Stella del Nord (nuove laminette orfiche)

Ito Ruscigni

Editore: De Ferrari
Collana: Poesia
Anno edizione: 2011
Pagine: 144 p., Brossura
  • EAN: 9788864052977
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  La poesia di Ruscigni appare un unicum nel panorama italiano. Al di là di quest'ultima collezione, Ruscigni scrive da tempo. Nel 1984 esce In uno itinere, due anni dopo L'antro del Nume. Poi nel 1989 Notte dell'insonnia e nel 1993 Negli Specchi del fantasma. Nel 1999 pubblica Il giardino del Lepre e infine Laminette Orfiche (2006) e Eis. Tu sei (2009). I versi sono scalpellati nella pietra. Duri, lapidari. La musica sembra a tutta prima assente, ma è celata proprio nel taglio aspro. In una potatura violenta. È uno stile oracolare, teso a svelare ciò che sta oltre il detto. Il nucleo centrale è la ricerca della verità sull'essere tramite i simboli che Ruscigni trova soprattutto nella religione egiziana antica e nella filosofia greca. Da un lato stanno le sue teorie su una verità collocata nel passato antico dell'essere umano, in una rivelazione primigenia, originaria, preistorica. La verità non progredisce, è tutta celata, ma anche rivelata, nelle origini. A essa non bisogna tanto ritornare, quanto intuirla, nei molteplici simboli che gli antichi hanno trasmesso. Dall'altro lato, però, l'ispirazione poetica nasce dal fascino che il simbolo in quanto tale esercita su di lui. La definizione più adeguata mi sembra quella di poesia gnostica, perché la conoscenza della realtà profonda – celata – dell'essere è il suo obiettivo: "Mi guardi / con occhi di gatto / per strappare il segreto / che invece è in te. / Ch'io sono lo specchio / che corregge l'immagine. / Sei il conoscente e il conosciuto / il salvato e il salvatore. / Taglia la testa al Drago / prima che rovesci la barca del Sole. / Recidi le radici all'albero del male". "Conoscente e conosciuto", "salvato e salvatore" sono indici inequivocabili della terminologia della riflessione recente sulla gnosi. Il segreto deve essere svelato, ma lo specchio, il simbolo, benché veicoli imprescindibili, sono sempre deformanti. E al desiderio non resta che il simbolo, non la realtà. Come dice la terza parte della composizione iniziale: "L'inesprimibile / si riverbera nel Simbolo / e diventa intelligibile / La lingua dei sogni / precede il parlare degli uomini / Il Logos non s'oppone al Mito". E, più oltre: "Fa Oh Diva / che il concetto / acme del sillogismo / si raccolga in immagine". L'immagine è più intellegibile del concetto. Il mito è più intellegibile del logos. Demitizzarlo sarebbe perdere anche il logos. Da qui la critica a Bultmann, espressa chiaramente nella collezione precedente: "Non troverai Bultmann / Il nocciolo del trascendente / spogliato dal mito / il certificato d'anagrafe / del divino o quello di morte e risurrezione". Che il simbolo sia ciò che affascina Ruscigni lo conferma anche l'immagine che egli pone in copertina: uno dei cosiddetti "emblemi" così diffusi nel XVI secolo in quella filosofia rinascimentale che si ispirava alla filosofia greca e al Corpus Hermeticum, uno di quelli incisi a Bologna nel 1555. Non credo, perciò, che abbia ragione Marco Vannini nella sua presentazione, nel ridurre Ruscigni alla mistica. Non vedo dominare la mistica in lui. Si, certo, Vannini si sente in sintonia nell'accentuare il valore dell'interpretazione allegorica che permetterebbe di scoprire il senso profondo della realtà. Certo, anche per Ruscigni il tradizionalismo nel senso della verità originaria è tutt'altro che assente, con sfumature, mi sembra, massoniche, nel senso della convergenza universale delle tradizioni originarie. La poesia di Ruscigni testimonia una parte importante della cultura italiana, oggi quasi dimenticata e nascosta. Merita perciò attenzione accurata e prolungata. Quando una tradizione culturale estranea al cristianesimo si fa luce in Italia deve necessariamente fare i conti con il cristianesimo che da noi è dominante. In questa prospettiva, il cristianesimo acquista un rilievo cospicuo. Ruscigni sembra oscillare tra amore e identificazione da un lato e rifiuto tramite una radicale critica e/o reinterpretazione gnostica dall'altro. Non è contraddizione, ma la necessità tipica della nostra cultura. La poesia su Paolo è esemplare. Terribile ma anche oscura. Paolo appare "accecato", e sostituisce "ubbidire al posto di conoscere", Ma poi: "Non maschio o femmina / Adamo Primordiale Cristo / Logos che il mondo trascende". In questa tradizione importante e dimenticata di cui Ruscigni è espressione sta anche il rapporto necessario con maestri di iniziazione. Ed egli ne ha avuto uno, "Sofo", Angelo Saglietto, così definito da Ruscigni in Eis: "Sofo è uno di quei misteriosi personaggi, come Ietro, Melchisedec che, pur apparendo pochissimo nella storia, in realtà sono destinati a condizionarla in quanto essi emanano dal Principio, dall'Invariabile mezzo, dal Polo celeste, dall'Asse del mondo…". Ma la poesia di Ruscigni indaga ogni aspetto della realtà esistenziale – da qui le diverse poesie di amore, di affetto familiare, di pietas verso gli animali – e per questo sembra in ultima analisi espressione di un fascino esercitato dal simbolo su ogni aspetto della vita vissuta. Mauro Pesce