La strana quadratura dei sogni

Alex Capus

Traduttore: R. Scarabelli
Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 2016
In commercio dal: 7 luglio 2016
Pagine: 219 p., Rilegato
  • EAN: 9788811687825
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Descrizione

«Alex Capus è un brillante scrittore e intreccia le storie di tre vite come in un'opera d'arte» - Die Zeit

«Il suo romanzo evoca l'affascinante atmosfera delle vecchie cartoline e conduce i lettori in luoghi in cui non sono mai stati prima» - Allgemeine Zeitung

È l'inizio di novembre del 1924. Il lago di Zurigo scintilla d'argento nonostante la foschia mattutina. Il convoglio dell'Orient-Express diretto a Parigi sta arrivando in stazione; sull'ultima carrozza, accanto allo sportello aperto, siede una ragazzina bionda stretta in una coperta di lana, assorta nei suoi pensieri. Da una rampa di carico, un giovane seduto a guardare i treni le fa un cenno di saluto. Sul binario accanto sfila il rapido in partenza per Ginevra, dove un uomo dal viso abbronzato è appena salito con la sua valigia. La ragazza si chiama Laura D'Oriano, e il suo sogno è quello di fare la cantante. Il ragazzo è Felix Bloch, ha appena dato l'esame di maturità e sta per iscriversi alla facoltà di ingegneria, o almeno così vorrebbe la sua famiglia. L'uomo è Émile Gilliéron e in quella valigia, in una scatola di sigari, custodisce le ceneri del padre, famoso pittore. I tre non hanno nulla in comune, tranne il fatto che le loro vite sono destinate a essere straordinarie. Perché Laura diventerà una delle prime spie antifasciste, Felix un importante premio Nobel per la fisica, ed Émile uno dei più rinomati falsari di opere d'arte al mondo. Ma tutto è ancora imprevedibile in quella nebbiosa mattina di novembre, dove insieme alla bruma autunnale aleggiano le infinite possibilità della vita.

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    enzo

    20/09/2018 13:28:29

    Possiamo considerare questo romanzo come una sorta di biografia di tre personaggi che sono stati i protagonisti del novecento, ho trovato interessante capire il ruolo che Laura e Felix hanno ricoperto nella seconda guerra mondiale. Questa parte sicuramente ha catturato la mia attenzione ed è stata piacevole, come anche la vita di Emilie, anche se il libro in alcuni punti risulta essere un po’ lento. Penso che lo scopo di questo testo sia premere l’attenzione su queste tre persone, per fare conoscere la loro vita, quello che è stato il loro ruolo nel secolo scorso, ma non ho capito fino in fondo come mai l’autore abbia scelto proprio questi tre personaggi. In più non ho compreso fino in fondo il senso del romanzo, non c’è una vera e propria storia, ma solo la descrizione delle loro vite seppur nient’altro che ordinarie. A mio avviso se l’autore avesse creato una sorta di storia inventata per unire le vite di queste tre persone, la narrazione sarebbe risultate più scorrevole e meno schematizzata. In alcuni punti mi sembrava proprio una sorta di biografia e senza che l’autore mettesse nulla di suo, forse è una mia sensazione ma questa scelta non mi è molto piaciuta.

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«Alex Capus è un brillante scrittore e intreccia le storie di tre vite come in un’opera d’arte.» - Die Zeit

«Il suo romanzo evoca l’affascinante atmosfera delle vecchie cartoline e conduce i lettori in luoghi in cui non sono mai stati prima, ma in cui si sentiranno sorprendentemente a casa.» - Allgemeine Zeitung

«Una storia accattivante e ambiziosa.» - Süddeutsche Zeitung

«Capus tiene le redini della storia come un esperto cavaliere; spazia magistralmente tra biografie ed epoche storiche diverse, assicurandosi che il lettore non perda mai l’orientamento.» - Neue Luzerner Zeitung

Per il suo romanzo Alex Capus sceglie tre protagonisti realmente esistiti e che ricoprirono un ruolo importante nella storia della prima metà del Novecento: Laura D'Oriano (1911-1943), Felix Bloch (1905-1983), Émile Gilliéron junior (1885-1939). Mescolando fatti documentati e altri romanzati, Capus orchestra un romanzo corale partendo dall'ipotesi che i tre protagonisti si siano incrociati un giorno del 1924 nella stazione ferroviaria di Zurigo, per poi concentrarsi sulle vicende di ciascuno descrivendone la giovinezza, le ambizioni, le speranze, le scelte che ne determineranno le vite, i motivi che li spinsero a diventare rispettivamente una spia antifascista, un fisico nucleare, un falsario.
Fin dai primi capitoli è però evidente che i personaggi sono, in realtà, quattro: ai tre già citati bisogna aggiungere Émile Gilliéron senior (1850-1924), padre di Émile junior, alla cui biografia è dedicato ampio spazio. L'artista svizzero lavorò come esperto e disegnatore nei siti dove furono condotti gli scavi archeologici finanziati da Heinrich Schliemann, in Grecia, e da Arthur Evans, al Palazzo di Minosse a Cnosso. Creò anche diverse riproduzioni dei ritrovamenti che furono acquistati da musei e da privati. Il figlio lavorò a fianco del padre e dopo la sua morte ne portò avanti le varie attività, soprattutto quella di riproduzione di opere che spesso venivano vendute all'estero da terzi come originali.
Dopo i primi studi di ingegneria, Felix Bloch si dedicò alla fisica, approfondendo durante la guerra gli studi sull'energia atomica e sul magnetismo dei neutroni, vincendo nel 1952 il premio Nobel per la fisica.
La cantante Laura D'Oriano fu l'unica donna nella storia del Regno d'Italia ad essere condannata a morte e giustiziata per le sue attività di spionaggio contro il governo fascista, condotte soprattutto grazie al suo plurilinguismo.


Le prime frasi del romanzo

La ragazza mi piace. Mi affascina l’idea di lei seduta nell’ultimo vagone dell’Orient-Express, con lo sportello aperto, mentre accanto scorre il lago di Zurigo, scintillante d’argento. Potrebbe essere l’inizio di novembre del 1924, quale giorno di preciso non saprei. Ha tredici anni ed è alta, magra, ancora un po’ goffa, con una ruga severa, piccola ma ben evidente, sopra il naso. Tiene il ginocchio destro piegato, la gamba sinistra invece penzola nel vuoto oltre la scaletta. È appoggiata allo stipite e oscilla al ritmo dei binari, i capelli biondi che svolazzano al vento contrario. Si protegge dal freddo con una coperta di lana, stretta contro il petto. Sul cartello che indica il tragitto del treno c’è scritto COSTANTINOPOLI-PARIGI, in caratteri dorati d’ottone che risaltano insieme ai leoni dello stemma reale belga.
Con la mano destra fuma le sigarette, che si consumano in fretta al vento. Da dove viene lei, non è insolito che i bambini fumino. Tra una sigaretta e l’altra intona brani orientali: ninnenanne turche, ballate libanesi, canzoni d’amore egiziane. Vuole fare la cantante come sua madre, però sarà più brava. Sul palcoscenico non si servirà mai del décolleté e delle gambe, come fa la madre, né indosserà un boa di piume rosa o si farà accompagnare da tipi come suo padre, che metteva sempre sul piano un bicchiere per gli spazzolini da denti pieno di brandy e, ogni volta che la madre mostrava la giarrettiera, strizzando l’occhio faceva un glissando. Lei diventerà una vera artista. Ha dentro di sé un’enorme sensibilità, che un giorno o l’altro riuscirà a esprimere. Di questo è assolutamente certa.
La sua voce è ancora esile e roca, anche di questo è consapevole. Riesce a malapena a sentirsi, mentre se ne sta lì seduta a cantare sulla scaletta. Il vento le prende le melodie dalle labbra e le sospinge nel mulinello d’aria dietro l’ultimo vagone.
Sono passati tre giorni da quando, a Costantinopoli, è salita su una carrozza blu della seconda classe con i genitori e i quattro fratelli. Da allora ha trascorso molte ore nel vano dello sportello aperto. Dentro lo scompartimento, dove siede la sua famiglia, l’aria è viziata e c’è tanto rumore, invece lì fuori il clima è mite per quella stagione dell’anno. In quei tre giorni, sulla sua scaletta, ha annusato il profumo dei vigneti bulgari e ha visto le lepri nei campi di grano falciati della Voivodina, ha salutato i marinai del Danubio, che hanno risposto con le sirene dei loro battelli, e nelle periferie di Belgrado, Budapest, Bratislava e Vienna ha scorto casermoni neri di fuliggine con le finestre delle cucine fiocamente illuminate, nelle quali uomini stanchi in canottiera sedevano a tavola.
Quando il vento soffiava verso destra il fumo della locomotiva a vapore, lei si sedeva nella porta di sinistra e, se il vento girava, anche lei si spostava dall’altra parte. Ogni volta che un controllore le intimava, per motivi di sicurezza, di tornare nello scompartimento, lei obbediva, come se gli desse retta. Ma non appena lui se ne andava, la ragazza riapriva lo sportello e tornava a sedersi sulla scaletta.
La terza sera, appena prima di Salisburgo, i controllori erano passati di scompartimento in scompartimento per annunciare un cambio straordinario di percorso. Il treno avrebbe deviato verso Innsbruck e aggirato il Sud della Germania, attraversando il Tirolo e la Svizzera: da quando le truppe franco-belghe avevano invaso la regione della Ruhr, per l’Orient-Express franco-belga non era più possibile percorrere il consueto tragitto via Monaco e Stoccarda. I capomovimento della Reichsbahn – le ferrovie del Reich – deviavano di proposito gli scambi o negavano alla locomotiva i rifornimenti di acqua e carbone, e nelle stazioni la polizia faceva scendere tutti i passeggeri ed effettuava per tutta la notte il controllo dei documenti d’identità. Quando il viaggio poteva finalmente riprendere, sulle rotaie all’uscita della stazione c’era spesso, abbandonato, un carro bestiame o per il trasporto della legna, che nessuno in tutto il Reich tedesco aveva l’autorizzazione di spingere su un binario morto finché non fosse stato presentato il benestare ufficiale del legittimo proprietario; e rintracciarlo seguendo la normale burocrazia poteva richiedere moltissimo tempo.