Traduttore: N. Gobetti
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2008
Pagine: 232 p., Rilegato
  • EAN: 9788806192006
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Recensioni dei clienti

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    Cristiana

    07/11/2017 17:18:57

    Viaggio al termine della notte Terribile e potente viaggio nell'orrore e nel cinismo dei nostri tempi. Disturbante e caustico. Ho conosciuto l'autore ad un incontro letterario: mai avrei pensato che un ragazzo così mite potesse scrivere un romanzo del genere. Volutamente e funzionalmente sgrammaticata è una lettura appena un po' pesante, ma vale la pena di farla!

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    And the Oscar goes to ....

    05/06/2016 21:38:37

    Forse 5 è troppo ma 4 mi sembrava poco. Bella storia, lettura scorrevole e una descrizione dell'India che, vera o non vera, colpisce. Consigliato.

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    umberto

    22/09/2012 00:08:27

    libro molto particolare, che ti parla dell'India, dei suoi miti e, se vogliamo, anche dei suoi luoghi comuni come nessun altro te ne ha parlato finora

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    Lucio

    16/01/2012 12:48:59

    Molto più che un libro di denuncia. Certo, è sicuramente un romanzo che smaschera le contraddizioni che caratterizzano la più grande democrazia del mondo, con un racconto lucido, sferzante ed ironico. Ma c'è di più. La "tigre bianca" è la storia di una maturazione, di una crescita di consapevolezza interiore che è al tempo stesso accettazione della propria dannazione. Proprio questo è il profilo più interessante del racconto: la dannazione come redenzione. La dannazione, infatti, costituisce l'esito di un processo di maturazione che emancipa il servo e lo conduce alla libertà. Solo che il prezzo della libertà è la dannazione, non c'è alternativa. Il protagonista non rimpiange per un solo attimo di essere dannato, perchè considera impagabile la propria condizione di uomo libero. La storia personale si intreccia con quella dell'India, al tempo stesso libera e dannata: dannata perchè libera. Non è un caso che il racconto si dipani come epispola al Primo Ministro cinese. La Cina costituisce, infatti, l'antitesi dell'India. La mancanza di libertà rende, infatti, la Cina efficente e ordinata, proprio perchè rispettosa delle regole. Questo binomio iscindibile tra libertà e dannazione riscatta da ogni abusata e nauseabonda retorica un totem, quello della libertà, che oggi ingenuamente decliniamo sempre e soltanto al positivo, dimenticando che la libertà può presentare un costo altissimo: Lucifero dovrebbe saperne qualcosa!

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    Patroclo

    05/04/2010 13:49:00

    Adiga costruisce con semplicità e divertendo il lettore un riuscitissimo spaccato della "modernità" in India, con un romanzo che dice molto di più di molti reportage o saggi. quello che convince di più e di cui il libro non potrebbe fare a meno è la voce ingenua e allo stesso tempo sarcastica del protagonista

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    giorgio g

    05/12/2009 18:20:11

    E’ un libro bifronte: da un lato appare come un piatto raccontino della vita di un indiano povero che i padroni trattano come un animale (un “underdog” come dicono gli anglosassoni), mentre dall’altro è una denuncia della corruzione che permea a tutti i livelli la società indiana e dello sfruttamento che le classi privilegiate esercitano sulle classi inferiori. E’ senz’altro originale l’idea di strutturare il libro come un insieme di lettere che il protagonista invia nientemeno che al Primo Ministro cinese atteso per una visita a New Delhi, meno originale l’idea di fargli raggiungere l’elevazione sociale attraverso il delitto e la rapina. E’ comunque un libro che vale la pena di leggere per conoscere una realtà che ci è nascosta dallo splendore del cinema di Bollywood, dell’ informatica di Bangalore e dei mirabolanti aumenti del PIL. Sì, ma a che prezzo umano?

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    Paolo

    18/07/2009 22:11:10

    Una lettura veramente piacevole e coinvolgente, specie per chi crede alla bufala secondo la quale i successi economici dell'India e della Cina dipendano dalle loro capacita' innovative e dalla competitivita' del loro mercato del lavoro.

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    simona

    18/12/2008 11:53:27

    Sorpresa. Questo autore che non conoscevo e che ho cooptato in biblioteca durante un attacco di prestito compulsivo si è rivelato, per il suo punto di vista rabbioso e provocatorio, una lettura molto interessante e diversa dagli altri romanzi di autori indiani che ho letto finora, uno svelamento di vari tipi di maschere: quelle dell’India pacifica e spirituale della campagna e quelle dell’India moderna e computerizzata di Bangalore. Il testo è una sorta di romanzo di formazione alla rovescia, un delitto senza castigo e senza pentimento dove un ragazzino intelligente, che avrebbe tutte le doti per emergere con mezzi leciti quali lo studio e il lavoro, è costretto dal contesto(le Tenebre, cioè il villaggio della campagna indiana) a farsi strada con il crimine per sfuggire a un destino di sottomissione millenaria. Più della trama quello che ho trovato degno di nota è lo sguardo dell’autore, che ribalta tanti luoghi comuni sull’India, ad esempio la sacralità del Gange, il pacifismo (e quindi Gandhi) come fenomeni positivi, la spiritualità, e conia delle immagini che funzionano molto bene. Una per tutte, la mentalità della Gabbia per Polli che imprigiona chi fa parte delle classi povere impedendo anche di poter immaginare una vita diversa. Ho letto tanti altri romanzi con personaggi provenienti dalle classi svantaggiate dell’India contemporanea, l’ultimo è stato Giochi Sacri di Vikram Chandra, dove uno degli ispettori vive in uno slum, ma nessuno di questi altri personaggi esprime una rabbia così forte nei confronti della situazione in cui si trova a vivere non per propria incapacità ma per condizionamenti legati al sistema delle caste. Provocatoria anche la profezia sul futuro, per il protagonista in mano alle razze gialla e marrone causa decadimento della razza bianca provocato tra le altre cose dalla sodomia legalizzata e dall’abuso di telefonia cellulare.

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    claudio

    21/11/2008 10:30:15

    Veramente bello, degno del premio inglese che ha vinto recentemente. E' il romanzo d'esordio di un giovane indiano che, attraverso sette lettere scritte dal protagonista al presidente cinese prossimo a una visita ufficiale in India, ci racconta l'estrema discordanza fra i pochi ricchi e i molti più che poveri dell'India attuale.

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Romanzo d'esordio di Aravind Adiga, La tigre bianca ricostruisce la storia di un imprenditore di Bangalore, che scorre agilissima nelle sette lunghe lettere indirizzate dal protagonista al primo ministro cinese in occasione di una sua visita in India. Quella di Balram Halwai è l'ironica e atroce success story del figlio di un conducente di risciò, morto di tubercolosi in un lurido ospedale di un poverissimo villaggio del Bihar, che diventa un ricco e apprezzato uomo d'affari, percorrendo tutte le tappe tipiche di ogni storia di affermazione personale e allo stesso tempo ribaltandole con feroce cinismo.
Balram è strappato dalla scuola e costretto a lavorare per un possidente locale, in seguito ai debiti contratti dalla sua famiglia in occasione delle nozze di una cugina. Interrotta la formazione scolastica regolare, impara ogni cosa dalla strada, origliando le conversazioni degli altri o apprendendo nozioni sparse di storia e cultura del suo paese dai fogli di vecchi libri usati per incartare le vivande. Da qui inizia la sua scalata, che lo porterà in un primo momento a diventare autista di un imprenditore locale. La realtà del Bihar, uno degli stati più poveri dell'India, è descritta attraverso le immagini scarne della vita del villaggio, fatta di familiari oppressivi e avidi, maestri di scuola ubriachi, possidenti famelici e crudeli. Una realtà intimamente legata al territorio, alla sua asprezza e alle sue bellezze, e alle risorse da esso offerte (il carbone o le bufale), che, nella dimensione indiana attuale, vengono progressivamente abbandonate e sostituite dal sistema virtuale dell'outsourcing. È questo lo scarto tra i vecchi e i nuovi imprenditori: non sono più le risorse del territorio, ma la forza lavoro a basso costo, la nuova ricchezza dell'economia indiana, in uno spostamento verso un sistema che ha trasformato la semplice manodopera in capitale umano dal quale trarre profitto.
Balram ha uno scrupoloso senso del dovere e impone a se stesso un ferreo regime di autodisciplina. Con il rigore di un Benjamin Franklin postcoloniale, animato da propositi più egoistici e meno filantropici, evita il più possibile la compagnia dei suoi simili, gli abitanti del villaggio prima, gli altri autisti in seguito: e proprio la solitudine, la scrupolosa dedizione alle proprie mansioni e un senso maniacale del lavoro alimentano quel rancore verso il mondo che gli permetterà di emergere su chiunque altro, anche a costo di diventare un assassino, e senza il più piccolo rimorso o la minima traccia di pietà.
L'abisso che divide i ricchi dai poveri in una società complessa come quella indiana, tipico di tutti i paesi in via di sviluppo, è tale che le diverse classi sociali possono arrivare a un livello di mutua intelligibilità solo attraverso un meccanismo reciproco di semplificazioni, stereotipi e proiezioni. Quando diventa consapevole della corruzione che alimenta la ricchezza della borghesia indiana, Balram comincia ad attuare una strategia mimetica: rispettare fino al dettaglio l'immagine del servo fedele e devoto, che è quella che i padroni gli hanno cucito addosso, così da accattivarsi completamente e senza riserve la loro fiducia. Solo allora sarà possibile vendicarsi e prendere il loro posto, agendo con lo stesso cinismo spietato del quale loro si sono serviti, sicuri che le classi subalterne, ingenuamente devote, avrebbero risposto con l'asservimento più incondizionato.
La vita di Balram rilegge la storia dell'India e il suo passato recente, spogliando di ogni retorica il nazionalismo e i miti dell'indipendenza, e sottolineandone i contraccolpi negativi sul piano sociale. Il cinismo della nuova India passa intatto attraverso la retorica interclassista della non violenza gandhiana fino ad arrivare al recente trionfalismo della nuova economia indiana, senza che i soprusi e le lacerazioni sociali profonde vengano mai alla luce. Ecco perché Balram decide presto di voler diventare una "tigre bianca", un'eccezione rispetto al destino di "ragno umano" che lo attendeva: una vita di sottomissione, regolata dalle ferree leggi delle caste e mitigata dalle blandizie di un potere che cerca di addomesticare gli schiavi con la retorica della tolleranza.
L'unico modo per raggiungere uno status privilegiato è l'omicidio. È così che Balram riesce a impadronirsi dei soldi con i quali il suo padrone avrebbe dovuto corrompere i politici del governo centrale di Delhi, e a dare una svolta alla sua vita. Mr Ashok, il padrone con cui Balram ha avuto un'intesa quasi immediata, è una vittima emblematica: buono, generoso e comprensivo, può perfino permettersi un atteggiamento magnanimo e compassionevole con i servi, certo che la rigida divisione in caste sia una barriera sufficientemente potente da tenere chi comanda al riparo dal rischio di qualsiasi forma di ribellione. Quella di Balram non è una semplice reazione all'acquisita coscienza di un regime di ingiustizie sociali al quale opporsi. È, al contrario, la fatalistica accettazione dell'ineluttabilità degli eventi, con la consapevolezza, però, che la realtà sociale non dipende dalle leggi karmiche dell'induismo, ma da un più prosaico principio di prevaricazione dei forti e dei furbi. Non si tratta, quindi, di sovvertire le regole inique che disciplinano il sistema, ma semplicemente di trovarsi dalla parte giusta: un abominio fortuito che dipende dal caso, dalla sorte o dall'astuzia. Non a caso, dopo essersi stabilito a Bangalore, e aver avviato la sua attività con l'aiuto della corrotta polizia locale, Balram decide di cambiare nome e diventare egli stesso Mr Ashok. Una semplice sostituzione di ruoli, un cambiamento radicale (nome, identità, ruolo sociale) con l'unico scopo che tutto resti, gattopardescamente, immutato.
È forse questa la sensazione più amara che resta dalla lettura del romanzo, feroce distopia postmoderna; solo che, a differenza degli scenari orwelliani, le circostanze descritte da Adiga sono una riproduzione fedele della realtà, rispetto alla quale nessun incubo sembra più terrorizzante.
Fiorenzo Iuliano