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Giorgio Sola

Editore: Carocci
Collana: Università
Anno edizione: 1996
Pagine: 896 p. , ill.
  • EAN: 9788843012022


recensione di Caciagli, M., L'Indice 1997, n. 6

La qualifica di "politologo", un neologismo che in italiano come in altre lingue non ha più di trent'anni di vita, viene oggi usata a man bassa in Italia per denominare chiunque scriva di politica, magari soltanto sui giornali. Così storici, giuristi, filosofi o giornalisti son diventati tutti politologi. Sarà forse questa la ragione per cui, invece, il termine "scienza politica" non è riuscito a entrare nell'uso e coloro che la praticano come disciplina specifica (i politologi, appunto) continuano a essere ancora indicati troppo spesso quali cultori di "scienze politiche" (al plurale).
È allora ragionevole sperare che il grande impegno profuso da Giorgio Sola in questa imponente storia della scienza politica riesca a far riconoscere anche in Italia il netto profilo di una disciplina dotata di un proprio statuto che ben la distingue dalle altre scienze politiche. Non è forse un caso che sia stato un politologo italiano a cimentarsi in un'impresa di queste dimensioni, che non ha uguali nemmeno nei paesi dove la scienza politica è da tempo istituzionalizzata come campo del sapere oltre che pienamente accettata dal pubblico colto.
Anche i non addetti ai lavori dovrebbero allora leggere questo libro, e da cima a fondo, senza farsi intimorire dalle sue oltre 850 pagine. Ciò perché si fa scorrere con piacere, ma soprattutto perché obbedisce a un'architettura che sorregge con coerenza tutte le sue parti, muovendo dalla genesi della "nuova" scienza politica negli Stati Uniti all'indomani della seconda guerra mondiale e seguendone sviluppi e ramificazioni nei molti e vari indirizzi che hanno generato la "scomposizione" attuale, che potrebbe essere assunta come crisi di crescita verso una solida maturità.
La scienza politica dell'ultimo mezzo secolo, si preoccupa di ricordare Sola con parole molto semplici perché anche i sordi di cui sopra possano intendere, ha trovato il suo autonomo statuto nell'essere una "scienza sociale" specialistica che, come tale, "intende produrre descrizioni ed interpretazioni empiricamente rilevanti e controllabili" dei fenomeni politici e, in quanto tale, ha emancipato lo studio della politica dalla filosofia e dal diritto, dei quali la "vecchia" scienza politica era ancella e debitrice.
L'architettura dell'opera si regge su tre architravi, che risultano evidenti a chi guardi i titoli degli undici capitoli. La maggior parte di questi titoli segnala espressamente il primo architrave, cioè le grandi correnti che hanno attraversato e attraversano la scienza politica contemporanea: il comportamentismo, il funzionalismo, il paradigma sistemico, l'elitismo e il pluralismo, l'approccio neomarxista, il neocorporativismo, la "rational choice" e la "public choice" e, arrivato di fresco, il neoistituzionalismo. Altri titoli segnalano invece il secondo architrave, cioè alcuni settori di indagine, privilegiati per la qualità delle impostazioni e la quantità di fecondi risultati: il potere e le élite, il potere locale, lo sviluppo politico e le relazioni internazionali (non si capisce, però, perché questi stiano insieme nello stesso capitolo), le politiche pubbliche, lo Stato (riscoperto), per terminare con i modelli di democrazia. Infine, il terzo architrave, in parte sovrapposto al secondo, è costituito da due vere e proprie subdiscipline, alle quali sono dedicati altrettanti capitoli: le relazioni internazionali, ancora, e la politica comparata. Qui va detto che alla stessa stregua di subdisciplina autonoma poteva essere trattata la scienza dell'amministrazione, che in alcuni paesi (il nostro compreso) gode di forte autonomia istituzionale e ha comunque dato contributi importanti per l'intera disciplina - alcuni dei quali puntualmente ricordati da Sola, ma in contesti diversi. La scelta di unità d'analisi disomogenee (prospettive di analisi, settori d'indagine e subdiscipline, dunque) appare azzeccata, perché illuminante. È tale in particolare per un lettore che deve intendere la complessità di un sapere scientifico, dove sempre di più contano gli apporti collettivi e l'accumulo delle conoscenze. Serve inoltre all'autore per seguire personalità, approcci e contenuti che talvolta si incontrano su piani diversi in un'evoluzione non sempre lineare. Consente infine allo stesso autore di rispettare almeno in parte la rotta che si era dato: ricostruire prospettive di analisi di una corrente, di una scuola o di un autore, ma farle seguire dalle informazioni sulle indagini concrete, esemplari o importanti, frutto dell'applicazione empirica di quelle prospettive.
Giustamente, anzi inevitabilmente, questa storia della scienza politica contemporanea non può che cominciare con la "rivoluzione comportamentista" che la nuova generazione di politologi americani mise in atto negli anni cinquanta, spinta dalla volontà di conoscere le "dimensioni reali dei fenomeni e dei comportamenti politici". È stato il comportamentismo, ribadisce con ragione Sola, a introdurre decisamente i metodi di rilevazione empirica e a coniare nuovi concetti e nuove categorie, finanche un nuovo vocabolario. Il comportamentismo costituì il "vero e proprio spartiacque", senza il quale non ci sarebbero né la scienza politica che in prevalenza si conosce e si pratica, né i politologi in quanto specialisti. I limiti del comportamentismo (l'iperfattualismo, l'eccesso di quantitativismo o l'aver isolato il singolo individuo dal contesto storico-sociale) non diminuiscono molto il suo merito di aver contribuito a far diventare la scienza politica scienza sociale e scienza empirica.
Dopo quella spinta c'è stato uno sviluppo prepotente e fruttuoso, nei termini intellettuali disegnati dall'opera di Sola, ma anche in termini di espansione e radicamento della disciplina negli Stati Uniti, in Europa e altrove, dove il seme ha dato frutti spesso originali. Sola non poteva certo "viaggiare" attraverso tanti paesi per vedere che cosa vi sia stato prodotto di bello e di nuovo nel corso di tre o quattro decenni. Il rilievo che gli si può fare, semmai, è di aver frequentato un po' troppo i soli Stati Uniti. Ora, è fuor di dubbio che gli Stati Uniti, non solo per il loro diritto di primogenitura, quanto per il numero e l'originalità dei contributi, sia di riflessione che di ricerca, che di lì provengono, continuino a essere la mecca della nuova scienza politica. Agli studiosi e ai poli di ricerca americani continuano a guardare i politologi di tutto il mondo, nell'ultimo scorcio di secolo anche quelli delle nuove democrazie. Tutti i principali apporti alla disciplina e quasi tutte le sue acquisizioni sono venuti e vengono da oltre Atlantico. Ma il metro di giudizio di apporti e di acquisizioni non possono essere soltanto l'"American Political Science Review", né i dibattiti nei congressi dell'American Political Science Association, dei quali Sola quasi esclusivamente si serve. Se non si deve giudicare eccessivo, per le ragioni che Sola spiega onestamente nell'introduzione, lo spazio dato ai titoli americani nei ricchi e utilissimi apparati bibliografici annessi a ogni capitolo, insufficienti e occasionali appaiono comunque i richiami dei titoli europei. Non è allora un caso che manchi in un'opera di tanto respiro una sezione dedicata ai partiti, protagonisti della vita politica europea di questo secolo e al centro delle indagini e dei ragionamenti di schiere di politologi del vecchio continente.
Forse è questo sbilanciamento geoculturale a generarne un altro che l'autore avrebbe voluto evitare, quello fra i paradigmi e le teorie da un lato e le ricerche dall'altro. Vengono prese in troppa considerazione e, qualche volta, troppo sul serio strategie di analisi (termine che preferisco al polisemico "teorie") che, fondate su pure deduzioni, hanno avuto limitata o nulla applicazione. Chi ha mai applicato con buoni risultati, tanto per fare un esempio, il modello cibernetico di Karl Deutsch? Come si può applicare la cosiddetta teoria dell'elettore razionale propria della "rational choice" agli elettori europei, ammesso che sia stata applicata con successo a quelli americani? A tal proposito, sia detto fra parentesi, Sola fa torto, trascurandola del tutto, alla mole di studi elettorali fioriti in Europa, certo su stimolo degli studi sul comportamento elettorale avviati negli Stati Uniti, ma oggi con categorie e risultati anche più avanzati.
Più che in altri capitoli, è proprio nel decimo, dedicato appunto alla "rational" e alla "public choice" (ben 119 pagine, da 701 a 819!), che l'autore subisce allora, a mio avviso, il rischio che voleva evitare, quello di fare una "storia delle idee politologiche". Invece, proprio perché fanno meglio capire al profano come operano e dove arrivano i politologi, i capitoli più riusciti del volume appaiono quelli su potere, elitismo e pluralismo, sul potere locale, sulla politica comparata e sui modelli di democrazia. In essi alla parte che ricostruisce l'elaborazione di schemi interpretativi si coniuga felicemente una parte che riferisce delle risultanze più valide delle ricerche empiriche affidate a quegli schemi.
Le osservazioni critiche non vogliono togliere nulla a uno sforzo così grande di raccolta e di sistemazione, effettuato con lucidità e passione ed esplicitato con un'esposizione di ammirevole chiarezza. Come tante altre osservazioni che verrebbe ancora voglia di fare, quelle fatte stanno a indicare quanto questa storia pionieristica sia ricca di motivi, di suggestioni e di suggerimenti per altri scavi da effettuare. L'impresa intellettuale realizzata da Sola si presenta come il prodotto originale di una scienza politica europea arrivata a maturità e viene a costituire una tappa importante nell'ulteriore sviluppo della disciplina di qua e di là dell'Atlantico.