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Storia dell'Italia medievale (410-1216)

Ovidio Capitani

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Editore: Laterza
Edizione: 5
Anno edizione: 2001
Pagine: 550 p.
  • EAN: 9788842029984
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(recensione pubblicata per l'edizione del 1986)
recensione di Haverkamp, A., L'Indice 1987, n. 6

Non si può certo lamentare l'assenza di buoni studi sulla storia dell'Italia medievale: al contrario, dalla fine degli anni Sessanta hanno visto la luce molte opere, davvero voluminose in tutti i sensi, che esaminano il periodo secondo una pluralità di aspetti e contemporaneamente si rivolgono a un largo pubblico. Oltre alle numerose "Storie d'Italia" in più volumi, concepite (sia pure con molte differenze) secondo un modello decisamente classico, è da ricordare la gran quantità di monografie e contributi che hanno esaminato temi particolari, o lungo tutto il medioevo o all'interno di suoi segmenti importanti. Ricerche di questo genere sono state condotte da molti autori stranieri oltre che naturalmente da medievisti italiani, tra i quali non ultimo Ovidio Capitani. Nel carattere internazionale di Attesti studi si rispecchia la centralità del ruolo svolto dall'Italia nel medioevo - a differenza di quanto accadrà nell'età moderna - non solo nella storia d'Europa, ma nelle vicende di tutta l'area mediterranea.
D'altra parte la storia della penisola italiana è stata, specialmente nel medioevo, una storia a molte dimensioni, policentrica, differenziata. Determinante l'influsso della collocazione geografica: da un lato le regioni e le città costiere si aprivano verso il Mediterraneo, dall'altro le Alpi costituivano una cerniera con l'Europa continentale. La varietà dei particolarismi trova riscontro in prospettive di ricerca fortemente caratterizzate in senso locale o regionale, mentre non di rado rimangono in ombra i nessi storici di rilievo più complessivo. Questa forte dicotomia segna profondamente la medievistica e pone ogni autore che abbia in progetto di scrivere una storia dell'Italia medievale di fronte a un compito molto difficile. La difficoltà è poi accentuata dall'ampliamento degli orizzonti storiografici e tematici suggerito dalla medievistica francese, un suggerimento raccolto e testimoniato dai saggi della "Storia d'Italia" di Einaudi. L'aspirazione sostanzialmente utopistica a un histoire totale trova un ulteriore ostacolo nei limiti imposti a un libro che, come questo, vuole illustrare in meno di cinquecento pagine più di otto secoli di storia italiana.
Il nuovo lavoro di Ovidio Capitani si differenzia da altre pregevoli pubblicazioni recenti, come quelle di Giovanni Tabacco, per i destinatari esplicitamente circoscritti, gli "studenti delle facoltà di Lettere e filosofia e di Magistero": ma dirò subito che l'opera mette a disposizione dei lettori una sintesi molto ben riuscita di fatti e di problemi, tale da interessare un pubblico ben più ampio. Giustamente l'autore avverte che chi vuole approfondire le sue conoscenze sull'era in questione deve già possedere un buon bagaglio di informazioni, date comprese, su avvenimenti dallo svolgimento tutt'altro che lineare. Non si può riuscire a cogliere tutta la ricchezza del mondo medievale così agevolmente come vorrebbe una certa politica culturale e come sembrano suggerire alcuni autori "facili".
Capitani individua senz'altro nella storia politica e nel suo fitto interferire con la storia religiosa ed ecclesiastica il fulcro sul quale orientare l'indagine, come premessa di approfondimenti anche tematici particolari. Sulla base di questa opzione interpretativa si ricostruisce il rapporto fra l'Italia e l'Europa, e al contempo viene messo in evidenza l'intreccio delle relazioni così fortemente differenziate che intercorrono tra la penisola e le formazioni statali bizantina, longobarda, franca, carolingia, ottoniana, salica, normanna e sveva. Il libro dà rilievo a queste grandi direttrici insieme con la storia del papato, delle strutture ecclesiastiche e dei movimenti religiosi; e contemporaneamente lascia intravedere la rete che, con efficacia diversa a seconda dei periodi e delle zone, si sovrapponeva ai particolarismi locali e regionali.
L'opera si giova indubbiamente della competenza acquisita da Capitani nei suoi studi specifici, che hanno spaziato su gran parte del periodo oggetto di questa sintesi.
La trattazione non trascura la storia economico-sociale n‚ tutto quanto risulta connesso alla storia culturale strettamente intesa: questi altri aspetti o trovano spazio nel corso dell'esposizione cronologica dei fatti, o ricevono a parte adeguata attenzione. Ad esempio, dopo il capitolo introduttivo, in cui si da conto brevemente dell'entrata dell'Italia nel medioevo, e dopo l'esposizione degli avvenimenti compresi tra il 568 e il 774, si trova l'analisi della storia sociale e istituzionale del periodo. In questo terzo capitolo si prendono in esame ordinamenti e strutture dello stato longobardo e bizantino, per metterne meglio in rilievo le affinità e le differenze. Lo stesso metodo Capitani adotta nei tre capitoli successivi, che conducono la trattazione fin verso l'anno Mille: in essi esplora dapprima l'età carolingia, per occuparsi poi principalmente della storia dell'impero e del papato nel secolo X. Gli avvenimenti che in questo periodo coinvolgono le aree meridionali sono descritti secondo un'ottica eminentemente "nordica". Segue un'analisi verticale degli ordinamenti della società e delle istituzioni tra il IX e l'XI secolo, che prende in esame anche le strutture profonde del potere signorile, la chiesa e in particolare la popolazione rurale.
Sotto il titolo "Cultura, trasmissione e conservazione di testi, scuola in Italia tra V e XI secolo" è offerta un'ampia indagine che funge da raccordo tra il mezzo millennio abbondante già trattato e gli ultimi due secoli, oggetto di indagine ai quali è dedicato quasi lo stesso numero di pagine. Su un totale di quattordici capitoli, infatti, gli ultimi sei coprono il periodo che va dall'inizio dell'XI secolo ai primi anni del XIII, e di questi i primi quattro sono dedicati alla fase precedente il concordato di Worms (1122). Nel contesto della storia dei rapporti fra impero e papato Si fanno in primo piano le forze in cui si incarnano le tensioni fra potere e religione: il loro spessore è reso attraverso le connotazioni storico-religiose e storico-sociali utilizzate per designarle, come "il gruppo riformatore" "le forze cittadine popolari", o anche "la pataria milanese". Riferimenti di questo tipo sono presenti anche nell'analisi delle strutture istituzionali e sociali contenuta nel capitolo XII (Il fenomeno comunale in Italia: lanose iniziale). In qualche modo i limiti cronologici del periodo vengono oltrepassati con la descrizione dei comuni nelle campagne dell'Italia centro-settentrionale. Lo stesso si può dire per quanto riguarda i comuni nell'Italia meridionale e la connessa organizzazione dello stato normanno. Il capitolo successivo, dopo aver indagato la fisionomia costituzionale del regnum Italicum fino alla metà del XII secolo, riassume come filo conduttore il gioco dei rapporti tra i comuni dell'Italia centrosettentrionale, l'impero, il papato e i Normanni fino alla fine del regno del Barbarossa, senza tuttavia approfondire la situazione dell'Italia meridionale e della Sicilia. A metà dell'ultimo capitolo campeggia la figura, per certi aspetti davvero imponente, di Innocenzo III. Intorno al suo operato si dispone, nel paragrafo conclusivo, l'analisi delle eresie e dei movimenti religiosi (che rimonta in parte all'XI secolo) nonché il tema dell'origine degli ordini mendicanti.
L'Appendice offre un pregevole commento delle fonti e ampie indicazioni su vari aspetti di storia della cultura fino al XIII secolo, non senza ragguagli sullo stato della ricerca: appare perciò di particolare interesse per i lettori non specialisti. Per quanto riguarda le indicazioni bibliografiche spiace rilevare, soprattutto in quanto autori, che Capitani ha esplicitamente privilegiato le opere in lingua italiana. L'ampiezza della lacuna che ne risulta sul piano dell'informazione si può facilmente misurare attraverso un confronto con alcune delle recenti opere italiane, che fanno sistematico riferimento a lavori in lingua tedesca.
Più importante mi sembra un'altra questione: se effettivamente il pontificato di Innocenzo III abbia avuto un'importanza tale da farlo assumere come significativa conclusione di una "Storia dell'Italia medievale". In realtà neppure Capitani afferma che con questo papa termina il medioevo in Italia. Egli intende piuttosto sottolineare con la sua scelta una forte cesura nella storia medievale italiana: motiva dunque questo epilogo da un lato con gli importanti mutamenti che in quel tempo si determinarono nei rapporti fra impero e papato, e dall'altro con la novità della concezione statuale rappresentata da Federico II, in una prima fase protetto di Innocenzo III, poi antagonista del papato.
È interessante notare come questa tesi risulti coincidente e integrativa rispetto a quella del famoso medievista tedesco Herbert Grundmann, a lungo presidente dei "Monumenta Germaniae Historica", conosciuto soprattutto per i suoi studi sui movimenti religiosi nel medioevo; secondo una prospettiva propriamente tedesca, egli fece infatti iniziare il basso medioevo con le lotte per la successione al trono dopo la morte di Enrico VI. Questa affinità di fondo tra Capitani e Grundmann, tra un insigne rappresentante tedesco della ricerca sul medioevo, scomparso quindici anni fa, e un insigne medievista italiano d'oggi, sottolinea la tradizionale comunanza di una riflessione storica che vede nell'accordo o nel disaccordo tra impero e papato, tra potere temporale e spirituale, tra sviluppi politici e religiosi, una caratteristica fondamentale della storia europea.
La ricerca contemporanea trova nella continuità di tale tradizione un patrimonio irrinunciabile e uno stimolo per ulteriori riflessioni sulla storia dell'Italia medievale. A questo proposito mi pare che uno dei problemi che ci si dovrebbe porre è fino a che punto, al di là di ogni prospettiva eurocentrica, si debba ricercare nella storia della penisola italiana una componente autoctona, attraverso cui sarebbe filtrata la cultura mediterranea. Così come mi sembra lecito domandarsi in quale misura le grandi figure di Innocenzo III e di Federico II possano simboleggiare le tendenze di due periodi di storia italiana che si vorrebbero divergenti. Non è facile trovare risposta a queste domande. Del resto esse esulano dal contesto del libro e non ne intaccano i grandi meriti.
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