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Editore: Einaudi
Anno edizione: 2008
Pagine: 391 p., Brossura
  • EAN: 9788806186944
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Oxford, 1919. Il Primo conflitto mondiale è appena terminato e una schiera di giovani reduci torna sui banchi universitari. Le ombre dei compagni morti popolano le loro notti, la routine accademica non ha risposte da offrire all'orrore vissuto al fronte. Da un giorno all'altro l'austera quiete dei college è turbata dall'arrivo di T. E. Lawrence, il leggendario «Lawrence d'Arabia». Partito da Oxford come archeologo e divenuto ispiratore della rivolta araba contro i turchi, l'uomo d'azione ha ora un nuovo incarico: scrivere il memoriale della propria impresa. Mentre i ricordi prendono vita, la saga di «Lord Dinamite» si alterna alle vicende di tre sopravvissuti al massacro: John Ronald Reuel Tolkien, filologo e scrittore di racconti; Clive Staples Lewis, studente di lettere che dalla guerra ha avuto in dono una doppia vita; Robert Graves, poeta che tenta invano di affrancare i propri versi dall'incubo delle trincee. L'incontro con Lawrence cambierà per sempre le loro vite, costringerà ognuno a confrontarsi con i propri fantasmi e sarà il punto d'origine di nuove memorabili storie.

Recensioni dei clienti

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    marco amadori

    29/10/2010 12.27.39

    I Wu Ming (di qualsiasi numero) valgono sempre il prezzo del biglietto e anche se rimangono sottotono, sono sempre una spanna sopra gli altri.

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    Monsa

    08/11/2009 12.30.51

    La cosa migliore di “Stella del Mattino” è, indubbiamente, la copertina con la foto più bella di un T.E. perso nel suo sogno. Wu Ming 4 scrive un libro molto coraggioso toccando argomenti pressoché sconosciuti in Italia e relegati, di norma, ai soli libri di storia: la rivolta araba, la devastante eredità della prima guerra mondiale, la complessità intellettuale di una Inghilterra che ancora non si identifica con il solo Harry Potter. Stella del Mattino è la storia del ritorno di Lawrence d’Arabia a Oxford in quel breve arco di tempo tra la caduta di Damasco, la prima stesura dei Seven Pillars e l’arruolamento nella RAF. All’ombra della prestigiosa università inglese si intrecciano i dubbi e le vite di Lawrence, Tolkien, Clive Staples Lewis e Robert Graves tutti a modo loro segnati, in maniera più o meno indelebile, dai drammi della loro epoca. Stella del Mattino è un libro tabù per l’Italia – non contiene neppure un rigo sulla resistenza o sulla Costituzione (che Dio la maledica!) – ma, purtroppo, è un libro che non convince mai benchè le atmosfere di Oxford siano state catturate con efficacia e il periodo storico trattato con una maturità ed una consapevolezza del tutto inaspettata. Una buona idea non basta, però, a fare un buon romanzo e saper scrivere non significa anche scrivere bene. Stella del Mattino finisce per essere, nelle sue parti migliori, il riassunto di un capolavoro (The Seven Pillars, of course) e nelle peggiori un testo che non appassiona benché vero, profondo e sentito. Diamo atto a Wu Ming 4 di averci almeno provato.

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    Angelo Crudo

    27/03/2009 21.20.32

    A un certo punto della nostra vita ci sentiamo tutti reduci. E' questo il motivo per cui una storia ambientata 80 anni fa, a ridosso di una guerra che conosco relativamente poco rispetto ad altre che le sono succedute, mi sembra così mia, così rilevante alla luce di ciò che mi circonda. L'incedere apparentemente blando degli avvenimenti fa sì che si prenda familiarità con l'ambiente ed il periodo storico che circonda i protagonisti del romanzo tanto da sentirne la mancanza quasi fisica a lettura ultimata. In Manituana a un certo punto un personaggio diceva: "Quando tutto scorre veloce, impara ad essere lento". WM4 ha evidentemente preso a cuore questo suggerimento scrivendo un libro meditativo ed introspettivo. Questo nonstante le esperienze dei tre poeti durante la guerra di trincea, e, soprattutto, di Ned sul fronte mediorentale, si prestassero a flashback carichi di azione ed epica. L'epica invece si fa largo serpentinamente tra missive, brevi episodi accennati a mezza voce o taciuti al mondo intero e lasciati ai propri pensieri. Potrebbe sembrare una strategia perdente ai fini della fruibilità della storia, ma credo che invece sia la sua forza, e che le poche e mirate ricostruzioni degli episodi di guerra siano più che sufficienti. Una pecca che vale la pena di menzionare è il poco approfondimento del persoanggio della Signora Moore, che avrebbe potuto meglio tratteggiare la figura di uno dei protagonisti. Chiudo con una citazione dal libro, che rispecchia in qualche modo il mio stato d'animo al termine della lettura: "Una buona storia è capace di scaldarti il cuore e avvicinarti a qualcosa di vero, talmente forte che si potrebbe perfino scambiare per Dio." In fondo è questo che cerchiamo dalla storie.

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    Claudio

    25/03/2009 12.14.57

    Che noia! Niente a che vedere con Wu Ming, una roba pallosissima, con troppi personaggi assolutamente indistinti e indistinguibili, con trenta storie diverse che spesso nemmeno si intrecciano e vengono lasciate a metà, con un personaggio, Lawrence d'Arabia, che è interessante ma viene tratteggiato solo in parte. Avesse fatto una storia di Lawrence d'Arabia, un po' più approfondita, forse sarebbe venuto fuori qualcosa di meglio, così è veramente pessimo. Non è obbligatorio fare lo scrittore, se uno non ne è capace può anche fare altro. Ciò che poi è disonesto è sfruttare il nome Wu Ming per scrivere una roba del genere (deduco che gli altri 3 siano + bravi a scrivere se no i bei libri scritti dal gruppo non si spiegano).

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    Ste

    07/01/2009 14.40.19

    Che fatica leggerlo tutto. Da amante del collettivo Wu Ming, quest'ultimo l'ho trovato noioso. Mi spiace, sara' gusto personale ma troppe menate su intellettuali inglese che non conosco. Spero nel prossimo.

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    Katiusha

    02/08/2008 07.15.44

    Non ho mai letto "I sette pilastri della saggezza" e non conosco molto la figura di Thomas Edward Lawrence, più comunemente conosciuto come Lawrence d'Arabia. Ma Wu Ming 4, membro di Wu Ming, il cui nome vero è Federico Guglielmi, penetra fin nel profondo del suo animo. L'accuratezza dei termini scelti, il modo di descrivere mi hanno permesso di capire in pieno il tormento impresso in ogni riga. Ma Lawrence non è l'unico protagonista dell'opera, i suoi passi si incrociano con quelli del poeta Robert Graves, il filologo John R. R. Tolkien e lo studente Clive Staples Lewis, detto Jack. L'interiorità dei quattro personaggi, il loro tormento dopo una guerra causa di tante sofferenze e perdite, è descritta molto bene. I flashback riguardanti il passato fanno in modo che la figura di Lawrence, con il suo alone di mistero, assuma contorni più distinti. Ho apprezzato molto anche la scelta del cambio di vista, che permette di penetrare più a fondo nella loro mente, nella loro disperazione. La narrazione della loro vita familiare aiuta a rendere questi giganti divenuti immortali grazie alle loro opere molto più umani. Molto commovente il finale ambientato nel 1935, l'anno della morte di Lawrence.

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    sergio

    23/07/2008 11.19.13

    Non è un romanzo per tutti i palati, ma per il mio sì. Va detto che da buon anglofilo l'argomento trattato mi ha coinvolto molto. I Wu Ming hanno scritto libri con molta più avventura e molta più azione, come Q e Manituana, ma a me è sembrato che in questo abbiano tirato le somme di molti temi che compaiono negli altri loro romanzi, rinunciando a una trama rocambolesca. Tra l'altro c'è un approccio più filosofico e meno ideologico, mi pare, rispetto ad altri loro scritti. Nel complesso mi è piaciuto molto.

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    Faz

    21/07/2008 08.54.20

    Piuttosto inconsistente. Qualche frase a effetto qua e là, ma poca sostanza narrativa. Manca un'idea portante, un centro, un peso. Giudizio negativo.

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    A.

    18/07/2008 17.33.18

    Ho cominciato questo libro attirata dalla storia, ma con grande titubanza poichè avevo cominciato a leggere "Manituana" ma mi ero arenata a pagina 60 a causa della miriade di personaggi e della difficoltà di afferrare il filo del racconto! Anche in questo libro all'inizio bisogna essere molto attenti ma poi la storia è molto molto appassionante...l'ho divorato in 2 giorni!! e alla fine ho pensato che mi sarebbe piaciuto che alcune storie e alcuni personaggi fossero approfonditi maggiormente. Lo consiglio vivamente!!

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    patrick

    17/07/2008 00.44.10

    Un libro noioso e illeggibile. Come del resto le ultime prodezze dei Wu Ming.

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    gemma

    30/06/2008 14.52.54

    Questo romanzo mi ha posto una contraddizione. Anche se ho apprezzato alcuni loro libri, i WM non sono propriamente il mio genere, le loro trame a volte mi appassionano anche, ma in definitiva le trovo troppo testosteroniche per i miei gusti. Una parziale eccezione è Manituana, dove c'è un personaggio femminile molto bello, che però alla fine risulta un po' idealizzato. Allora mi sono chiesta: perché un romanzo tutto centrato sull'amicizia virile, sull'omosessualità, sulla guerra, mi è piaciuto più degli altri? Dopo averci rimuginato sopra non poco, ho trovato la risposta nella delicatezza con cui sono tratteggiati i personaggi di Stella del mattino, anche quelli secondari. Non ci sono stereotipi o cliché hollywoodiani come si riscontra negli altri romanzi di WM, la narrazione soffre meno l'ansia da prestazione maschile. Andy è il personaggio che mi ha commosso di più e mi è piaciuta moltissimo Nancy, la moglie di Greaves, davvero un grande carattere, peccato abbia uno spazio limitato. A un certo punto mi sono trovata a immaginare come sarebbe uscita la stessa storia raccontata dal punto di vista di Nancy e ho finito per leggere il romanzo con i suoi occhi, ho osservato i personaggi da fuori, lateralmente, acquisendo il suo scetticismo. Così facendo sono entrata nella trama dalla porta di servizio, come uno dei personaggi del libro si intrufola nel giardino della casa di Lawrence di nascosto. E' stata un'esperienza strana e interessante. Mi è perfino venuta voglia di andare a Oxford. Chissà, magari lo farò. Non sono cose che mi capitano con tutti i romanzi.

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    Dario

    18/06/2008 09.27.39

    Ho letto il romanzo in pochi giorni, nonostante le prime cento pagine costringano a un livello di attenzione molto alto. Però la vicenda dei quattro protagonisti finisce per agganciarti e da metà in poi il romanzo si beve d'un fiato. Mi avrebbe forse facilitato nella lettura la conoscenza degli autori in questione, dei quali però conoscevo solo Tolkien. Tuttavia non lo definirei affatto un romanzo "molto faticoso", come sostiene uno dei commentatori qui sotto, secondo me i romanzi faticosi sono altri, sono quelli che pianti lì, che fai fatica a riprendere in mano la sera, e non è questo il caso. Certo siamo lontani dalle grandi atmosfere di Q o Manituana, i paesaggi sono più ordinari, anche se poi ci sono i capitoli nel deserto che allargano l'orizzonte. E' come se in quei capitoli l'autore volesse accennare ai romanzi precedenti dei wuming, per creare un ponte con essi, e poi stringere la narrazione dentro spazi apparentemente più angusti, in realtà sconfinati come l'anima dei protagonisti. Secondo me se questo libro non sta facendo scoppiare le solite polemiche che ci sono per ogni nuova uscita dei wuming è perché non ci si aspettava da loro un romanzo del genere, molto più "psicologico" dei precedenti. Non so se si tratta di una svolta, però sicuramente va apprezzato il tentativo di non ripetersi e di battere nuove strade.

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    Arianna

    12/06/2008 12.40.51

    Me lo stavo chiedendo da un po' di tempo: come mai su "Stella del mattino" non ci si divide come è accaduto per gli altri titoli? Come mai questo libro dell'officina Wu Ming, uscito già da qualche settimana, non ha ancora suscitato la consueta reazione di chi si finge un loro lettore deluso per vomitare astio? Non sarà che stavolta i Wu Ming hanno sbagliato qualcosa e hanno scritto un libro... smussato, senza spigoli, che non tocca i nervi e non mette in crisi le certezze del lettore su di sé, su come si legge un libro, su cosa ci si deve aspettare da un libro? nel frattempo l'ho letto e ho pensato: no, non può essere questo. Gli spigoli ci sono in abbondanza, c'è un Tolkien che non piacerà affatto a chi ancora lo dipinge come un quasi nazista, c'è il gran numero di personaggi, c'è la partenza "lenta" in un periodo storico in cui molti lettori vogliono la pappa pronta subito.. E allora come mai niente attacchi, niente veleni...? La risposta che mi sono data era: forse non se ne sono ancora accorti. negli ultimi giorni ho tirato un grande sospiro di sollievo perché ho cominciato a notare su anobii e altri siti (adesso anche su questo) gli animi che si dividono e la battaglia tra voti altissimi e voti bassissimi, e quelle tipiche recensioni che avevo visto in passato. basta cambiare il titolo e la reazione è sempre la stessa per ogni libro del gruppo bolognese: il libro è orrendo (ma non si dice perché), li ho sempre seguiti ma questo è troppo commerciale e troppo incomprensibile (!!), vogliono far sentire i lettori intelligenti (meglio farli sentire stupidi, evidentemente) ecc. e così mi rincuoro, i Wu Ming non mi hanno delusa :)

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    Francesca

    09/06/2008 08.43.46

    Un libro molto pretenzioso e molto faticoso, un prodotto intellettuale per così dire "da banco" che si pone come obiettivo primario quello di far sentire il lettore tanto intelligente e profondo, piccole furberie disseminate qua e là servono egregiamente allo scopo. Alla lunga noiosetto. Tutto sommato una delusione cocente, non ti abbandona mai il senso di incompiutezza e di inadeguatezza, come se dopo ogni pagina si dovesse arrivare a quella svolta (letteraria) che però non arriva mai, lasciandoti sempre in sospeso, come se la storia avesse un interdetto non risolto e non risolvibile. Verrebbe da dire: ridateci 'Q' o perlomeno tornate a quel'ispirazione perchè qui vi manca proprio quella scintilla primigenia che fa di uno scritto qualcosa di memorabile.

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    kurtz

    04/06/2008 06.20.25

    Bel libro, ma non un capolavoro. Sicuramente ben scritto, ma non entusiasmante. Da leggere, ma senza grossi spunti, la storia di dipana e intreccia in maniera molto pacata, quasi cauta, lasciandoci sottointendere le vicende piu' che raccontarcele. Comunque da leggere.

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    Kilgore

    19/05/2008 13.41.18

    Io, odiatore di guerre, ho però sempre subito il fascino della Prima Guerra Mondiale. No, non della prima guerra mondiale in sé; piuttosto, della sua capacità mitopoietica. Mi ero sempre chiesto perché la GM1 avesse fecondato con il suo orrore tante anime, producendo tante canzoni meravigliose, in tutto il mondo, anche a decenni di distanza (And the band played Waltzing Matilda è addirittura degli anni 70), e la GM2 no. Questo libro, insieme alla bellissima proporzione di Paolini ("il rugby sta al calcio come la prima sta alla seconda guerra mondiale"), mi dà una risposta. L'insensatezza di quella guerra non può essere sublimata altrimenti che nella celebrazione dei suoi atti costitutivi minuti; o, meglio, nella loro scomposizione in atti e sentimenti elementari (l'amicizia virile, la solidarietà tra dannati, l'eroismo implicito nel solo gesto di salire la scaletta della trincea, il confronto con ordini e superiori insensati e inadeguati, l'orrore ipnotico della "no man's land"), e nella loro ricomposizione in una costruzione mitica che fosse portatrice, questa volta, almeno di senso, se non di pacificazione. Forse davvero, in questo senso, il fascismo e la costruzione epica tolkieniana hanno davvero qualcosa in comune: entrambi miti derivati dalla riaggregazione, affatto diversa, di quelle pulsioni elementari. La prima umanista, individualista, ascendente (dall'esperienza individuale e politica al mito), catartica e sempre vigilmente cristiana; la seconda massificante, discendente (dal mito alla politica e all'individuo), revanscista e nichilista. Penso che sia questo il motivo dell'irriducibilità dell'esperienza di Lawrence a quella dei tre poeti, e il motivo della difficoltà del suo gesto letterario: Lawrence è l'unico che continua a sforzarsi di trovare alla guerra un senso politico endogeno, l'unico che non può (non deve?) ripartire dall'insensatezza della sua esperienza, per superarla; spera, invece, di poterla riempire ancora di significati. Trovo che questo sia un libro bellissimo, e indispensabile.

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    Monica Mazzitelli

    09/05/2008 23.53.24

    Leggevo SdM e rileggevo Tolkien: la magia di Gandalf, la Compagnia, Gollum e l’Unico Anello... SdM è un romanzo sentimentale che mette una pietra tombale sopra le distinzioni di genere, nel senso che è "beyond-gender": smette di porsi il problema. Una narrazione con profondità e sensibilità femminile che descrive atti virilmente maschili messi a fuoco su protagonisti spesso omosessuali. Di più, protagonisti per i quali la preferenza sessuale è subordinata alla scelta consapevole di un legame omeo-patico ["sofferenza tra simili"], che porta la sessualità sullo sfondo e finalmente la devolgarizza, le toglie freudiana coazione. Il fulcro di SdM è il valore dell’amicizia, del cameratismo in senso letterale. Poesia degli affetti che restano incontaminati anche nella puzza marcia delle trincee, e perfino nel tradimento. Grandi tradimenti generati da grandi amori. E poi: un romanzo dalla tonalità dolente, invernale. Anche nel cieli più assolati restano presagi di pioggia, di freddo, di bagnato e di ghiaccio che entra in tutte le fessure e le dilata spaccando, fa di tutto polvere riarsa. Deserto nitido che cerca purezza dell’anima in grandi solitudini. Che sia lo spazio di un prato di erba fangosa di Oxford o il Grande Nefudh non cambia molto, resta comunque il senso di sbigottimento nell’incontrare se stessi nell’assenza di distrazioni e non osare guardarsi negli occhi. Per questo servono gli amici: per il coraggio di alzare lo sguardo sullo specchio. E quindi prendere atto di ciò che si è, capire che il destino è "ciò che va fatto" perché è scritto in come scegliamo di leggere le nostre stelle. Accettare di avere atti da compiere per portarci a termine, spendere il nostro talento. Di nuovo gli spettri di Manituana che indicano la strada a un Tolkien macbethiano, che potrà tornare a dormire solo se capirà che è lui stesso che uccide il suo sonno. La scrittura come terapia ma anche, comme d’habitude, come mitopoiesi.

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