assegnato anche a un reggimento delle SS. Gaismair in questo caso era visto come l'eroe "titanico", laico, antiecclesiastico. Il legame Gaismair-nazismo può fornire, poi, una chiave d'accesso a un mistero irrisolto da Politi: la scomparsa della copia della "Landesordnung" conservata nell'Archivio di Stato di Bolzano, trafugata probabilmente in quegli anni da funzionari nazisti della commissione sulla 'Ahnenerbe' alla ricerca di documenti basilari per la storia "germanica" del Tirolo. E in questa storia, la Landesordnung appariva un elemento fondamentale.
Certo, se avessero potuto leggere le conclusioni a cui giunge Politi i gerarchi nazisti sarebbero rimasti fortemente delusi. Attraverso una convincente collazione dei testi della Landesordnung conservati negli archivi di Bressanone e Vienna e tramite un serrato confronto con altre fonti, Politi giunge a conclusioni che ribaltano totalmente quanto sino a qui creduto: la Landesordnung probabilmente non fu opera di Gaismair e i suoi contenuti, pur ispirati alla dottrina di Zwingli, sarebbero per molti versi tutt'altro che rivoluzionari o anticipatori del comunismo contemporaneo. Come ben dice lo stesso autore, la sua ricerca lascia dietro di sé un paesaggio di macerie, di macerie altresì salutari sulle quali ora ricostruire un nuovo quadro della storia del Tirolo del Cinquecento.