I tempi dei Canti. Nuovi studi leopardiani

Luigi Blasucci

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1996
Pagine: X-262 p.
  • EAN: 9788806139766
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recensione di Pellini, P., L'Indice 1996, n. 5

"Nuovi" perché preceduti da quelli raccolti per Il Mulino nel 1985 ("Leopardi e i segnali dell'infinito"; ma altrettanto importante è il successivo volume, "I titoli dei "Canti" e altri studi leopardiani", stampato da Morano nel 1989), questi studi si inseriscono nella tradizione della critica stilistica - da Leo Spitzer a Mario Fubini, con qualche incursione nella variantistica continiana. La prevalente attenzione riservata alle forme e alle tecniche poetiche non esclude l'interesse per l'evoluzione del pensiero di Leopardi, e per i nessi, strettissimi, tra innovazioni stilistiche e acquisizioni teoriche. Così nell'iniziale saggio sulla "Morfologia delle canzoni", dove i minuti rilievi metrici e linguistici contribuiscono a delineare la fisionomia di un vero e proprio "romanzo ideologico": le canzoni trovano per la prima volta una definizione critica esauriente. Così nell'analisi di un testo per tanti versi paradossale ("Petrarchismo e platonismo nella canzone "Alla sua donna""): riprese letterarie e allusioni filosofiche si organizzano in una "vicenda continuamente riproposta di evocazione ipotetica e di reale negazione" dell'utopia amorosa.
Il saggio conclusivo, che dà il titolo al volume, è la più aggiornata caratterizzazione sintetica della poesia leopardiana oggi disponibile: indispensabile non solo agli specialisti, ma anche a un più largo pubblico di studenti e semplici lettori. I "Canti" sono accostati con occhio attento alla specificità delle singole esperienze leopardiane, alla successione di quei "tempi" che scandiscono un'opera grande anche perché composita e "contraddistinta da un marcato pluralismo stilistico". Implicito obiettivo polemico di queste pagine sono le ricorrenti tentazioni neocrociane (o peggio), volte a privilegiare singole sezioni (in genere, gli idilli e i canti pisano-recanatesi) a esclusione di altre. L'evoluzione della poesia leopardiana, indagata nelle sue origini formali e tematiche (frequenti i richiami allo "Zibaldone"), configura "una 'storia' ideologico-sentimentale del soggetto lirico", in cui ben di rado si lasciano isolare zone di minore tenuta estetica. Ogni "tempo" dei Canti è analizzato nell'orizzonte della poetica di cui è espressione: gli studi di Blasucci offrono una verifica, ricca di puntualizzazioni e apporti originali, alle tesi di studiosi come Binni e Timpanaro - la cui validità è confermata in pieno, a dispetto di recenti giudizi limitativi (alla "Lezione leopardiana di Walter Binni" sono riservate, in appendice, pagine lucide e appassionate). In questo senso è indicativa l'attenzione accordata, in due studi specifici, a componimenti che non rientrano di solito nel "canone" leopardiano, come l'epistola-sermone "Al conte Carlo Pepoli" (confrontata con il modello oraziano), e la "Palinodia al marchese Gino Capponi" (di cui sono evidenziati i procedimenti satirici).
Frequenti i riferimenti alle tesi di Karl Maurer, che ha indicato nello scardinamento dei tradizionali generi lirici la peculiarità formale dei "Canti"; e forse proprio il problema del genere è il filo conduttore del volume di Blasucci, che individua i meccanismi di funzionamento di organismi testuali al tempo stesso fortemente innovativi e retti da una logica interna rigorosa. Così, ad esempio, uno degli snodi fondamentali nella linea evolutiva dei "Canti" è il passaggio alla canzone libera, le cui "partizioni e chiusure" sono studiate in un saggio che dimostra come gli schemi "liberi" non siano affatto schemi "aperti".
La misura più congeniale a Blasucci è quella dell'explication de textes, della lettura di una singola lirica, condotta su più livelli e senza lasciare in ombra alcun dettaglio: i capitoli centrali del volume, dedicati rispettivamente alla "Quiete dopo la tempesta" e ad "Amore e morte", reggono il paragone con le pagine più riuscite del critico - quelle che spiegano "L'infinito" e, in altro ambito, la montaliana "Nuove stanze". I "tempi" del titolo assumono una connotazione propriamente musicale nell'analisi dei "Tre momenti della "Quiete"": l'organizzazione sintattica e metrica della prima strofa alimenta "una sorta di 'allegretto' scandito sui momenti successivi della vicenda meteorologica"; mentre è dimostrata in modo convincente la necessità logica e tonale delle strofe successive, spesso svalutate dalla critica - da De Sanctis in poi - come appendici concettose, estranee al nucleo poetico della descrizione iniziale. Le "Schede su "Amore e morte"", ricchissime di riscontri letterari con la tradizione antica e moderna, concludono sulla "singolarità" dell'"ipostasi femminile e positiva della morte", e sull'ambivalenza di una lirica che, "pur legata a rigorosi presupposti sensistico-materialistici", appare come "uno degli archetipi della mitologia poetica romantica".
Blasucci ha orecchio e memoria particolarmente esercitati nell'individuare "fonti" linguistiche e ritmiche; da Orazio a Petrarca, da Virgilio al minore settecentesco Eustachio Manfredi, la biblioteca ideale di Leopardi è convocata a dar ragione, in varia misura, delle scelte stilistiche (ma anche ideologiche) del poeta: un materiale imponente, che andrà ad arricchire il commento ai "Canti" che lo studioso da anni ha in preparazione per Einaudi.