Traduttore: E. Loewenthal
Editore: Feltrinelli
Anno edizione: 2014
Formato: Tascabile
Pagine: 131 p., Brossura
  • EAN: 9788807883941
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    dario c

    23/06/2014 18:54:08

    Uno spaccato di vita dei kibbutzim israeliani degli anni '50, con la delicatezza di Oz. Vale la pena per farsi un'idea contro i pregiudizi e per un messaggio che, comunque, per chi lo sa cogliere, è di speranza.

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    massimo

    16/03/2014 13:37:11

    Sinceramente l'ho trovato tedioso, ripetitivo e lento......si può tranquillamente dimenticare o, meglio, non leggerlo.

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    Mara

    11/12/2012 14:55:03

    Meglio di qualsiasi saggio sull'esperienza dei kibbutz (Bettelheim a suo tempo aveva scritto "I figli del sogno" per difenderne il modello educativo). L'eterno conflitto fra il diritto dell'individuo a svilupparsi liberamente e le esigenze della comunità: una comunità chiusa, in questo caso, quanto meno dal punto di vista etnico (arabi non ce ne sono nei kibbutz, mentre nelle città israeliane sì). Conflitto portato all'ennesima potenza dall'ideologia e dalle dure storie personali, specialmente nella generazione dei fondatori, spesso scampati alla Shoah. Esemplari due storie fra le otto contenute nel libro. Quella del bambino di cinque anni che non vuole dormire nella casa dei bambini, dove gli altri bambini lo tormentano, e disperatamente fugge per stare vicino al padre, e la rabbia del padre che per difenderlo arriva a picchiare ingiustamente un altro bambino: il tutto nella ribadita "coerenza ai principi" della madre puericultrice e del Consiglio generale del Kibbutz. L'altra storia, quella del vecchio ciabattino anarchico olandese, malato ai polmoni, che si ostina a non abbandonare il lavoro, nonostante il parere contrario del Kibbutz, che nel suo interesse vorrebbe destinarlo ad un lavoro meno nocivo. Lui per coerenza era uscito da un primo kibbutz, perché ne disapprovava il permesso accordato ad alcuni superstiti di trattenere per sè il risarcimento versato dalla Germania, anziché destinarlo obbligatoriamente alla comunità. Martin dedica gli ultimi giorni di vita ad insegnare l'esperanto ad una classe formata da sole tre persone. I legami familiari e la solidarietà con gli altri abitanti del kibbutz sembrano in assoluta antitesi. Il kibbutz rappresenta però la vera famiglia per chi non ne ha nessuna.

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    strummercave

    15/10/2012 10:03:22

    Otto pietre preziose incastonate in uno stesso gioiello. Amos Oz compie la stessa operazione fatta da Elisabeth Strout in Olive Kitteridge, vincitore del Premio Pulitzer, con risultati altrettanto eccellenti. Belle le storie ed i personaggi, tra dolore e nostalgia.

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    claudio

    11/07/2012 22:45:50

    Ennesimo grande libro di Amos Oz. Ambientato in un kibbutz di metà anni Cinquanta, è formato da 8 racconti riguardanti 8 personaggi del kibbutz che tornano continuamente. Sotto certi aspetti è struggente, è il ricordo di un'epoca che non esiste più nè in Israele, nè -credo- nel resto del mondo. L'ideale del kibbutz è ben vivo in Oz, che visse circa trent'anni in uno di questi. E la sua bravura è intensa nel pennellare i protagonisti: anche il titolo è un simbolo di quegli anni: siamo tutti compagni, ma pochi siamo veri amici.

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    gianni

    17/06/2012 08:56:19

    belli e brevi racconti di vita in un kibbuz. c'è sempre la delicatezza narrativa di Oz nel raccontare.

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