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recensione di Gallerano, N., L'Indice 1990, n. 2

Di fronte a una sintesi del quarantennio repubblicano come quella proposta da Paul Ginsborg viene in primo luogo da domandarsi perché in una impresa analoga non si sia cimentata la storiografia italiana. La risposta va probabilmente cercata nel pregiudizio evidentemente assai duro a morire contro le sintesi: lo condividono sia - e sono la maggioranza - i cultori del monografismo esasperato, dove la quantità delle fonti inedite fa premio sullo spessore interpretativo, sia i sostenitori di un approccio più aggiornato e scientifico, che guardano con condiscendenza ai lavori di alta divulgazione. Il risultato è che le sintesi, quando non sono di tipo manualistico, vengono considerate terreno di riserva dei giornalisti.
Una sintesi storica sull'Italia repubblicana non può naturalmente non riflettere le caratteristiche della produzione esistente, che è perfino ridondante per gli anni quaranta e i primissimi anni cinquanta e poco più che inesistente per i decenni successivi. Basta un'occhiata all'apparato di note della ricerca di Ginsborg per rendersene conto: i lavori degli storici praticamente scompaiono nel secondo volume e vengono sostituiti dalle analisi degli scienziati sociali.
I pregi di una sintesi non vanno cercati nell'utilizzo di fonti documentarie nuove ma nella sistemazione critica in quelle esistenti e nella persuasività del taglio interpretativo. Ginsborg esibisce al riguardo le qualità migliori della tradizione storiografica anglosassone: informazione ineccepibile, equilibrio, leggibilità, attitudine a sciogliere i nodi più complessi moltiplicando i punti di vista e tuttavia non rinunciando mai ad esprimere con chiarezza il proprio giudizio. Colpisce soprattutto la ricchezza della letteratura esaminata; ed è davvero un peccato che il libro possieda un'utile appendice statistica ma manchi di una bibliografia, che sarebbe stata uno strumento di lavoro prezioso. Ma Ginsborg non è soltanto un italianista di prim'ordine - va almeno ricordato il volume su Daniele Manin e il '48 - è uno studioso che conosce e ha vissuto l'Italia in modo culturalmente e politicamente partecipe. Deriva da questa frequentazione l'impianto gramsciano che sorregge implicitamente la sua lettura della società italiana del dopoguerra, aggiornato e contaminato con contributi più significativi prodotti della cultura storica, sociologica, antropologica della sinistra nel periodo. Nuovo è comunque il tentativo di dare rilievo centrale non ai dati della vicenda politica in senso stretto - che pure ricevono un'attenzione rilevante - ma agli aspetti sociali che caratterizzano la "grande trasformazione" del paese, che Ginsborg assume come "vera protagonista" della sua ricostruzione. Nuova è la centralità che riceve il rapporto tra famiglia e società. Nuova è infine, per il dopoguerra italiano, l'utilizzazione storiografica dello schema di Arnaldo Bagnasco sulle "tre Italie" per analizzare le differenze negli sviluppi regionali a preferenza della divisione tradizionale tra Nord e Sud
Il capitolo sul "miracolo economico" è naturalmente il cuore del libro: non solo per la descrizione puntuale delle sue origini, dei suoi costi e dei suoi effetti ma perché illustra la natura del processo di modernizzazione tipico dell'Italia, nel quale confluiscono tendenze e continuità di più lungo periodo. Per Ginsborg si è trattato di una "rivoluzione sociale" di cui sono state protagoniste le grandi masse che hanno scardinato la struttura preesistente degli insediamenti territoriali, anche se i flussi migratori e gli spostamenti di popolazione sono stati una costante della storia sociale del paese, e hanno cambiato irreversibilmente i connotati e i valori della società italiana. Peculiare di questo processo di modernizzazione, dai caratteri di accentuata spontaneità, è la natura privatistica e individualistica dei valori che ne vengono esaltati, con particolare riferimento ai soggetti che ne saranno i maggiori e più convinti beneficiari: i ceti medi. A differenza che altrove la modernizzazione degli anni sessanta non si tradusse però nel successo di un progetto di integrazione sociale, come dimostrò l'emergere di un conflitto durissimo nelle fabbriche.
Discende da questa attenzione agli aspetti sociali del dopoguerra italiano il rilievo che assume il nesso famiglia-società. Incorrerebbe tuttavia in un grosso fraintendimento chi leggesse l'insistenza sulla famiglia e i suoi valori come un banale appiattimento della vicenda italiana sulla vecchia tesi del "familismo amorale" cara a Banfield e rinnovata più di recente, con maggiori ambizioni e un impianto più sofisticato, da Carlo Tullio Altan. In primo luogo perché il ruolo della famiglia è per Ginsborg ambivalente: a seconda dei contesti e delle classi prese in considerazione, la famiglia gioca sul versante dell'allargamento della solidarietà o viceversa su quello della chiusura e dei vantaggi individuali. Ginsborg è stato buon lettore di ricerche come quelle della Piselli sull'emigrazione meridionale e di Donolo e Turnaturi sui movimenti degli anni ottanta: questi ultimi hanno non a caso parlato dell'esistenza di "familismi morali". In secondo luogo perché la famiglia non è assunta come un microcosmo passivo che subisce o frena la trasformazione ma come soggetto attivo del mutamento. Un mutamento anch'esso contraddittorio, il cui approdo è una modernizzazione economica e sociale senza modernizzazione politica
Due tesi complementari sostanziano infatti l'assunto politico dell'intero lavoro: l'impossibilità delle riforme ma insieme l'impossibilità di bloccare, almeno fino agli anni ottanta, il protagonismo sociale. Questa duplice impossibilità non viene argomentata, come nella pubblicistica più corriva, imputando alla pressione disordinata e "sovversiva" dal basso, nemica della "modernità", la mancata realizzazione degli obiettivi di riforma. La storia del dopoguerra dimostra al contrario secondo Ginsborg che le riforme sono state all'ordine del giorno soltanto quando proposte dall'iniziativa organizzata dei diversi soggetti sociali. È avvenuto una prima volta nel 1943-1948; una seconda negli anni sessanta, nella fase del centro-sinistra; una terza tra il 1968 e la metà degli anni settanta. In tutti e tre questi casi le iniziative di lotta e di trasformazione non hanno ottenuto uno sbocco politico adeguato. Come scrive Ginsborg: "Se c'è un tema nella storia politica italiana del dopoguerra che si ripropone quasi ossessivamente, è proprio quello della necessità delle riforme e dell'incapacità di attuarle" (p. 64).
Ma Ginsborg non si è limitato a sostituire l'antica tesi delle occasioni rivoluzionarie mancate con quella delle occasioni riformiste perdute, che sarebbe tesi altrettanto povera sul versante analitico. Gli stessi tre casi indicati vengono analizzati con grande equilibrio; e le responsabilità del fallimento distribuite nella consapevolezza piena dei rapporti di forza effettivi. Cosi, nell'esaminare i risultati della crisi del 1943-1945 Ginsborg riconosce l'inferiorità del movimento operaio rispetto al fronte capitalista"; mentre nello spiegare le cause del mancato successo sul terreno politico del ciclo di lotte che si apre con i! Sessantotto mette l'accento sul fatto che quel movimento, che propugnava "l'anticapitalismo, il collettivismo e l'egualitarismo" " combatteva "l'autorità e il consumismo eccessivo", era in diretto conflitto con il percorso della modernizzazione italiana, che esaltava valori esattamente contrari. Solo per gli anni sessanta il giudizio chiama in causa pesantemente le timidezze e le incapacità dei governi e della classe politica che non sono in grado neppure di realizzare quelle che Ginsborg definisce riforme "correttive".
Il ridimensionamento di alcune figure di leaders politici - da Togliatti a Nenni, da Moro a Berlinguer - è certamente uno dei risultati della ricerca di Ginsborg. Risultato tanto più apprezzabile in quanto contrasta opportunamente, e con efficacia, le tendenze apologetiche delle rispettive pubblicistiche e storiografie di partito. Ma Ginsborg è storico troppo fine per ridurre la vicenda italiana agli opportunismi degli uomini di governo o ai "tradimenti" dei capi dell'opposizione. Dalle sue pagine pacate emergono con chiarezza la natura aspra dello scontro sociale che attraversò la storia del dopoguerra; e i successi, le battute d'arresto e le sconfitte dei movimenti di opposizione, fino alla più recente che apparentemente segna la fine del "caso italiano". C'è una testimonianza di questa sconfitta, che parla per cosi dire da sola: quella (1980) del delegato Fiat Giovanni Falcone, alla vigilia del licenziamento, che per l'ultima volta si rivolge ai suoi compagni del consiglio di fabbrica - interrotto e invitato a concludere, con rara sensibilità, da un leader sindacale - e ha la piena consapevolezza, e lo dice, che "si chiude un'epoca" (pp. 544-545).
Lo sguardo di Ginsborg non è dunque uno sguardo 'esterno'. Per certi versi è al contrario troppo 'interno'. Nel leggere il suo libro ci vediamo passare davanti cose e vicende note, ricostruite con precisione e ricchezza di riferimenti. Ma il passaggio a una riconsiderazione storica del nostro recente passato è avvenuto solo per metà. Lo schema domanda (sociale) mancata risposta (politica) è troppo semplice e troppo linearmente applicato. La centralità assegnata alla dimensione sociale, se non approda a un'improbabile giudizio di "innocenza", tende a far coincidere il protagonismo dei diversi soggetti con l'opposizione e la lotta. La stessa attenzione al ruolo della famiglia e alla sua ambivalenza non sempre riesce a cogliere che l'ambivalenza è davvero intrinseca e che le famiglie spesso giocano contemporaneamente sul terreno della solidarietà e su quello dell'individualismo. Queste riserve si applicano meno al capitolo sul "miracolo economico" dove il processo di modernizzazione viene analizzato come abbiamo visto, nei termini di una "rivoluzione sociale" che non è la stessa cosa dell'opposizione e della lotta. Né va dimenticato il contributo che Ginsborg porta a una valutazione critica della capacità della Democrazia Cristiana di organizzare il consenso proprio sui lavori emersi nel corso di quel processo di modernizzazione: la sua paradossale abilità già avviata nel decennio degasperiano nel conciliare cattolicesimo, americanismo e fordismo. Ma queste acute osservazioni non riescono a diventare la chiave interpretativa centrale proprio a causa della pervasività dello schema appositivo società/politica.
Nonostante queste riserve - che segnalano soprattutto l'arretratezza della ricerca italiana - la sintesi di Ginsborg si muove nella direzione giusta e consegna alla storiografia di dopoguerra un lavoro che è assai più che un ottimo punto di partenza.


recensione di Migone, G.G., L'Indice 1990, n. 2

Nicola Gallerano ha ragione quando afferma che i due volumi di Paul Ginsborg - sintesi degli ultimi cinquant'anni di storia d'Italia - interrompono un vero e proprio silenzio storiografico. Tuttavia, sarebbe un errore ritenere che tale silenzio sia dovuto semplicemente ad una riluttanza di ordine metodologico per le grandi sintesi.
Le ragioni di ogni lacuna storiografica mi riferisco in particolare agli anni compresi tra il miracolo economico e il presente, indagati nel secondo volume di Ginsborg tradiscono un imbarazzo politico o una insufficiente capacità di orientamento nel presente in cui si collocano gli storici in questo caso italiani. Questo silenzio che riguarda il nostro passato prossimo esprime il clima culturale e politico degli anni ottanta. Un limite dell'egemonia culturale conservatrice di cui tanto si parla consiste proprio nell'incapacità di coloro che si identificano nel trionfalismo romitiano tanto per chiamare le cose con il loro nome di esprimere una storiografia che collochi la stabilizzazione sociale e politica in un contesto che spieghi il passato e offra prospettive per il futuro. Sorge il sospetto che quella decantata egemonia culturale, più che di una tranquilla consapevolezza della propria forza, si nutra dello sconcerto che tuttora serpeggia tra i ranghi avversari.
I quali non a caso tacciono o parlano d'altro, magari radicalizzando novità metodologiche, vere o presunte, che si tratti dell'uso delle fonti orali o delle suggestioni della microstoria, al punto da costituire una sorta di alibi per non guardare in faccia il proprio passato. Mi è già capitato di osservare come la sinistra intellettuale, pur casi ingegnosa e variegata, poco o nulla abbia saputo contrapporre ai teoremi interessati delle forze oggi dominanti, se non autoflagellazioni, testimonianze più o meno narcisistiche, o dignitosi ma parziali arroccamenti. Salvo l'importante "Storia del partito" armato di Giorgio Galli, qualche impegnata interpretazione di Nicola Tranfaglia e spunto più specifico (come quelli di Luigi Bobbio), si è verificata una vera e propria fuga dalla storia contemporanea che ha consentito la liquidazione di un ventennio di storia nazionale con poche battute tese a dimostrare che il più importante tentativo di mutare i rapporti di potere sociali e politici dal secondo dopoguerra nulla abbia prodotto se non caos, inflazione e terrorismo.
Questa semplice constatazione basterebbe di per se ad attribuire un eccezionale rilievo al lavoro di Paul Ginsborg. Non ha senso alcuno il rimprovero che gli muove Rossana Rossanda, secondo cui egli non ha compiuto uno scavo di fonti originali, ma si è limitato ad utilizzare il lavoro altrui. Come giustamente osserva Nicola Gallerano, la sintesi storica si misura sull'originalità e il vigore interpretativo e non sulla natura delle fonti. Che lo si voglia o no, d'ora innanzi il lavoro di Ginsborg costituirà la base di ogni impegnata discussione del periodo trattato (ma soprattutto degli ultimi vent'anni che per primo ha portato a sintesi) e il punto di partenza, oltre che lo stimolo, di indagini successive. Stupisce, anzi, che la casa editrice Einaudi non abbia dato il dovuto rilievo, sia per scelta di collana che per la natura del 'lancio' pubblicitario, alla sua peraltro meritoria iniziativa editoriale.
Proprio l'uso delle fonti costituisce una delle novità più rilevanti dei volumi di Ginsborg. Egli ha raccolto con grande attenzione singole testimonianze, scritti autobiografici di protagonisti oscuri della vita sociale sottraendoli ad un'altrimenti inevitabile dispersione. In tal modo, senza indulgere in alcun feticismo del particolare, egli ha saputo dare concretezza e vitalità a grandi vicende collettive attraverso un'opportuna valorizzazione di quelle individuali, correttamente collocate al punto giusto della sua ricostruzione. Secondo Marc Bloch, "lo storico è come l'orco della favola: dove sente odore di sangue, trova la sua selvaggina". Le esperienze di operai come Norcia e Falcone, o le vicende di un prigioniero di guerra scozzese, Stuart Hood, servono a sintetizzare diverse fasi delle lotte operaie dell'ultimo ventennio o a descrivere lo stato delle campagne negli ultimi anni della guerra. Per questa strada si incontrano anche storia sociale e storia politica, attraverso un ambizioso ma riuscito tentativo di superare una contrapposizione ormai storiograficamente sterile dei due punti di vista. Dalla sua ricostruzione degli anni settanta emerge come lo scontro sociale abbia prefigurato mutamenti di rapporti di forza che si sono successivamente tradotti in esiti elettorali e politici, a loro volta travolti da nuovi equilibri di potere nella gestione dell'economia e nell'organizzazione della produzione.
Anche se a taluni non è piaciuto l'accanimento con cui Ginsborg ha indicato tutti i prezzi pagati dal movimento della sinistra in nome del bisogno di legittimazione del partito comunista, proprio oggi non è facile scartare la sua interpretazione classicamente salveminiana della svolta di Salerno - la rinuncia ad una prospettiva di discontinuità con lo stato monarchico e fascista, in tutte le sue parti, in cambio della partecipazione al secondo governo Badoglio e in nome della fedeltà alla politica di sfere di influenza voluta da Stalin e non soltanto da Stalin - e la dura requisitoria contro la politica di restaurazione economica e di ordine pubblico voluta da Berlinguer, in cambio di una partecipazione ugualmente subalterna alla sola maggioranza di governo negli anni dell'unità nazionale. Al partito comunista Ginsborg rimprovera (giustamente) di essersi contrapposto faziosamente al movimento giovanile, nel '68 come nel '77, contribuendo a spingerne frammenti non irrilevanti in direzione del terrorismo. Avrebbe potuto dire di più: che la partecipazione comunista alla maggioranza governativa negli anni cruciali dello sviluppo del terrorismo (anticipati da una non breve marcia di avvicinamento all'area di governo) non solo lo spinse ad una politica scarsamente garantista, peraltro conforme alla sua tradizione ideologica, ma privò il paese di una rappresentanza politica coerente di rilevanti tensioni sociali. Come ha documentato Sidney Tarrow nel suo importante studio (recensito in questo stesso numero dell"'Indice" da Marco Revelli) lo sviluppo del terrorismo non è un'emanazione delle lotte collettive, ma causa ed effetto della loro cessazione. I vincoli imposti dalla politica di unità nazionale, se non determinanti, quanto meno non sono estranei a questo esito. Ginsborg è sempre attento a non cadere nel pessimismo cieco (in quanto incapace di discriminare) così frequente nella sinistra sopravvissuta a quegli anni. Ecco come conclude il suo esame del terrorismo: "... l'assassinio di Moro e tutti gli altri compiuti per mano dei terroristi se non 'rifondarono' la Repubblica certo non avvennero invano. Gli 'anni di piombo' produssero un mutamento profondo nell'atteggiamento di un'intera generazione verso la violenza. Man mano che si susseguivano gli omicidi, i fautori della violenza rivoluzionaria, parte così interna all'esperienza del '68, rimasero isolati tra gli stessi giovani. Alla fine del decennio i problemi più gravi della Repubblica non erano stati risolti, ma si era abbandonata l'idea di risolverli con la forza" (p. 540).
L'attenzione appassionata quanto equilibrata dell'autore per la sinistra ha però un prezzo che costituisce, a mio modo di vedere, il limite più rilevante del suo lavoro. Soprattutto nel secondo volume egli non dedica una pari attenzione all'analisi di quelle forze sociali e politiche cui pure egli riconosce un ruolo dominante negli anni presi in considerazione (anche se alcune sue affermazioni in questa direzione hanno un effetto propriamente liberatorio: finalmente un libro di storia trova il coraggio di affermare con semplicità che il caso Sifar fu un vero e proprio tentativo di colpo di stato voluto da alcuni settori precisi della classe politica e dell'apparato statale). A me pare riduttiva, troppo 'oggettiva', la sua ricostruzione del processo di stabilizzazione che si affermò dal 1976. L'uso del binomio inflazione-deflazione, terrorismo-repressione (tardiva, come ha dimostrato Galli), compromesso storico-anticomunismo non sono solo fatti, ma momenti decisivi di una strategia tesa a restaurare equilibri di potere mutati in maniera e misura tale da mettere in discussione un assetto di potere durato oltre un ventennio.
In particolare Ginsborg, sempre attento ai movimenti e ai fenomeni sociali, ma anche alle forze politiche, è meno portato ad indagare il ruolo dello stato. È assente dalla sua problematica il tema del doppio stato e della doppia lealtà (nei confronti della costituzione e del regime di potere statale), posto da Franco De Felice sull'ultimo numero di "Studi storici" e che si ricollega in parte a studi (miei e d'altri) sulla collocazione internazionale dell'Italia e, quindi, sui condizionamenti che le alleanze internazionali e il ruolo degli Stati Uniti esercitano sulle vicende italiane. Forse proprio perché Ginsborg non è italiano, ma 'italianista', egli è curiosamente poco attento, non dico alla politica estera, ma nemmeno al contesto internazionale e ai vincoli che esso impone alla vita nazionale (salvo per un uso opportuno degli studi di Ellwood sugli anni dell'occupazione alleata). Ma sono limiti che noi storici italiani possiamo considerare come una sorta di meritato castigo (oltre che futura occasione per inserirci nel dibattito aperto da Ginsborg) per aver dovuto, ancora una volta, ricorrere alla storiografia inglese, per trovare il coraggio di guardarci allo specchio.

Questa storia dell'Italia del dopoguerra non tratta solo della politica e dell'economia, ma anche della società, dei modi di vita, della mentalità degli italiani di questi ultimi decenni. Ne risulta una narrazione ricca di spunti inconsueti, spesso sorprendenti, che combina analisi economica e storie individuali, discussione politica e vivaci descrizioni del paesaggio sociale. Si parla quindi della Resistenza, della formazione dello Stato sotto il dominio della DC negli anni '50; ma anche della vita rurale ancora prevalente in quegli anni, delle condizioni degli operai inurbati al Nord, dei mezzadri al Centro, dei contadini poveri al Sud. Si parla poi del "miracolo economico", del nuovo modello sociale basato su consumismo, emigrazione, e rapida espansione. E ancora degli anni più drammatici della Repubblica: dal fallimento del centro-sinistra, alla nascita del movimento studentesco, alle lotte politiche e sindacali degli anni '70, su cui si addenseranno le nubi della crisi economica e del terrorismo. Infine gli anni '80, il nuovo benessere; ma anche i nodi irrisolti della nostra società: le riforme mancate, la crisi delle istituzioni, il crescere di una criminalità che inquina lo Stato stesso, gli effetti deleteri di rapporti ancora tutt'altro che trasparenti tra cittadini e potere. Il lavoro di Paul Ginsborg, frutto di lunghe ricerche nel nostro paese, rientra in una riconoscibile tradizione di studi anglosassoni dedicati alla recente storia italiana, ha già suscitato una viva discussione, non solo tra gli storici.