Tre giorni nella storia d'Italia

Ernesto Galli Della Loggia

Editore: Il Mulino
Collana: Voci
Anno edizione: 2010
In commercio dal: 13 maggio 2010
Pagine: 161 p., Brossura
  • EAN: 9788815137098
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Descrizione
Tre giorni, tre punti di svolta in cui simbolicamente si compendia la storia politica italiana del Novecento: il 28 ottobre 1922 con la marcia su Roma, il 18 aprile 1948 con la vittoria della Democrazia cristiana sul Fronte delle sinistre; il 27 marzo 1994 con la sorprendente vittoria elettorale di Silvio Berlusconi e della sua inedita alleanza col Msi e la Lega. Con l'intelligenza tagliente che gli è propria, Galli della Loggia rilegge questi tre momenti individuando il perché di quelle svolte, e redistribuendo volta per volta in maniera non scontata meriti e responsabilità. Così per l'avvento del fascismo, in cui Galli riconosce anche il peso determinante della politica miope e fallimentare della sinistra; così per la vittoria del 1948, che segna la fine della transizione postbellica alla democrazia, con l'emersione maggioritaria di una parte di paese stanco di troppa storia e troppa politica; così infine per la vittoria di Berlusconi, che nell'agonia della Prima Repubblica trae profitto dalle aporie di una transizione affidata alla via giudiziaria di Mani pulite per diventare, pur con tutte le anomalie della sua personale posizione e anzi grazie a quelle, colui che sblocca il sistema politico italiano realizzando il bipolarismo.

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Agli occhi di Ernesto Galli della Loggia, editorialista del "Corriere della Sera", i tre momenti più significativi della recente storia d'Italia sono stati il 28 ottobre 1922 (marcia su Roma), il 18 aprile 1948 (vittoria Dc alle prime elezioni politiche a suffragio universale) e il 27 marzo 1994 (prima affermazione di Silvio Berlusconi). La vicenda politica nostrana, sostiene l'autore, si può ricostruire in modo spassionato solo accettandone l'irriducibile peculiarità. Si prenda il fascismo, sorto dall'opporsi dei piccoli proprietari terrieri al "nullismo politico" del Psi e alle violenze rosse: non fu l'"autobiografia della nazione", né un macigno sulla via del nostro sviluppo democratico, ma l'unico percorso che potesse congiungere, al di qua delle Alpi, età liberale ed età democratica. Dopo la cacciata dei nazisti, il cui merito va peraltro essenzialmente agli Alleati, la rigida mitologia della Resistenza – "lo scibboleth ideologico-storiografico dominante in assoluto nel discorso ufficiale della Repubblica" – compromise a lungo ogni coesione patriottica, benché la Dc sapesse incarnare una "prospettiva genuinamente liberalnazionale". Tangentopoli e i suoi abusi sembrarono far sprofondare il paese, ma le elezioni del '94 non arrisero ai più o meno dichiarati eredi del Pci, salvatosi dalla bufera giudiziaria solo per aver goduto dei finanziamenti sovietici, bensì a Berlusconi, artefice del bipolarismo italiano. Egli colmò l'ormai palpabile vuoto socioculturale promovendo, scrive ancora Galli della Loggia, un'"ideologia sociale di tipo individualistico-acquisitivo", sempre in nome della modernizzazione nazionale.
Daniele Rocca