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Renzo Martinelli

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1995
Pagine: XIV-390 p.
  • EAN: 9788806138776


recensione di Hellman, S., L'Indice 1996, n. 5

A vent'anni dal quinto (e ultimo) volume della "Storia del Partito comunista italiano" di Paolo Spriano, che aveva condotto i lettori fino alla Resistenza e all'emergere del "partito nuovo", il progetto continua, affidato alle abili mani di Renzo Martinelli.Basandosi soprattutto sugli archivi del Pci, ma integrandoli anche con una quantità davvero enorme di altre fonti, sia primarie che secondarie, Martinelli ci porta con questo volume fino al 18 aprile 1948, quando ebbe termine l'immediato dopoguerra e si consolidarono i contorni della repubblica. Il progetto in corso continuerà fino allo scioglimento del Pci nel 1991, e se il resto della serie si baserà su una ricerca altrettanto coscienziosa e sarà scritto altrettanto saggiamente e chiaramente del primo volume, gli studiosi saranno per sempre in debito con Martinelli.
Il volume offre, come ci si aspetterebbe, una approfondita storia del "partito nuovo", contestualizzata nella storia italiana ed europea del periodo 1945-48. Giustamente l'enfasi viene posta sull'organizzazione del Pci, sulla sua ideologia e sulle sue azioni e relazioni politiche sia nella sfera domestica che in quella internazionale. Nello stesso tempo, i grandi temi e le interpretazioni storiche del periodo del dopoguerra vengono abilmente integrate nella discussione, di modo che al lettore non viene mai presentato solo un nudo resoconto degli eventi storici: benché gli eventi siano di per sé molto interessanti.
Dall'analisi di Martinelli emerge un gruppo dirigente che, benché diviso su varie questioni, era estremamente conscio di quanto limitata fosse la possibilità di realizzare gran parte degli obiettivi del partito, non solo a lungo, ma anche a breve termine.Accettando queste limitazioni, i dirigenti diedero la massima priorità a urgenti questioni istituzionali come l'eliminazione della monarchia e la convocazione della Costituente.Si ottennero così una notevole serie di passi in avanti per l'Italia, ma vennero accantonate riforme strutturali più profonde (sia degli apparati statali che delle strutture economiche del paese), che, dato il futuro svolgersi degli eventi, non sarebbero mai più state realizzate.
Martinelli individua in questi sviluppi una certa inevitabilità, dal momento che ci furono davvero degli ostacoli che impedirono al Pci di agire con più decisione: la presenza delle truppe alleate; la necessità di fare affidamento sui vecchi apparati statali per intraprendere la ricostruzione postbellica; il carattere fortemente "proletario" della base, con la conseguente debolezza tra i ceti medi; la quasi totale inesistenza del Pci nel Mezzogiorno, ecc. Ma egli fa anche ricadere parte della responsabilità sul partito stesso, che non riuscì mai ad analizzare in modo efficace la realtà dell'Italia postbellica, e che ripetutamente ebbe la tendenza a trascurare iniziative e analisi economiche penetranti in favore di questioni istituzionali più immediate.
Questi difetti non furono naturalmente esclusivi del Pci: tutti i partiti mancarono di promuovere una seria riforma degli apparati burocratici dello stato ereditati dal fascismo. E il quadro non è affatto così uniformemente buio: dopo tutto l'Italia si diede una costituzione democratica che, nonostante le attuali tendenze a dimenticare che importante conquista sia stata, ha servito ottimamente il paese per due generazioni. E il contributo del Pci in questo senso fu decisivo.Ma, in termini più ristretti, che cosa ottenne il partito per sé? Martinelli sostiene che nonostante il Pci non sia mai stato pienamente riconosciuto come forza di governo, la sua partecipazione e il suo contributo largamente positivo servirono a legittimare ancora più saldamente il partito di fronte alla sua base. Perciò continuò a crescere organizzativamente fino a prendere il posto del Psi come principale erede della tradizione socialista, anche una volta estromesso dal governo.
Il contrasto tra la notevole crescita politica del Pci e le gravi sconfitte politiche subite è un altro tema ricorrente in questo volume. Invece di presentare semplicemente la cosa come un rompicapo, l'autore fornisce un'interpretazione coerente sia di questa sia di altre questioni simili. Nel corso del libro Martinelli ci fa continuamente notare la relazione, e le frequenti tensioni, tra la dimensione politica, ideologica e organizzativa del partito. Gli eventi politici si susseguono a un ritmo talmente rapido che l'organizzazione, con i suoi tempi, fatica a tenere il passo; le strutture del partito, una volta in movimento, conducono una vita propria.L'ideologia svolge una funzione di collante nell'ambito di un organismo altamente complesso come quello del Pci, ma interagisce con i diversi livelli dell'organizzazione, portando ai risultati voluti ma producendo anche conseguenze indesiderate.
La struttura concettuale non è particolarmente elaborata, e (fortunatamente) non è esposta per filo e per segno all'inizio del volume, nello stile di certe opere teoretiche. Al contrario. Tuttavia fornisce un orientamento interpretativo estremamente maneggevole che, come ho detto, si rivela piuttosto convincente. Questo è evidente soprattutto nell'abile discussione di Martinelli sulla "doppiezza", un tema toccato in molte occasioni.
L'autore rifiuta una definizione grossolana della "doppiezza" vista come l'ipocrisia di un gruppo dirigente che in pubblico proclama le virtù della democrazia mentre cova un segreto attaccamento a un sistema di tipo sovietico, e indica chiaramente i numerosi modi in cui tipi diversi di "doppiezza" si sono manifestati nelle dichiarazioni, e soprattutto nella prassi, del Pci nell'immediato dopoguerra.Mostra, ad esempio, come la tensione tra la strategia democratica nazionale del partito e la sua devozione all'Unione Sovietica abbia creato una vera dualità nell'identità del Pci.Nello stesso tempo, Martinelli tende a vedere la maggior parte delle altre manifestazioni di quella che generalmente viene chiamata "doppiezza" come il prodotto inevitabile di un'enorme, ingombrante organismo, che procede (con passo piuttosto malfermo) a un ritmo molto diverso a seconda dei diversi livelli dell'attività del partito.I lettori possono scegliere di dissentire su questo o quel punto specifico, ma l'argomentazione nel suo complesso è estremamente convincente.
Infine, è perfettamente comprensibile la ragione per cui il libro si limita al periodo tra la Liberazione e il 18 aprile; visto che il volume è già lungo quattrocento pagine, sarebbe stato problematico farlo ancora più lungo. Ci sarebbero però state ragioni altrettanto se non più valide per portare avanti questo volume fino al 14 luglio e all'attentato a Togliatti. La "doppiezza", nei suoi vari significati, è, come ho già indicato, uno dei temi unificanti dell'intero libro, e Martinelli arricchisce molto questo concetto utilizzandolo in contesti piuttosto diversi.Tuttavia una delle accezioni più forti e più ricorrenti resta quella che si riferisce alle aspettative rivoluzionarie di almeno una parte della base comunista, e alla tolleranza per queste attitudini da parte del gruppo dirigente. Avrebbe perciò potuto essere una conclusione più adatta a questo volume terminare con l'evento che ha rappresentato la chiusura definitiva anche solo del sogno di un'opzione insurrezionale (per gli irriducibili, dopo il 14 luglio, restò solo l'attesa dell'armata rossa). Ma, come detto, si è trattato probabilmente di una decisione tanto logistica che editoriale, dal momento che l'episodio occuperà ovviamente molte pagine nel prossimo volume, un volume che si spera sarà pubblicato rapidamente.