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Editore: Bompiani
Anno edizione: 2016
Formato: Tascabile
Pagine: 178 p., Brossura
  • EAN: 9788845254932
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    Luca Aquadro

    29/07/2017 23.44.11

    Tommaso. Come il santo simbolo dell'incredulità. Un fotografo cieco soprannominato Tiresia. Come l'indovino di omerica memoria. E il "patatràc" del sottotitolo. In fondo, a saper ben cercare, tra titolo e sottotitolo c'è già quasi tutto quello che serve per capire questo giallo. Ma si tratta davvero di un giallo? Qui sta il problema... Un altro tassello del mosaico ci viene dalla quarta di copertina, come spesso capita di mano dell'autore stesso, che dice di aver composto questo romanzo "fra un'anestesia e l'altra, fra un by-pass e l'altro, per allegria". Letteralmente negli ultimi mesi della propria vita, nel corso delle cure mediche, ed è vero, perché trattasi dell'opera estrema di Bufalino. Ma attenzione, perché tra "allegria" e "allegoria" il passo è breve... E così, di capitolo in capitolo, il romanzo sembra sfuggire di mano e poi ricomporsi, mutarsi e tornare sé stesso, in un gioco di specchi "barocco", come solo Bufalino sa essere a distanza di secoli dal Seicento. Fino al finale, inaspettato, inquietante, magistrale. "Tommaso e il fotografo cieco". Ovvero la pietra tombale sulla possibilità del romanzo di dire la verità. Come i grandi pittori Bellini e Tiziano, che nella propria senescenza si dilettavano a dipingere nudi di donna quasi per puro bambinesco diletto, così Bufalino, pittore della parola, sulla soglia della fine esorcizza la morte con un ultimo divertimento, nel quale il linguaggio è di per sé unica fonte di piacere e il piacere del linguaggio l'unico senso possibile, "per allegria". "Bah, un'ora in più non è quel gran guadagno, preferisco morire scrivendo (...) Ora perfino la penna mi viene meno, la mia esangue, tremula biro. Spegniti, breve candela, e con te spegni la mia breve luce". (p. 171) Gesualdo Bufalino (Comiso 1920 - Vittoria 1996)

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