La strana disfatta

Marc Bloch

Traduttore: R. Comaschi
Curatore: S. Lanaro
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1995
In commercio dal: 1 gennaio 1997
Pagine: XXXIII-255 p.
  • EAN: 9788806137854
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recensione di Senese, S., L'Indice 1995, n.10

Il 16 giugno 1944 i nazisti fucilavano un gruppo di resistenti francesi prelevati dalle carceri di Lione. Tra i caduti, un uomo dai capelli grigi che, poco prima di morire, rassicurava con dolcezza un giovane impaurito, che accanto a lui s'interrogava: "Farà male?", "No, piccolo, non farà alcun male". Quest'uomo cadde per primo, al grido "Viva la Francia". Così si spegneva, a cinquantotto anni nel pieno della sua maturità intellettuale e scientifica, Marc Bloch, uno dei più grandi storici e una delle più alte personalità morali di questo secolo. La Gestapo, che l'aveva arrestato alcuni mesi prima e l'aveva orrendamente torturato, mantenne segreti il suo arresto e la sua esecuzione nel timore dell'emozione e dello sdegno che la notizia avrebbe suscitato persino tra la comunità scientifica tedesca.
I particolari sul suo impegno di resistente a Lione, sul suo arresto, la sua detenzione e la sua morte, ci sono raccontati da Georges Altman, nella commossa prefazione alla prima edizione de "La strana disfatta", il saggio che Bloch scrisse a caldo dal luglio al settembre 1940, subito dopo il collasso della Francia, sulla catastrofe militare e morale del paese dinanzi alle armate hitleriane.
"La strana disfatta" ci viene ora riproposta da Einaudi, nella serie "Biblioteca studio", con una bella introduzione di Silvio Lanaro, insieme alla prefazione di Altman, ad alcuni scritti clandestini dello stesso Bloch e ad alcuni dei documenti rinvenuti tra le sue carte. Il volumetto riproduce integralmente per il lettore italiano, anche nelle appendici, l'ultima fortunata edizione francese de "La strana disfatta" pubblicata da Gallimard nel 1990 nella collezione "folio", con l'unica variante dell'introduzione di Lanaro in luogo di quella di Stanley Hoffmann che figura nell'edizione Gallimard.
Il manoscritto de "La strana disfatta" venne pubblicato, postumo, nel 1946 dalle edizioni Franc-Tireur; ne furono tirate quasi cinquemila copie che andarono esaurite nel giro di qualche mese, ma una seconda edizione, cui si provvide di lì a poco, rimase largamente invenduta. Né sorte migliore ebbe l'edizione inglese curata nel 1949 dalla Oxford University Press. L'eccezionale pregio storico dell'opera, peraltro, non rimaneva sconosciuto: nel 1955 la Tokyo University Press ne pubblicava una traduzione in giapponese. Ma un secondo tentativo francese di offrirla al grande pubblico nel 1957 (Albin Michel) rimaneva senza successo, pur dopo che lo stock degli invenduti era stato acquistato e commercializzato dalle edizioni Armand Colin, su cui licenza, nel 1970, la casa editrice Guida di Napoli curava la prima traduzione italiana anch'essa rimasta poco conosciuta al grande pubblico. Con l'edizione Gallimard, per contro, l'opera, arricchita da vari inediti dell'autore, assume un nuovo slancio: siamo già alla terza tiratura. Si moltiplicano le recensioni su quotidiani e settimanali. Nel 1992 le edizioni Fischer ne curano la traduzione in tedesco e l'avvenimento viene ripreso dalla stampa: dalla "Frankfurter Allgemeine Zeitung" alla "Die Zeit", autorevoli quotidiani e settimanali, di diverse tendenze e orientamenti, le dedicano impegnate recensioni. Ho indugiato su queste vicende editoriali perché esse mi sembrano legate, assai più di quanto possa pensarsi, all'ispirazione profonda che sorregge l'opera e le conferisce un pathos cui è difficile sottrarsi a lettura conclusa. Il successo della prima edizione è abbastanza comprensibile: nella temperie morale che accompagn• i giorni della vittoria sul nazifascismo, la Francia non poteva restare indifferente alla testimonianza di uno dei suoi più illustri martiri che nell'ora del disastro e della rovina, quando molti degli spiriti migliori sembravano affranti dall'umiliazione e rassegnati al silenzio e all'espiazione, resiste alla tentazione, che pure confessa, di "cedere alla fatica e all'abbattimento" e, armato della ferma speranza che "un giorno presto o tardi verrà in cui la Francia vedrà di nuovo sbocciare sul suo vecchio suolo... la libertà di pensare e di giudicare", s'impone il gravoso compito di gettare tutto se stesso nella preparazione di quel giorno costringendosi, prima d'ogni altra cosa, a un duro esercizio di lucidità e di analisi; "convinto - come scrive Lanaro - che per rimediare ad un disastro occorra innanzitutto comprenderne le cause .
Battuto ma non vinto, Marc Bloch si accinge a scrivere "La strana disfatta" con l'animo di chi continua con altri e più sofisticati mezzi la lotta ("Lo dico chiaramente: spero che avremo altro sangue da versare, anche se sarà quello delle persone che più amo - non parlo del mio cui non attribuisco tanta importanza"). In quest'atteggiamento, Bloch - "il guerriero", come pure è stato chiamato - incarna la sostanza più nobile della Resistenza. Ma l'adesione sincera a questa sostanza, in Francia come altrove, non durò a lungo; n‚ Bloch poteva agevolmente essere assunto nell'iconografia mummificata e inoffensiva degli eroi venerabili in tutte le stagioni: lo impedivano appunto la spietata lucidità dell'analisi del suo saggio, i problemi che aveva squadernato al paese, gli interrogativi sollevati e i vizi denunciati, in gran parte rimasti senza risposta e senza emenda. Da qui la rapida archiviazione de "La strana disfatta", ben presto abbandonata all'ammirazione degli specialisti.
Le ricerche successive, condotte su materiali d'archivio e documenti d'ogni genere, venivano tuttavia implacabilmente accumulando le conferme sull'essenziale dell'analisi relativa alle deficienze strategiche, politiche, culturali, che, nel suo "Processo verbale del 1940", Bloch aveva individuate come causa della disfatta, così riassumendole: "Il trionfo dei tedeschi fu essenzialmente una vittoria intellettuale ed è questo, forse, l'aspetto più inquietante".
Il giudizio ora riportato costituisce la sintesi dell'analisi che si dispiega nel secondo capitolo, intitolato "Deposizione di un vinto" e dedicato all'esame delle deficienze della macchina militare e, al di là di questa, della burocrazia in generale e dell'intera organizzazione dello Stato (il primo capitolo, "Presentazione del testimone", è volto a offrire gli elementi di valutazione della fonte di quella singolare testimonianza: ecco chi sono, cosa ho fatto, con quali occhi e quali strumenti ho percepito ed elaborato l'esperienza di cui tendo conto). Ora, se quel giudizio, nella sua folgorante acutezza, era già tale da disturbare non poco la cultura corrente, è soprattutto il terzo e ultimo capitolo, "Esame di coscienza di un francese", a risultare difficilmente digeribile: perché esso, muovendo dall'osservazione che "non vi è mai in una nazione corpo professionale che, da solo, sia interamente responsabile dei propri atti", affonda il bisturi nelle debolezze intrinseche della Terza Repubblica che, al di là delle specificità storiche cui Bloch è attentissimo, fanno troppe volte pensare ai tarli delle moderne democrazie al divario che le separa da quell'''ideale repubblicano" che costituì la religione laica del grande storico.
Bloch non risparmia niente e nessuno: il pacifismo parolaio, il tarlo plebiscitario che minaccia la democrazia, l'opportunismo del sistema dei partiti, i vizi del parlamentarismo, il pressappochismo della sinistra, l'angustia dei sindacati, le miserie del fronte popolare, la pigrizia degli intellettuali, sino al proprio silenzio negli anni venti e trenta. Ma sfugge sempre al rischio di confondere i valori con le mediocri o deplorevoli forme che pretendono inverarli: riafferma con forza il ripudio della guerra e la necessità della solidarietà internazionale, la tensione verso l'eguaglianza e la partecipazione, il commosso apprezzamento della solidarietà tra lavoratori, il primato del pluralismo e del conflitto civile sull'uniformazione autoritaria.
Il suo straordinario senso della Storia che "è scienza del mutamento" e ha come oggetto gli uomini nella loro indissolubile unità di necessità materiali e slanci ideali - lo aiuta a discernere ciò che va rifiutato o corretto da ciò che va salvaguardato come faticosa acquisizione della "civilizzazione". Una tensione, questa, preziosa dinanzi alla disgregazione di un mondo. E dunque, non è forse un caso che le fortune de "La strana disfatta" coincidano con l'ambiguo e sottile senso di smarrimento che percorre la nostra civiltà dopo il 1989 e che ha indotto taluno a parlare di ''fine della Storia".