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Una storia italiana. Vita di Ernesto Rossi

Giuseppe Fiori

Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Anno edizione: 1997
Pagine: 297 p.
  • EAN: 9788806145361
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recensione di De Luna, G., L'Indice 1997, n.11

Il percorso narrativo di Giuseppe Fiori si snoda attraverso pagine limpide ed efficaci dandoci l'opportunità di conoscere, finalmente, Ernesto Rossi. Riepiloghiamo la dimensione pubblica del personaggio: volontario, ferito e decorato nella prima guerra mondiale; mussoliniano fervente fra i 22 e i 25 anni; protagonista della prima cospirazione dell'antifascismo militante, quella salveminiana del "Non Mollare" e dell'"Italia Libera"; organizzatore di Giustizia e Libertà in Italia, arrestato nel 1930, a 33 anni, e condannato a vent'anni di carcere; federalista europeo, con Altiero Spinelli, e dirigente del Partito d'Azione durante la Resistenza; sottosegretario alla ricostruzione del governo Parri (luglio 1945) e presidente dell'Arar (Azienda rilievo e alienazione residuati) fino al 1956; fondatore del Partito radicale, animatore delle iniziative culturali del "Mondo" di Pannunzio e così via, di battaglia in battaglia, di polemica in polemica, fino alla morte, avvenuta nel 1967. Troppi grandi eventi racchiusi tutti insieme in un'unica biografia, troppo Novecento tragico ed epico condensato nella vita di una sola persona.
Non solo. Tutte le tappe di questa esistenza frenetica sono state scandite da un'instancabile attività pubblicistica, da un diluvio epistolare che ha sedimentato articoli, saggi, recensioni, libri, opuscoli, carteggi editi e inediti, aggregatisi in un vastissimo corpus documentario. Di qui nasce il timore reverenziale che sembra aver attanagliato gli storici che se ne sono occupati, alimentando una produzione storiografica frammentaria, spezzata in tanti segmenti quante sono le "fasi" della sua vicenda politica e umana ma incapace di coglierne l'insieme.
Giuseppe Fiori ha affrontato di petto l'impegnativo compito di condensare in un libro l'intero percorso di Ernesto Rossi, scegliendo la strada più incisiva e diretta: lasciato sullo sfondo lo scenario storico (affidato di volta in volta a essenziali squarci narrativi), ha chiamato in causa lo stesso Rossi, costruendogli un monologo-racconto basato essenzialmente su brani delle sue stesse lettere, lacerti di quel grande giacimento archivistico diventati, di colpo, tasselli per l'allestimento di una vera e propria autobiografia. Il risultato di questo lavoro, alla fine, è proprio quello di ridare spessore storico e complessità a un personaggio che stava diventando solo un santino dello scarno pantheon della cultura laica italiana. Fiori (e in questo ricorda molto Nuto Revelli) ha il grosso vantaggio sugli storici di mestiere di saper utilizzare l'empatia con i propri "oggetti di studio" per sondarne le profondità più riposte, spingendosi lungo i sentieri dei sentimenti e delle emozioni che sono in grado di restituire carne e sangue a personaggi che troppo spesso gli storici lasciano sepolti sotto le carte utilizzate nelle loro ricerche.
Dalle pagine del suo libro scaturisce così un Ernesto Rossi più complicato, dal profilo meno lineare e quindi molto più "vero". Fiori si è addentrato senza esitazioni nel vissuto di Rossi, utilizzando con profonda "pietas", ma anche con grande sagacia, soprattutto i carteggi, molti dei quali (quello con Giorgio Agosti, ma anche con i familiari più stretti) ancora inediti. Il profilo "privato" che ne scaturisce è altamente drammatico. Un padre mai amato e disprezzato dai sette figli nati da un matrimonio senza amore; la mamma, Elide, a cui il marito aveva sparato insieme al suo giovane amante; questa stessa mamma amata in un abbandono totale ("se tu non puoi ora prepararmi il risotto con i piselli, smacchiarmi la giacca, stirarmi i pantaloni, puoi fare qualcosa di molto più importante, amarmi come mi ami ed essere una sola cosa con me", le scriveva dal carcere); un fratello, Mario, caduto in guerra; una sorella, Maria, suicida nel 1919; un'altra sorella, Serenella, suicida nel 1929; un altro fratello, Paolo, esiliato in Svizzera.
Il nodo interpretativo posto da questo rosario di tragedie e di lutti è di evidenza immediata, tutto dislocato lungo l'asse pubblico-privato: quel surplus di determinazione e di intransigenza che segnò le scelte politiche di Ernesto Rossi scaturì dalle tempeste che ne sconvolsero l'universo familiare? O, invece, il rapporto causa-effetto è da guardarsi capovolto, nel senso che fu l'antifascismo militante a imporre a Ernesto Rossi quel prezzo così amaro e così esorbitante? Il coraggio dimostrato nella battaglia contro il regime, la consapevolezza con cui affrontò i lunghissimi anni di carcere, la dimensione totalizzante assunta dal suo rapporto con la politica non appartengono alle biografie "normali"; c'è un segreto in quelle scelte? sono dettate solo da un "imperativo categorico" di tipo etico o la loro configurazione risponde anche ai tumulti del proprio privato? Fiori non risponde direttamente a questi interrogativi e, al solito, lascia parlare le lettere. In questo caso è una lettera del fratello di Ernesto, Paolo, a lasciare intravedere la strada di una possibile "spiegazione": "Se Ernesto - scriveva dalla Svizzera a sua sorella - si fosse interessato maggiormente alla sua famiglia, nel senso spirituale, psicologico, forse Serenella non si sarebbe suicidata (...) le sue lettere dal carcere mi spaventano per la loro povertà spirituale (...) sono lettere da professore, lettere da stampare (...) lettere da passare più tardi agli archivi della storia politica italiana. E poi sempre quella maledetta ironia, quel cinismo". Paolo grondava rancore verso il fratello, beniamino della mamma e delle sorelle, eroe e martire, famoso; quella lettera trasuda invidia e risentimento, ma, nello stesso tempo, richiama l'attenzione sulla monumentalità del personaggio incarnato da Ernesto, lasciando intravedere quel confine sottile tra aridità ed egoismo da un lato e abnegazione e intransigenza dall'altro che già Gobetti aveva attraversato.
Ma la complessità e le sfaccettature appartengono anche all'Ernesto Rossi "pubblico". Lo testimoniano fedelmente gli ossimori che ne affollano le scelte politiche ed esistenziali. Neutralista ardente ("io non mi sento punto patriota e mi sono proposto di disertare piuttosto che andare in guerra"), quando scoppiò la prima guerra mondiale si arruolò volontario diventando, come egli stesso causticamente si definiva, "un non interventista intervenuto" a differenza di tanti "interventisti non intervenuti"; tra i 22 e i 25 anni fu fascista convinto, intrecciando contemporaneamente un duraturo sodalizio affettivo e intellettuale con Salvemini.
Un fascista salveminiano? È possibile? Nella biografia di Ernesto Rossi, sì. Più si va avanti negli anni, più queste contraddizioni si infittiscono anziché diradarsi. Federalista convinto, aderisce al Partito d'Azione con una scelta condizionata da pesanti riserve: lamentava, in particolare, la presenza nel Partito d'Azione di "vecchi pasticcioni della vecchia democrazia di deprecata memoria" e lo stesso La Malfa gli sembrava "troppo desideroso di un immediato successo in termini parlamentari", ancora fiducioso della "possibilità e della necessità di creare un nuovo organismo statale, durante una crisi rivoluzionaria, mediante una pacifica elezione a suffragio universale". In fondo, gli era estraneo il concetto stesso del partito come forma di organizzazione della politica. Nel primo manifesto federalista, con Spinelli avevano insistito, in particolare, su un modello giacobino di partito, "non espressione delle esigenze popolari, ma guida delle classi lavoratrici (...) nell'interesse della collettività", legittimato "non da una preventiva consacrazione da parte dell'ancora inesistente volontà popolare, ma dalla coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna". L'ipotesi di un "partito federalista" appariva in questo senso concorrenziale al ruolo assunto dal Partito d'Azione urtando, in particolare, contro l'esigenza di "non frazionare le forze progressiste, che molto facilmente avrebbero dovuto lottare contro i reazionari e contro i comunisti".
Liberista di sicura fede, in una scelta rafforzata dall'incontro, nel 1927, con Luigi Einaudi, nel 1943 era convinto "che dovesse esserci un lasso di tempo in cui si dovesse fare piazza pulita di tutti quelli che avevano avuto una posizione di comando solamente perché erano fascisti. Questo non si poteva certo ottenere lasciando le leve di comando in mano ai plutocrati". Ancora lo stesso manifesto federalista auspicava "nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti", con l'obiettivo immediato di battere le radici economiche del "burocratismo e del militarismo nazionale". Questo dell'Ernesto Rossi liberista-nazionalizzatore fu, tra tutti, l'ossimoro più affascinante.
Coniugando il tradizionale binomio della giustizia e della libertà non più sul terreno astratto dei "principi" ma su quello più o meno concreto della "politica economica", non c'è dubbio che il suo accento finiva inevitabilmente per cadere sul suo secondo termine fino a legittimare, su questo piano, la più convinta adesione a quello che egli chiamava il "sistema individualistico" ("il solo regime individualistico - scriveva -, permettendo a molti membri della classe governata l'indipendenza di vita necessaria per esercitare un serio controllo sulla classe governante, può dare un contenuto concreto all'uguaglianza dei diritti e alle libertà moderne del cittadino"). Questa contraddizione la spiegò bene in una lettera a Salvemini del 1944: "Il libro che ha avuto maggiore influenza nell'evoluzione del mio pensiero durante gli anni di carcere è stato "The common sense of political economy" del Wicksteed, che ho letto, riletto, spiegato, tradotto. Questa evoluzione mi ha portato ad avere meno fiducia nel libero gioco delle forze economiche sul mercato di concorrenza, a riconoscere la convenienza di maggiori interventi statali per raggiungere obiettivi di giustizia sociale e a considerare inadeguato il metodo democratico durante i periodi di crisi rivoluzionaria. In poche parole, pur conservando le mie opinioni liberali, sono diventato molto più socialista ed anche molto più giacobino".
Il liberismo di Ernesto Rossi non era una religione da servire a dispetto della ragione. Dentro il crogiuolo incandescente della crisi italiana del 1943-45, i precetti liberisti si arrestavano alle soglie della grande lezione scaturita dalla crisi del 1929, dall'impotenza dimostrata dalle grandi democrazie occidentali (liberali e liberiste) di fronte all'avanzata dei regimi totalitari. In questo senso la biografia di Ernesto Rossi appare come un paradigma interpretativo più complesso. Tra le due guerre mondiali, il moltiplicarsi degli ossimori - o degli ircocervi, come li chiamava Croce - riferiti ai grandi sistemi teorici di derivazione ottocentesca, i tentativi di sintesi o di superamento perpetrati lungo le più diverse direzioni teoriche, rappresentarono la testimonianza di una crisi profonda sia del socialismo che del liberalismo, quasi di un loro progressivo estenuarsi, di un logoramento il cui indicatore politico più rilevante fu senz'altro la comune sconfitta delle loro espressioni politiche, partitiche e statuali di fronte al nazismo e al fascismo in Italia e in Germania. Dai nuclei centrali di entrambi si staccarono schegge di riflessioni e di ripensamenti autocritici che confluirono in un'unica nebulosa dai contorni teorici molto accidentati e difficili da distinguere, un vero e proprio laboratorio di sperimentazioni, progetti, sforzi ostinati di trovare "vie nuove", sconfitte. Per la sinistra italiana ed europea si trattò di un'appassionata ricerca di identità in uno scenario segnato dai mutamenti profondi scatenati dalla "grande trasformazione". Ernesto Rossi (attraverso Giuseppe Fiori) ci offre oggi la sua stessa biografia per aiutarci a decifrare e a interpretare storicamente l'accidentato dipanarsi di quei percorsi.

1897 "Ernesto Rossi nasce il 20 agosto a Caserta da padre di aristocratica famiglia piemontese (Rossi della Manta) e da madre bolognese.
"1903" Il padre lascia l'esercito. La famiglia si trasferisce a Rifredi, fuori Firenze.
"1913" Dramma in famiglia. Il padre spara, ferendoli, alla madre e all'amante di lei. La separazione è inevitabile. La madre torna a Bologna. Ernesto, che sta dalla parte della madre, resta a Firenze.
"1915" Si iscrive all'Università di Bologna, medicina.
"1916" Arruolamento e guerra sulla linea del Basso Isonzo.
"1917" Lo scoppio di una granata lo ferisce gravemente.
"1918" Il fratello Mario muore in combattimento.
"1919-22" Suicidio della sorella Maria. Si iscrive e si laurea in giurisprudenza a Siena. Lavora presso l'Associazione agraria toscana. Collabora al "Popolo d'Italia" e si trova su posizioni di fatto filofasciste sino alla Marcia su Roma. Legge Pareto e conosce Salvemini, fatto decisivo, quest'ultimo, per il passaggio all'antifascismo.
"1924" Partecipa all'attività ormai clandestina de "L'Italia Libera".
"1925" Collabora a "Non Mollare". Vince un concorso per l'insegnamento di materie giuridiche negli istituti tecnici.
"1926" Insegna a Bergamo. Prosegue la cospirazione.
"1927" Conosce Luigi Einaudi e approfondisce gli studi di economia.
"1929" Si suicida anche l'amatissima sorella Serenella.
"1930" Viene arrestato. A Viareggio salta giù dal treno che lo porta a Roma. Viene ripreso.
"1931" È condannato a vent'anni di carcere. Si sposa con Ada.
"1939" Lascia Regina Coeli e viene inviato al confino a Ventotene. La moglie può raggiungerlo.
"1941" Scrive con Altiero Spinelli il "Manifesto di Ventotene", programma federalista "per un'Europa libera e unita".
"1943" Senza sapere perché è ricondotto a Regina Coeli. Il 30 luglio, caduto il regime, viene liberato. Dopo l'8 settembre passa in Svizzera.
"1945" Rientra nell'Italia liberata. È sottosegretario alla Ricostruzione. Il governo Parri lo nomina presidente dell'Azienda Rilievo Alienazione Residuati (Arar). Si rivela un grande manager pubblico.
"1949" Viene fondato "Il Mondo". Rossi ne è il principale collaboratore economico.
"1952" Esce "Settimo: non rubare", la prima delle sue molte raccolte di interventi.
"1955" Il governo Segni inserisce l'Arar tra gli "enti inutili" e lo sopprime. La sinistra liberale si stacca dal partito di Malagodi e fonda il Partito radicale. Rossi vi aderisce.
"1958" Esce "Il manganello e l'aspersorio. L'uomo della provvidenza e Pio XI."
"1962" Crisi, in seguito al caso Piccardi, ne "Il Mondo" - che Rossi abbandona - e nel Partito radicale.
"1966" Sempre escluso nei concorsi a cattedra, ottiene un premio dall'Accademia dei Lincei.
"1967" Muore il 9 febbraio al Policlinico di Roma. Viene seppellito a Firenze, al cimitero di Trespiano. Tra le tombe di Salvemini, dei fratelli Rosselli, di Calamandrei."

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    Marco

    22/12/2005 19.54.43

    Splendido libro che narra la storia personale di uno dei padri della patria, purtroppo sconosciuto ai più, come in Italia è sconosciuta ai più una vera cultura liberale. Tra i fondatori del Partito Radicale, essendo italiano e anticlericale, non poteva che finire nel dimenticatoio. Per l'Italia un'occasione persa e un'enorme tristezza mi invade, pensando che probabilmente tra cinquant'anni, pochissimi ricorderanno Emma Bonino e ancora meno ricorderanno Ernesto Rossi.

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    enrico

    28/01/2002 14.40.03

    Denso di vicende, nomi e riferimenti storici, questo libro rappresenta, secondo il mio punto di vista, un vero e proprio capolavoro nell’ambito della storiografia nazionale. L’enorme stima riposta nei confronti di Giuseppe Fiori è stata, insomma, ancora una volta ben ripagata dalla cura con la quale egli ha saputo raccontare le vicissitudini personali e storiche di un personaggio d’avanguardia e aperto come appunto è stato Ernesto Rossi. I numerosissimi riferimenti ai vari Pannunzio, Parri, Leo Longanesi, Salvemini, i fratelli Rosselli e a tutti gli altri ideatori, collaboratori o semplici sostenitori del “Mondo” rappresentano, di per se stessi, dei contributi notevoli allo studio della storia contemporanea.

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