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Johann P. Hebel

Curatore: G. Bevilacqua
Editore: Marsilio
Anno edizione: 1996
Pagine: 332 p.
  • EAN: 9788831762892

recensione di Cases, C., L'Indice 1996, n. 9

Le storie da calendario sono un genere letterario che salvo errore alligna solo in Germania grazie al fondatore Johann Peter Hebel (1760-1826) fino a Bertolt Brecht e Walter Benjamin, mentre all'estero furono largamente ispirati da Hebel, di cui era grande ammiratore, soltanto "I quattro libri di lettura" di Tolstoj. La matrice è infatti internazionale, è quella dell'almanacco o lunario tipo "Pescatore di Chiaravalle", destinato al contadino, che oltre al calendario conteneva notizie utili e storielle edificanti. Ma solo in Germania, dove pure ci si era già cimentato Grimmelshausen, l'autore del "Simplizissimus", il genere trovò la sua forma classica, e non per nulla il suo creatore, il prelato di Karlsruhe Johann Peter Hebel, autore anche di pregevoli poesie in dialetto alemanno, fu molto apprezzato da Goethe. Hebel fu incaricato dal Margravio del Baden Carlo Federico di redigere una pubblicazione simile che ebbe il titolo "Der rheinländische Hausfreund" ("L'amico di casa renano") e uscì dal 1807 al 1815. Nel 1809 il famoso editore Cotta di Tubinga, l'editore delle opere di Goethe, fece un'antologia delle annate sino allora apparse che ebbe grande successo col titolo di "Tesoretto" e fu più volte aggiornato e ristampato. Abbiamo già segnalato nell'"Indice" (1989, n. 8) la traduzione italiana completa di quest'operetta a cura di Alberto Guareschi. Ma alla difficile impresa di una versione pensavano già altri, tra cui il noto germanista fiorentino Giuseppe Bevilacqua, se è da riferire a lui la perifrasi, anch'essa tipicamente hebeliana, su "chi da più di vent'anni si ostina, sempre rinunciando e poi riprendendo, a voler tradurre Hebel", come si legge nell'introduzione alla nuova scelta. Ne valeva la pena, poiché provando e riprovando Bevilacqua ci ha dato il migliore strumento per leggere Hebel, perché nella sua scelta esclude tutti i brani di carattere didascalico, spesso commoventi ma sempre alquanto superati ("Come preparare un buon inchiostro" e simili) e insiste su quanto riflette quel "giusto mezzo tra realismo e metafisica" in cui il curatore scorge a buon diritto l'essenza dell'arte narrativa di Hebel.
Realismo e fantasia sono infatti le due dimensioni della vita popolare. Il tono didattico si può giustificare solo all'incrocio dei due. Hebel è sempre minuziosissimo nei particolari per renderli credibili al suo pubblico, ma poi le sballa grosse con l'aiuto di qualche essere misterioso, che poi tanto misterioso non è, come gli spettri di un vecchio castello che in realtà sono falsi monetari. Anzi l'autore ha una segreta complicità con gli imbroglioni e perfino con i ladri che lo aiutano a mettere in guardia i lettori contro la propria dabbenaggine. Il fine che egli persegue attraverso la sua pedagogia non è un generico perbenismo, ma un mondo illuminato dalla coscienza e incarnato da qualche sovrano legittimo, che sia Napoleone o Giuseppe II. Questo mondo in cui si scontrano vizi e virtù, prove di coraggio e di codardia, di fedeltà e di tradimento, è un mondo sostanzialmente immutabile e acronico, come nella storia forse più famosa del libro, secondo Goethe addirittura "la più bella storia del mondo", quella di "Insperato ritrovamento", la storia della centenaria che ritrova il fidanzato seppellito nelle miniere di Falun.
Le storie di Hebel terminano spesso con un "nota bene!" non di rado ironico e falsamente pedagogico. Anche noi vogliamo terminare con un notabene per l'editore: quando pubblichi un libretto piccino, ma di tanto peso e così ben stampato e curato, perché non ci aggiungi almeno un indice delle storie?