Il supplizio del legno di sandalo

Yan Mo

Traduttore: P. Liberati
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2007
Formato: Tascabile
Pagine: 504 p., Brossura
  • EAN: 9788806186616
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Recensioni dei clienti

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    9cento

    22/11/2015 07:50:37

    Altro capolavoro di Mo Yan. Sulla scia di "Sorgo rosso" ma più duro e cruento. Da leggere tutto d'un fiato.

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    Gennaro

    04/10/2013 10:35:14

    Anche stavolta Mo Yan scava nel passato del paese e della sua terra, portando a galla aspetti inquietanti e crudeli, che solo un paese grandioso e tormentato può produrre. La narrazione è, come al solito, esemplare, anche se stavolta un po' meno incisiva, se paragonata a quella, eccezionale, di Sorgo rosso. Un libro che affascina, insomma, ed interessa il lettore: poetico e crudele, come la Cina.

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    Nicola Elia

    09/03/2013 09:55:57

    Un grande libro di un grande narratore... Crudele e poetico, reale e onirico, storico e mitologico. All'altezza di sorgo rosso.

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    Gianfranco

    24/05/2012 15:59:43

    Letto d'un fiato. Ovunque. A casa, sul treno, sul bus. Ovunque mi prendeva la voglia di riprendere il capitolo che stavo terminando o di seguire la storia che stavo leggendo. Molto bello.

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    clara lunardelli

    09/03/2011 11:57:21

    Ho impiegato molto tempo a leggere questo libro. Non vi ritrovavo la sapiente maestria con la quale l'autore aveva reso Sorgo rosso indimenticabile. Anzi, mi chiedevo come e perché si potessero scrivere pagine sulle torture tremende di cui si narra. Certo, l'autore appunta che proprio contro la tortura e la crudeltà ha scritto in questo romanzo, ma io ero delusa. Le ultime, ultimissime pagine (una ventina su cinquecento) tolgono il fiato per bellezza e forza epica. Basta? Direi di no. Però, ho tolto dallo scaffale Grande seno, fianchi larghi (900 pagine) che non avevo ancora avuto il coraggio di affrontare. Questa è la forza che il romanzo mi ha lasciato. E non è poco. Mo Yan è grande, comunque, e il suo talento se immesso nella vena giusta traccia quadri indimenticabili.

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    Filomerico

    27/05/2009 15:45:28

    Un maestro della narrativa contemporanea. Come qualunque altro scrittore, può naturalmente piacere o non piacere, ma la sua grandezza è al di là di ogni ragionevole riserva. Qui sono le individualità dei personaggi a fare da filo conduttore alla narrazione, ma restituendo, attraverso i loro diversi punti di vista, la complessità della vicenda. Il fatto che, fra Sun Bing, Sun Meiniang, il magistrato, Zhao Jia, Zhao Xiaojia nessuno sia protagonista al di sopra degli altri, fa si che tutto ciò che leggiamo sia sempre relativo, una faccia della realtà, non la realtà intera. Ma questo non si risolve mai in un'indeterminatezza pirandelliana: i fatti hanno la concretezza di una tortura minuziosamente descritta, è il giudizio su quei fatti a non essere mai assoluto.

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    enrico beltrani

    08/07/2007 13:49:07

    Grandissimo romanzo dalle stile unico, diretto e minuzioso, travolgente e soave. Dove non c'è un protagonista ma diversi personaggi che danno voce agli eventi dal loro punto di vista parziale ma reale e sentito. Si rabbrividisce ai supplizi clinicamente descritti e ci si commuove alle stupende pagine di passione e umanità. E' incredibile come anche il più futile degli eventi umani abbia un corrispettivo nella natura e l'autore ci fa dono di una poeticità che sconvolge per la sua precisione.

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    Paolo Alvino

    27/03/2007 17:03:13

    Mo Yan usa la penna come il pennello di un Durer. Con straordinaria forza immaginativa dipinge sulla tela della pagina un mondo in tutta la sua raffinatezza ed efferatezza. Senza forzature, senza sbavature, con prosa nitida e potente, affascina, stordisce, agghiaccia. Una lettura che coinvolge "fisicamente". Come sei noi stessi fossimo sul patibolo a subire il supplizio della scarnificazione o dell'impalamento. Leggere Mo Yan è una discesa agli Inferi.

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    alessandro

    29/06/2006 02:50:17

    un libro meraviglioso; Mo Yan è uno dei più grandi scrittori viventi.

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    Fabio

    28/01/2006 19:56:34

    Una lettura appassionante. Una narrazione elaborata e limpida. Una finestra su un modo distante: nello spazio ed, oramai, nel tempo. Incantevole.

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    Claudio

    05/10/2005 10:08:33

    Uno dei più bei libri che ho letto negli ultimi anni, un capolavoro di scrittura, originale, sorprendente, crudele ma soave, una poesia amara sulla cina del 1800 e su una cultura a noi sconosciuta, un mondo dove la gente vive e ragiona in maniera completamente diversa. La traduzione è di livello incommensurabile e fa capire come a volte un buon traduttore faccia molta differenza (se si pensa che alcuni editori non riescono nemmeno a tradurre in maniera decente i libri americani, la cosa è ancora più apprezzabile). La poesia dell'"opera dei gatti" fa venire voglia di sapere il cinese per poter capire le sfumature che inevitabilmente sono perdute, la descrizione delle torture inflitte alla corte dell'imperatore fa capire come un popolo non influenzato dalla cultura cristiana possa dare un valore molto diverso all'individuo rispetto all'occidente. Un libro da leggere, non vedo l'ora di leggere altri libri di questo autore grandissimo!

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“Catturano mio padre e lo gettano in prigione,/ e mio suocero, col legno di sandalo, compie l’esecuzione”: la trama del nuovo straordinario romanzo dello scrittore cinese Mo Yan, Il supplizio del legno di sandalo, è già in questi versi cantati da Sun Meiniang per una rappresentazione dell’Opera dei Gatti che serve da colonna sonora per tutto il romanzo e che racconta la stessa storia narrata nel libro ma in versione popolare di impatto più immediato.
Perché l’Opera dei Gatti è una sorta di Commedia dell’Arte cinese che porta in scena nei villaggi drammatizzazioni degli avvenimenti, mettendoli alla portata di tutti: il padre di Sun Meiniang, Sun Bing, è stato arrestato per essersi unito al movimento dei boxer contro i diavoli stranieri che stanno costruendo la ferrovia e che vogliono, corre voce, impadronirsi delle anime dei cinesi. Sun Bing deve essere punito in maniera esemplare e sarà il suocero della figlia, Zhao Jia, il boia per eccellenza, a compiere l’esecuzione. Questa la trama, più lineare e più circoscritta in un tempo anteriore a quello da cui prende l’avvio il romanzo precedente Grande seno, Fianchi larghi, il 1900 che vide la ribellione xenofoba e anticristiana della “Società del pugno armonioso”.
Ma il talento di Mo Yan non si limita a raccontarci un episodio storico, lo arricchisce con le storie dei personaggi che diventano ognuno l’emblema stilizzato di qualcosa di diverso, affida la narrazione a varie voci, ciascuna con il suo timbro inconfondibile, per farle confluire in un unico racconto in terza persona nella parte centrale del libro prima di separarle nuovamente per i canti finali, da cui si distacca quello di Sun Bing che prende la parola per spiegare la trama: il suo canto del cigno prima di morire parodiato nel miagolio del gatto, annunciando “Lo spettacolo è finito”.
Due i grandi attori di questo spettacolo - perché, come dice la figlia, Sun Bing, dopo aver sempre interpretato le opere degli altri, adesso è diventato protagonista di se stesso: lui, Sun Bing, l’artista dell’Opera dei Gatti che si è unito ai boxer per caso, perché un tedesco ha molestato sua moglie e lui lo ha ucciso, e Zhao Jia, l’artista delle torture, “taglio le teste come fossero cavoli,/ gli uomini li spello come porri”, che si sente il rappresentante dell’autorità dello stato, uno strumento dell’imperatore, la personificazione tangibile della legge. E adesso bisogna far vedere ai tedeschi la grandezza della dinastia imperiale, di quali raffinatezze siano capaci i cinesi, perché far soffrire atrocemente prima della fine è un’arte per i cinesi.
Si sciolgono in bocca, le parole “il supplizio di legno di sandalo”, un nome che è un piacere per l’orecchio, elegante e sonoro, e c’è una preparazione accurata che richiede la bollitura del legno in olio di sesamo perché scivoli dall’ano fino al collo del condannato senza ledere organi vitali e la sua fine possa essere protratta nel tempo.
Sono pagine di forte crudeltà, quelle delle descrizioni delle torture, di Zhao Jia che riassume i suoi capolavori - aveva diciassette anni quando compì la prima esecuzione tagliando un uomo in due - fino a quest’ultima impresa prima di andare in pensione, tanto che Mo Yan, in una nota, ci spiega che il suo scopo è quello di risvegliare la compassione per le barbarie che si sono verificate nel corso della storia, perché solo chi conosce il male può evitarlo.
E comunque c’è qualcosa che ricorda il supplizio di Cristo, nella figura dell’uomo infilzato e appeso a un palo a cui viene dato da bere il ginseng invece dell’aceto, per tenerlo in vita più a lungo.
Altre storie confluiscono in questa vicenda principale: sentiamo la voce della figlia, amante del magistrato Qian Ding, gelosa dei piedini piccoli come fiori di loto della moglie di questi, e quella di Qian Ding che racconta l’incredibile sfida con Sun Bing, su chi dei due abbia la barba più bella, e quella dello stupido figlio del boia - rozzo pagliaccio, buffone shakespeariano - che crede a tutto quello che gli dicono, che se tiene in mano un baffo di tigre può vedere la vera natura di ciascuno. E “vede” un serpente in sua moglie, una tigre bianca in Qian Ding, una pantera nera in suo padre.
Le immagini di animali sono frequenti nella scrittura di Mo Yan, richiamate in similitudini per noi esotiche, come quella della donnola che tenta di fottersi il cammello, o le sopracciglia così folte che vengono paragonate ai bachi da seta, presenti nei titoli stessi delle tre sezioni del libro - la fenice, la pantera, il maiale (il figlio del boia è, significativamente, un macellaio, un boia di rango inferiore, dunque, come si addice alla sua stupidità).
Eppure, nonostante la violenza delle scene, quello che affiora nella conclusione è un sentimento diffuso di compassione e di amore e di solidarietà - nel mendicante che accetta di sostituirsi al condannato, nella figlia sollecita, nella compagnia dell’Opera dei Gatti al completo, venuta per cantare un Requiem sotto il fuoco dei tedeschi, e infine nel magistrato che compie l’atto di giustizia e di pietà finale.

A cura di Wuz.it