Storia d'Italia (1943-1996). Famiglia, società, Stato

Paul Ginsborg

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1998
  • EAN: 9788806145965
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    Fabrizio D'Alfonso

    03/09/2010 10:26:46

    Paul Ginsborg dà grande importanza ai giudizi del citatissimo Eugenio Scalfari, che sono però molto oscillanti. A pag. 527, per es, Ginsborg scrive: "E. Scalfari, in uno dei suoi tanti editoriali catastrofici ma spesso salutari..., così riassumeva la situazione nel settembre 1991: 'La verità è che questo Stato è fallito. Lo sappiamo tutti. Qualcuno lo dice, la maggioranza nasconde la testa nella sabbia'." Eppure solo pochi mesi prima (21 ottobre '90) Scalfari aveva dichiarato sul suo giornale (in un articolo non citato da Ginsborg, ma che traggo dal mio zibaldone) che le istituzioni erano vive e robuste. Parlando dei 421 fogli scritti da A. Moro durante la prigionia e ritrovati in quell'autunno del '90, Scalfari aveva affermato che essi non contenevano niente di nuovo, ma solo "l'odio di Moro contro Zaccagnini, Andreotti, Cossiga, Berlinguer, colpevoli ai suoi occhi di rifiutare ciò che gli uomini delle Brigate rosse pretendevano". E dopo un giudizio così inaspettatamente impietoso e rozzo, Scalfari aggiungeva, come significativa conclusione, che il ritrovamento degli appunti di Moro avrebbe potuto screditare le istituzioni e gli uomini che le rappresentano, ma "non pare che l'obiettivo sia stato raggiunto". Il pensiero di Scalfari, che Ginsborg, nel lungo arco di tempo da lui studiato, riporta sempre con pieno consenso, procede così, a zig-zag, fino ai nostri giorni, ora decretando (in modo retorico) il fallimento dello stato, ora riaccreditando (in modo sostanziale) uomini politici e istituzioni. Beppe Grillo, per es., contestatore efficace e popolare dei professionisti della politica, è stato criticato da Scalfari con sorprendente violenza ("Grillo impersona il peggio dell'italiano; è l'arcitaliano del peggio"), mentre Gianfranco Fini, che politicamente è solo una espressione burocratica delle nostre istituzioni malate, è stato, ancora nelle settimane recenti, lusingato e difeso. No, non si capisce molto dell'Italia sulla scia di Scalfari.

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    Fabrizio D'Alfonso

    31/08/2010 10:41:43

    L'opera di Paul Ginsborg è una cronaca minuziosa e prolissa. L'autore interpreta la realtà sovrapponendole degli schemi politici astratti (a volte di natura statistico-amministrativa) che lo inducono facilmente a prendere fischi per fiaschi. A pag. 671, per esempio, parlando dello sviluppo culturale negli anni '80 e '90, Ginsborg scrive: "Il numero dei lettori di quotidiani aumentò per tutti gli anni '80, e nello stesso periodo aprirono in continuazione nuove librerie. Vent'anni prima, viaggiando sui treni italiani, era normale vedere i giovani leggere fumetti, chiacchierare o semplicemente guardare fuori dal finestrino. Negli anni '90 si poteva riscontrare un mutamento estremamente significativo: un numero sempre maggiore di giovani, soprattutto donne, sfruttava il viaggio in treno per leggere o studiare". Si può immaginare una conclusione più preconcetta ricavata da un'osservazione così futile? Qui è utile ricordare un passo di Montaigne: "Lo studio dei libri è un'operazione languida e fiacca che non riscalda; mentre la conversazione insegna ed esercita al tempo stesso". Io, che ho viaggiato regolarmente per più di 30 anni fra Roma e Firenze, sempre chiacchierando con piacere con viaggiatori di tutte le categorie (fra cui tanti emigranti meridionali, che ogni volta offrivano cordialmente qualcosa delle loro provviste), ricordo con precisione il momento in cui mi accorsi che gli emigranti tradizionali erano spariti e che nessuno in treno aveva più voglia di conversare. I nuovi compagni di scompartimento, ormai tutti più giovani di me, erano ciascuno immerso nella lettura di un libro o di un giornale, ascoltando musica con l'auricolare da una radiolina tascabile. Quel silenzio e quell'isolamento mi sorpresero e mi sconcertarono, e mi sembrarono un grave segno di inciviltà. Ginsborg, con il suo ottimismo amministrativo, li considera invece un segno incoraggiante di crescita culturale. Si capisce davvero poco dell'Italia dalla lettura del libro di Ginsborg.

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    Fabrizio

    01/07/2010 11:22:21

    Il monumentale volume di Ginsborg allinea come un manuale un gran numero di fatti, ma non offre una interpretazione illuminante del dopoguerra italiano. Sul rapimento di Moro Ginsborg scrive a p. 459: "I principali commentatori, come E. Scalfari, concordarono pienamente con i comunisti. 'La decisione da prendere è terribile, - scrisse Scalfari in un famoso editoriale - perché si tratta di sacrificare la vita di un uomo o di perdere la Repubblica. Purtroppo, per i democratici la scelta non consente dubbi'." Nella pagina successiva G. osserva che "è generalmente riconosciuto che la crisi del terrorismo italiano prese l'avvio dall'uccisione di Moro", soprattutto perché nella popolazione "si diffuse un profondo sentimento di ripulsa per quanto i brigatisti avevano fatto." (Ma a me questa tesi sembra superficiale). E G. conclude il ragionamento: "sembra quindi corretto riconoscere che avevano ragione i paladini dell'intransigenza." Alle pp. 476 e 477, però, G. scrive qualcosa che, senza che lui mostri di accorgersene, contraddice questa democratica certezza. "Il giorno dopo l'uccisione di A. Moro, parecchi commentatori scrissero che la Repubblica non sarebbe più stata la stessa. G. Saragat osservò: 'accanto al cadavere di Moro c'è anche il cadavere della 1^ Repubblica'. E. Scalfari ammonì: 'quello che Saragat teme può diventare realtà solo se tutti insieme non affronteremo l'opera di rifondare la 1^ Repubblica'". Dunque il sacrificio della vita di Moro non valse a non perdere la Repubblica, come Scalfari aveva invece garantito, con piglio da antico romano, nel suo editoriale. Anzi, averlo lasciato assassinare per democratica intransigenza ebbe solo l'effetto di rivelare la debolezza delle istituzioni e di accelerarne l'agonia. Ma Scalfari, come Veltroni (fondatore del 'ma-anchismo'),cade sempre in piedi e può ammonire ora per una cosa e ora per il suo contrario, senza riguardo per la coerenza che un sentimento civico umano e non retorico deve avere. Ginsborg applaude il suo mèntore e lo segue a ruota.

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recensione di Bongiovanni, B., L'Indice 1998, n.11

Alcuni libri, vuoi per i risultati che conseguono, vuoi per la terra storiograficamente incognita che esplorano, svolgono un vero e proprio ruolo di apripista. Uno di questi, indipendentemente dalla tenuta nel tempo di alcune proposte interpretative, è stato "La storia d'Italia dal dopoguerra a oggi", pubblicato da Ginsborg nel 1989, proprio alla vigilia dell'inabissarsi dell'Impero esterno dell'Urss. Ha infatti inaugurato un foltissimo, e per nulla esaurito, filone di studi. Si è trattato anzi, come direbbero i tedeschi, di un Ur-libro, vale a dire di un libro in qualche modo originario e, nel contempo, liminare. Apparso sulla soglia di tempi in grado di suggerire nuove periodizzazioni, ha cioè fatto germinare, direttamente, e ancor più indirettamente, altre sintesi complessive e nuove ricerche sul campo. È vero, Achille Occhetto, di lì a poco, avrebbe annunciato grandi novità alla Bolognina (il 12 novembre appunto dell'89), eppure la vicenda dell'Italia repubblicana, pur procedendo in modo già visibilmente meccanico e privo di passioni, si presentava ancora come un'opera aperta e per certi versi difficile da decifrare nel suo insieme. Ciò rendeva ancora più meritoria la fatica di Ginsborg. Né grande importanza, sul piano storiografico, ebbe il fatto che gli anni ottanta fossero risolti in trenta paginette (all'interno di un libro di seicento pagine), quasi fossero una lunghissima e malinconica appendice della marcia dei 40.000 a Torino (14 ottobre 1980), un episodio per la sua portata simbolica dilatatosi enormemente, e anche incongruamente (ma non incomprensibilmente), nella coscienza della sinistra italiana, tanto da braccare per un intero decennio l'immaginazione sociologica e storiografica di quanti, come il citatissimo angelo della storia di Benjamin (un tormentone negli anni settanta), s'incuneavano nel futuro, un po' inconsapevoli e un po' diffidenti, con lo sguardo rivolto al passato. Per molti, d'altra parte, tra moralismo e disincanto, gli anni ottanta, sino alla "rivelazione" est-europea del 1989, furono assai più cronaca, passivamente subita, che storia. Di storia vissuta da "protagonisti" si era peraltro fatto nei decenni precedenti indigestione. Quanto alla cronaca, gremita di faccendieri dell'esistente, e di "zone grigie", certo non piaceva, ma consentiva una prolungata e non inutile pausa di riflessione. Si tendeva oltre tutto a pensare che il conflitto di classe, soffocato dalla violenza politica dei terroristi e anestetizzato dal rampantismo degli "yuppies", fosse stato nevroticamente surrogato dall'invidia sociale. Un amico che purtroppo non c'è più, Nicola Gallerano, ebbe comunque a notare, sottolineando proprio sull'"Indice" (1990, n. 2) la felice novità del libro, che molte indagini erano ormai consultabili per gli anni quaranta, mentre per il periodo successivo, salvo poche e non sempre ineccepibili eccezioni, il terreno era ancora in larghissima parte da dissodare. Ginsborg, dunque, pur arrestandosi di fatto al 1980, non si era limitato a colmare, come si suol dire, una lacuna. Aveva colmato una voragine.
Una fase della storia d'Italia si stava peraltro avviando a conclusione. Tutto divenne progressivamente più complesso, ma anche più chiaro. E la consapevolezza della cesura, mentre il Caf entrava in fase preagonica, si fece rapidamente strada. E vennero allora "La repubblica dei partiti" (il Mulino, 1991; cfr. "L'Indice", 1992, n. 10), di Pietro Scoppola, la "Storia dell'Italia repubblicana "(Marsilio, 1992), di Silvio Lanaro, la "Storia della prima Repubblica" (il Mulino, 1993) di Aurelio Lepre, e soprattutto i tre volumi (in cinque tomi) della monumentale, e ricchissima, "Storia dell'Italia repubblicana" (Einaudi, 1994-'97), coordinata da Francesco Barbagallo. Altre sintesi di largo respiro, con al centro prevalentemente la storia politica, si aggiunsero. Basti pensare ai volumi di Piero Craveri ("La repubblica dal 1958 al 1992", Utet, 1995; cfr. "L'Indice", 1995, n. 9), Simona Colarizi ("Storia dei partiti nell'Italia repubblicana", Laterza, 1994; cfr. "L'Indice", 1994, n.8) ed Enzo Santarelli ("Storia critica della repubblica", Feltrinelli, 1996). E al V volume della laterziana "Storia d'Italia", curato nel 1997 da Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto. E poi si moltiplicarono studi settoriali sui partiti vecchi (la Dc, finalmente studiata, il Pci, il Psi) e su quelli nuovi (la star è stata la Lega, mentre ha latitato, forse perché inafferrabile, Forza Italia), sul sistema politico, sul "miracolo economico" (si veda il bel libro di Guido Crainz, "Storia del miracolo italiano", Donzelli, 1997), sull'economia e la finanza, sullo Stato e la pubblica amministrazione, sul centro-sinistra, sulla politica internazionale. Quasi ai margini son rimaste la stagione dei movimenti (il cosiddetto '68) e la feroce parabola dei terrorismi, entrambe assai più studiate negli anni ottanta. Al centro degli studi degli anni novanta vi è invece proprio stata la repubblica, diventata una fase corposissima e storiograficamente autonoma dell'intera traiettoria dell'Italia unitaria. Vi sono infatti ormai, ben riconoscibili, nella loro specifica fisionomia, e pur saldamente connesse tra di loro, tre Italie: la liberale 1861-1922 (Destra, Sinistra, età crispina, età giolittiana, guerra, democrazia "octroyée", suicidio), la fascista 1922-1943-45 (conclusasi con una catastrofe), e infine la repubblicana, iniziata con la conquista della democrazia e con il processo costituente. Ebbene, il libro di Ginsborg del 1989, pur avendo enfatizzato in forma talora stereotipica il ruolo della forma-famiglia (il che ha consentito tuttavia di vedere assai meglio l'autorità del nostro "eterno ieri"), e pur avendo limitato l'importanza del contesto internazionale e della politica estera, è stato il primo che abbia saputo rifornire appunto di piena autonomia la vicenda repubblicana. Non ha ovviamente "inventato" una periodizzazione che era sotto gli occhi di tutti. Le ha dato senso compiuto. Senza cedere - è il vantaggio di chi è arrivato in anticipo - alla tentazione, poi sopravvenuta (nel 1992-94), della teoria della parentesi, talvolta funzionale a una sorta di "damnatio memoriae". La repubblica, infatti, è stata ed è una e una sola. L'isterilimento di una sua fase, tuttavia, facendo cadere il tabù dell'impossibilità di scrivere la storia troppo recente, ha fecondamente prodotto ricerche storiografiche su tutta la seconda metà del secolo.
Assai opportunamente, ora, come si conviene a un classico, la "Storia" del 1989, senza alcun mutamento, salvo l'amputazione delle trenta paginette sugli anni ottanta e, indirettamente, sull'afasia che aveva contraddistinto quel decennio, viene da Ginsborg ristampata. Rileggerla dopo nove anni - e che anni! - è certo istruttivo. A essa, ancora più opportunamente, viene aggiunta, nella einaudiana "Biblioteca di cultura storica", "L'Italia del tempo presente", apparsa negli "Struzzi" all'inizio dell'estate del 1998 (pp. 628, Lit 36.000). Questo secondo testo, ampio quanto il precedente, copre il periodo 1980-1996 e conclude, in modo assai più analitico, un arco storico che può ora apparire squilibrato - vi è lo stesso numero di pagine per i primi 37 anni e per i secondi 16 - e che in realtà acquisisce autosufficienza e leggibilità. "L'Italia del tempo presente" ci aiuta infatti a capire, più che qualunque ritrovamento documentario, l'Italia degli anni 1943-1980. Mai come in questo caso il presente, anche quando non se lo propone, illumina e trasforma il passato.
Ed ecco che agli anni ottanta, non senza denunciarne il progressivo declino politico e morale, viene resa giustizia e riconsegnato spessore. Non furono anni residuali. Furono anni di vitalità, di trasformazioni strutturali e sociali, di boom delle esportazioni, sia pure tenendo presente le difficoltà delle maggiori industrie a economia di scala. Furono infatti sconfitti gli imprenditori italiani che, come De Benedetti, tentarono di mettere piede sulla scena mondiale. Venne tuttavia, nel 1987 (l'ultimo anno di Craxi), superata, con strillata enfasi autoapologetica, la Gran Bretagna della signora Thatcher. E l'Italia, due anni dopo l'esibizione muscolare di Sigonella, si trovò al quinto posto tra le potenze industrializzate. Al secondo e al terzo si trovavano le altre due potenze ex-fasciste sconfitte nel 1945: Giappone e Germania. Si sviluppava poi da una parte un ceto medio istruito e maturo, e dall'altra, prevalentemente nel Nord, una microimprenditorialità diffusa e prodigiosamente dinamica. I colletti blu, tuttavia, ampliandosi il settore dei servizi, venivano in non poche situazioni sostituiti dai colletti bianchi. Si cominciava ad abusare del prefisso "post" per descrivere il panorama italiano, che diventava prima postindustriale, poi postmoderno, infine postfordista. Le geografie sociali comunque si spostavano e l'Ovest progressivamente cedeva all'Est la palma dell'area più attiva. Anche il Mezzogiorno mutava volto. La permanente fragilità della struttura economica meridionale non impediva infatti la crescita relativa dei consumi - segno di una effettiva redistribuzione territoriale del reddito - e un miglioramento materiale, certo non per tutti, delle condizioni di vita. Ed ecco il punto su cui insiste Ginsborg. Nonostante il malaffare politico-economico, in crescita drammatica nelle due legislature 1983-1987 e 1987-1992, e nonostante il potere massiccio delle mafie (intese come intreccio perverso tra malavita organizzata, affari e politica), la prosperità contribuì in complesso al consolidamento della democrazia. Gli anni ottanta, insomma, furono sì un vivaio di squali, ma crearono anche gli anticorpi sociali - con annesso il mito "soreliano" della società civile - atti a combattere il proliferare degli squali. L'accesso a un ventaglio più ampio di consumi produsse cioè anche in Italia uno schema ciclico, noto alla sociologia economica dei paesi approdati da poco a un parziale e pur non effimero benessere, che può essere definito "generazione-degenerazione-rigenerazione". Persino la cultura di massa, e lo stesso "football" (interpretato come "gioco profondo"), sono da Ginsborg utilizzati al fine di leggere un'evoluzione non priva di elementi involutivi. Certo, permane in Ginsborg il convincimento che il gran meccanismo alla Toynbee, fondato sulla dialettica tra "sfida" e "risposta", sia stato in Italia frustrato e disatteso. La domanda sociale non ha cioè ricevuto un'adeguata risposta dalla politica, la cui Caporetto è stata ben visibile negli anni 1980-1992. È difficile dargli completamente torto. Eppure, in Ginsborg stesso si affaccia più volte il benefico sospetto che elementi di affinità, quando non di complicità, vi siano stati tra società civile e governo politico. E se nel poscritto si afferma che questo libro ha inteso delineare la storia di ciò che è stata la democrazia di una grande nazione europea, subito si aggiunge che si è inteso anche fornire un suggerimento di ciò che tale democrazia avrebbe potuto essere. Misteriosa e indimostrabile affermazione, quest'ultima. Appartiene alla precettistica, sommessamente lanciata da Silvio Lanaro, e da altri più esplicitamente riproposta, del "paese normale"? Probabilmente no. Ginsborg, da buon anglosassone, è troppo empirista per accogliere una filosofia della storia che fa dell'Italia un paese incompiuto, irrealizzato, anomalo, bisognoso di essere assorbito, grazie a una qualche provvidenziale teodicea, dai mitologici, e in realtà inesistenti, "parametri" europei. L'Italia non è un paese che corre verso la propria dissoluzione-normalizzazione. Non è una differenza ansiosa di convertirsi in identità. È una realtà che, come tutte le realtà, racchiude nel suo grembo, come possibilità, e non come necessità, l'"altro". E questo "altro" non è la promessa di un'improbabile palingenesi assoluta, ma il rigore che Ginsborg intravede in alcune coraggiose decisioni della Banca d'Italia, in alcune azioni della magistratura, nella responsabilità e nella non del tutto erosa capacità di mobilitazione dei sindacati, nella pur limitata capacità di rinnovamento di alcune forze politiche, nella reattività di parte dell'opinione pubblica, nella resistenza della cultura di fronte all'invadenza videocratica. L'ultimo capitolo, intitolato "I tempi della crisi", copre, senza ossessioni politologiche, il tumultuoso quadriennio 1992-'96. Il libro si chiude con la vittoria dell'Ulivo. Mancano gli ultimi due anni e mezzo, con l'esito, al momento conclusivo, del governo D'Alema. Vi è però più di un utile accenno al contesto europeo e alla politica internazionale, prima lasciata un po' in ombra per far posto al gran teatro dell'Italia-famiglia. Maastricht, del resto, non ha "normalizzato" o "omologato" l'Italia. L'ha costretta invece a essere se stessa e a tirar fuori le risorse, anche intellettuali e morali, di cui è spesso stata capace nei momenti decisivi della sua storia.

Questa Storia d'Italia 1943-1996. Famiglia, società, Stato raccoglie in un unico volume, arricchendoli di un ampio apparato iconografico, di un'appendice statistica e di indice analitico, i due precedenti studi che Paul Ginsborg ha dedicato agli ultimi cinquant'anni di storia italiana. Nonostante gli inevitabili mutamenti prospettici intervenuti nei nove anni che separano le due parti, il volume conserva immutate le sue caratteristiche di originalità e forte unitarietà, a livello sia d'oggetto che di metodo.L'impostazione particolare che Ginsborg dà al suo lavoro non si limita a descrivere la storia italiana in termini di rilevanza politica ed istituzionale, ma tende a ricreare un quadro globale dell'Italia in quanto realtà socioeconomica, attingendo per questo scopo a metodi e fonti diversificate, che vanno dalla storia orale alle inchieste sociologiche e antropologiche, dagli atti giudiziari a quelli delle commissioni parlamentari. In questa prospettiva acquista un ruolo centrale il tema della famiglia. Vengono indagati vari aspetti della vita familiare - i rapporti interpersonali, i consumi, i gusti e la mentalità - nel tentativo di rintracciare costantemente le connessioni tra individui, famiglie, società e Stato.
Accanto ai momenti cruciali del recente passato dell'Italia (la Resistenza, la nascita della Repubblica sotto il dominio della Democrazia cristiana, il miracolo economico, il fallimento del centrosinistra, le lotte politiche e sindacali degli anni '70, il terrorismo, il craxismo, la crisi del 1992-94, la corsa per entrare nell'Europamonetaria...), la Storia d'ltalia di Ginsborg si propone dunque di ricostruire il tessuto piú quotidiano della vita degli italiani, di legare la storia delle famiglie alla storia della nazione. Ne risulta un affresco storiografico estremamente ricco di suggestioni e spunti critici, che ricompone l'identità complessiva dell'Italia contemporanea in una narrazione avvincente e sempre sostenuta dal rigore e dalla tensiofie civile di un osservatore acuto e partecipe.

Parte prima: L'Italia della Resistenza alla fine degli anni '70. Prefazione. I. L'Italia in guerra. II. Resistenza e liberazione. III. L'assetto postbellico, 1945-48. IV. La riforma agraria. V. La Democrazia cristiana, lo Stato, la società. VI. La sinistra e il movimento operaio negli anni '50. VII. Il "miracolo economico", la fuga dalle campagne, le trasformazione sociali: 1958-63. VIII. Il centrosinistra, 1958-68. IX. L'epoca dell'azione collettiva, 1968-73. X. Crisi, compromesso, "anni di piombo", 1973-80. Parte seconda: L'Italia del tempo presente. Prefazione. I. L'economia italiana tra vincoli e sviluppo. II. Le gerarchie sociali di una nazione opulenta. III. Famiglie e consumi. IV. Società civile e cultura di massa. V. Il fallimento della politica, 1980-92. VI. Corruzione e mafia. VII. Lo Stato: dentro e fuori (1980-92). VIII. I tempi della crisi, 1992-96. Nota bibliografica. Appendice statistica. Indice analitico e tematico. Indice dei nomi.