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"Il mare scrive", dicono i marinai quando il vento rinfresca sulle onde. Storia di lacrime e devozione, ma anche d'avventure, sembra confermarlo il racconto di naufragio, che, dopo aver accompagnato l'uomo fin dall'epoca della Bibbia e di Omero, rinasce alla fine del Medioevo come ex voto del superstite, diventa genere di successo a metà fra testimoniaza e discorso edificante nei secoli XVI e XVII, assume forma apertamente letteraria e artistica con il Romanticismo, con Poe, Verne, fino a Conrad, e torna a tentare la penna di chiunque quell'esperienza abbia attraversato in mare, o attraverserà, forse domani, nello spazio.Quando, nel 1735, l'erudito portoghese Bernardo Gomes de Brito (n.1688) pubblica i due volumi della sua Storia tragico-marittima, i testi che si trova a raccogliere, ritoccare e "perfezionare" con liberissima opera d'autore, sono disomogenei quanto allo stile, ma fortemente connessi da un solido nucleo narrativo. In tutte le storie, dal 1552 al 1602, chi racconta è sempre passeggero di quella Carreira da India che, inaugurata con regolarità e senza troppa preparazione nel XVI secolo, portava le navi portoghesi da Lisbona a Goa, facendo il periplo dell'Africa. Davanti agli occhi impauriti dell'uomo privo di ogni formazione letteraria o del gesuita missionario con cognizioni geografiche e mitologiche filtrate dalla nascente cultura barocca, si svolge una stessa indescrivibile tragedia: l'uomo, non sempre virtuoso e non sempre assetato di sola conoscenza , sfida l'ira divina. La presunzione dei piloti porta i galeoni sugli scogli, l'equipaggio abbandona ai flutti passeggeri e compagni pur di salvarsi la vita, uomini e donne vengono gettati sulla riva, spesso nudi come testimoni di sventura e bisognosi di tutto, sempre minacciati dalla fame e dalla ferocia dei selvaggi.