Traduttore: M. Birattari
Editore: Einaudi
Collana: I coralli
Anno edizione: 1995
In commercio dal: 01/01/1997
Pagine: 400 p.
  • EAN: 9788806136963

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Recensioni dei clienti

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    cinzia

    22/02/2006 12:30:17

    Un capolavoro. Un libro che si legge tutto d'un fiato, sempre e ovunque, sfruttando ogni ritaglio di tempo della giornata. E' scritto benissimo. Lo stile narrativo è fresco e autentito, pur nella sperimentazione di tecniche nuove e originali. Non scade mai nel pure esercizio stilistico. La potenza descrittiva dei personaggi e del loro mondo è tale da creare nella mente del lettore immagini forti come quelle che un bravo regista fa scorrere sullo schermo cinematografico. Mi piace anche il titolo, tormenta, che nulla toglie all'originale affliction, ma anzi gioca sul confine tra il dramma interiore dell'individuo e quello esteriore, causato e condizionato dall'ambiente che lo circonda.

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    Vittorio Caffè

    05/09/2005 14:47:46

    Un capolavoro della narrativa americana. Costruito benissimo, molto meno semplice di quel che pare a leggerlo, scritto da Dio, e ti costringe a finirlo. Brutale, raggelato. Peccato per questo titolo balordo che gli hanno messo in Italia, l'originale è Affliction, cioè Afflizione, e rende molto meglio l'idea. E' un libro cupo e potente e coinvolgente. Wade è un personaggio monumentale. La versione moderna e miserabile del Grande Gatsby, e scusate se è poco. Da leggere assolutamente!

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    paolo63

    20/09/2004 16:16:42

    Vedo con dispiacere che gli sparuti lettori, degli eredi di Hemingwey, Fulkner, sono solamente donne. Il primo romanzo Di Bunks che ho letto, a differenza di Ford, lui si occupa della classe media tentente al basso. Ha scritto una non indifferente quantità di libri, pochi tradotti in Italia, il mio consiglio è il solito, cercare di leggere anche in originale, è un'esperienza splendida.

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    giuditta

    06/01/2004 18:54:29

    Coinvolgente! E fin dalla prima pagina ti attacca le sensazioni del protagonista come fossero tue... Assolutamente da leggere come anche Il dolce domani.

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recensione di Rognoni, F., L'Indice 1996, n. 3

"È molto più facile capire le manovre diplomatiche in Giordania, le calamità naturali del terzo mondo e l'economia del traffico di droga, di un'isolata esplosione di furia omicida in una cittadina americana". "Tormenta", il primo romanzo tradotto in italiano di Russell Banks, uno scrittore americano cinquantacinquenne che (ci informa il risvolto di copertina) ha già al suo attivo una dozzina di libri, si conclude con questa constatazione non particolarmente originale, ma senza dubbio veritiera (perché esisterebbero i romanzi - quasi tutti i romanzi, non solo quelli del dottor Freud - se non fosse vera?).
Wade Whitehouse, quarantun anni, divorziato due volte dalla stessa moglie (senza mai smettere d'amarla), ormai estraneo alla figlioletta, il vizio di bere ereditato dal padre - ma, sotto la scorza violenta, una dolcezza, una vulnerabilità che saranno più fatali della violenza stessa; è il poliziotto di Lawford, un villaggio del New Hampshire che si direbbe destinato a un triste declino (e invece no, è alla vigilia d'esser riconvertito in florida stazione sciistica) e, soprattutto, uno dei factotum di Gordon LaRiviere, l'uomo che, con traffici più o meno legali, ormai possiede la cittadina.
Attorno a Wade, nei giorni della sua crisi, mentre la follia si prepara a scoppiare, accompagnata dalle pulsazioni insopportabili di un dente malato, una quantità di personaggi, tutti sbalzati con mano sicurissima: Margie, l'amante di Wade, il padre e la madre, i fratelli che hanno lasciato Lawford e i pochi giovani che rimangono, la famiglia di Evan Twombley, il ricco sindacalista che a Lawford s'è fatto la villa ("costruita tre anni prima per sembrare vecchia di un secolo, come se fosse stata ereditata"), i cacciatori stagionali, gli avvocati di città, ecc. Tout se tient, ora della fine, anche se non è mai detto (o meglio, lo dice il narratore, ma non credo che gli si debba credere) che la morte di Evan Twombley - l'unica morte di cui Wade non è direttamente o indirettamente responsabile - sia stata proprio accidentale. Non che il riccone che vuole a ogni costo il suo cervo gigante e invece scivola sulla neve e finisce di ammazzarsi, sia davvero vittima di un complotto di malviventi (come è convinto Wade nel suo patetico delirio); e tuttavia, in qualche modo Jack Hewitt, la guida, un colpo l'ha sparato, e ora il Winchester di Twombley è diventato suo: così quando, alla fine delle altre tragedie, Wade s'apposta ai margini del bosco, e aspetta il ritorno di Jack dalla caccia, è come contro un'altra immagine di sé - un figlio e un patricida - che il suo fucile è puntato...
L'accorata vicenda di Wade è ricostruita dal fratello Rolfe, un "doppio" un po' pretestuoso, i cui scialbi rovelli metafisico-esistenziali (perché lui e non io? ecc.) risultano presto irritanti. Forse un sano narratore "onnisciente" sarebbe stato più appropriato: ma allora si sarebbero dovuti escogitare altri trucchi per non compromettere la suspense di una storia che, senza il controcanto "poliziesco", rischierebbe ogni momento di precipitare nella più bieca psicosociologia - per cui, nel dubbio, meglio sopportare la voce di Rolfe, con le sue occasionali banalità (come la caduta di gusto dell'ultimissima riga: "La storia sarà finita. A meno che io non la continui"). Del resto, l'aspra bellezza di questo romanzo si direbbe il risultato, quasi casuale, del netto contrasto tra la schematicità della fabula (nientemeno che l'uccisione del padre: il quale, prevedibilmente, da morto appare "piccolo, acciambellato, con la taglia e la forma di un bambino addormentato") e la dolorosa, delicata esattezza di mille dettagli e osservazioni, e piccoli incidenti ed episodi di sfondo o di contorno (i cervi nascosti sulla montagna; l'apparizione della figlia di Twombley, bionda, alta e snella sulla balconata; l'oscura, atavica diffidenza per l'ebreo; un camioncino che lentamente sprofonda nel lago ghiacciato, la scena terribile dell'estrazione del dente, ecc.) - finché tali episodi restano di sfondo o di contorno e non vengono risucchiati nel gorgo della follia paterna e del furore filiale.
P.S. Da dove è saltato fuori il titolo italiano, Tormenta (in inglese è Affliction: cioè, semmai, Tormento), per un romanzo in cui - è vero, sì - nevica spesso, ma la cui scena madre avviene in una giornata di luce abbacinante ("E poi all'improvviso Wade fu all'esterno del fienile, in mezzo alla luce, circondato di campi di neve luccicante e dagli alberi neri al di là di essi, e sopra di lui, innumerevoli chilometri di cielo azzurro, e il sole, un disco appiattito, bianco e freddo come l'infinito")?