Storia del calendario (1450-1800). La misurazione del tempo

Francesco Maiello

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1996
Formato: Tascabile
Pagine: IX-235 p., ill.
  • EAN: 9788806139698

€ 7,02

€ 8,26

Risparmi € 1,24 (15%)

Venduto e spedito da IBS

7 punti Premium

Attualmente non disponibile Inserisci la tua email
ti avviseremo quando sarà disponibile


recensione di Abbattista, G., L'Indice 1996, n. 7

È possibile dare della modernità una definizione che rimandi ai concetti di misurazione, regolazione, regolarità e quantità nelle diverse sfere della vita umana? Lo studio in esame tende, a proposito della nozione del tempo, a fornire una risposta non unilateralmente affermativa, e perviene a stabilire il successo relativamente tardivo, e comunque incerto e stentato, di metodologie di computo del tempo ormai considerate come appartenenti al nostro quotidiano.
Sulla scia di un filone di studi già assai ricco, ma con una impostazione originale rispetto alle ricerche di Toulmin e Goodfield, Le Goff, Landes, Cipolla, il libro di Maiello documenta il complesso processo storico che ha portato alla genesi delle forme di rappresentazione grafica del computo temporale che va sotto il nome di calendario e che dell'almanacco ha sempre costituito una parte significativa. Anche se prendere a materia di studio le diverse forme di calendario esistite nella cultura europea nell'arco di alcuni secoli può apparire bizzarro in un'epoca che ha praticamente relegato l'almanacco o i calendari per simboli (come il calendario dell'Avvento) fuori dalla quotidianità e reso il calendario nulla più di un ausilio pratico, da gettare alla fine di ogni anno, non di poco conto è il problema di Maiello, che al calendario si interessa come oggetto, pur avendo ben presenti le caratteristiche che gli derivano dal presupporre diversi sistemi di misurazione del tempo.
L'analisi di un gran numero di esemplari appartenenti soprattutto all'area francese nei secoli XV-XVIII permette all'autore di stabilire come anche quel particolare accessorio della vita quotidiana che è il calendario chiami in causa un complesso sedimento di nozioni, aspettative e atteggiamenti culturali - analiticamente dimostrato anche da recenti indagini sulle resistenze popolari all'introduzione del calendario gregoriano in Inghilterra alla metà del Settecento - e conosca una sua storia, irta di significative, ma non univoche trasformazioni.
La parabola che ci viene proposta prende le mosse dai sistemi di misurazione esistenti fin dall'epoca tardo-medievale, caratterizzati da una percezione "qualitativa" del tempo: in essi l'informazione dominante non è la data - espressione del succedersi di intervalli regolari, uniformi, misurabili e di significato compiuto in sé - ma l'elenco dei santi, i ritmi astronomici, le festività religiose, le ricorrenze liturgiche, le cadenze della vita rurale e commerciale, le prescrizioni mediche, la meteorologia, i pronostici, i proverbi o le metafore capaci di dotare di significato lo scorrere del tempo. La scansione temporale, insomma, vi appare dipendere dalla convinzione di uno stretto legame causale tra tempo e vicende umane, non dall'idea di una dimensione neutra dell'esistenza umana tale da uniformare il passato, il presente e il futuro in un'unica percezione continua.
La trasformazione decisiva, che si delinea a partire dalla metà del Seicento circa, è la liberazione del calendario dal riferimento dominante all'avvicendarsi di fatti rilevanti dal punto di vista religioso, liturgico e astrologico, la sua graduale e sempre più accentuata laicizzazione (con l'inserimento in una sorta di promemoria di eventi, scadenze, adempimenti, uffici, personalità, notizie di rilievo dal punto di vista dell'amministrazione, della politica, del commercio e di una rudimentale e schematica memoria storica) e insieme la sua modificazione da aggregato vivente a mera lista di giorni fondata su un computo numerico, con una visione quantitativa del tempo tale da saldare memoria e attesa in un'unica linea di sviluppo uniforme, ma individualizzata in ciascun suo momento. Il punto di arrivo rappresentato dall'apparizione della lista dei giorni - e di usi come l'impiego sistematico della data (metà Cinquecento) e la capacità di indicare senza approssimazione l'età individuale - appare peraltro dalle stesse pagine di Maiello difficilmente riconducibile a un momento circoscritto; n‚ fu acquisito una volta per tutte.
Se sul finire del Settecento si rileva la comparsa con l'agenda di quello strumento che trasforma il calendario in un congegno di pianificazione del futuro individuale, ancora in epoca rivoluzionaria certe forme calendariali scristianizzate riproponevano un'idea di tempo ripetitivo piuttosto che di tipo lineare-vettoriale; e ancora nelle campagne francesi del secolo seguente numerosi esempi di calendari di vecchio tipo continuarono a tenere la scena. Anche in questo caso la storia non procede per salti e con l'eliminazione completa di scarti, ma piuttosto per successivi assestamenti di elementi eterogenei in quel grande vaglio dalla trama variabile che è il tempo. Due appunti: la menzione della traduzione latina della Bibbia nel contesto dei problemi di cronologia del mondo (p. 111) appare fuori luogo e genera l'equivoco di una errata sua identifica-
zione con il cosiddetto testo dei Settanta; inoltre, l'opera di Jean Bodin è "la", non "il" Methodus (p. 222).