Editore: Fazi
Collana: Le strade
Anno edizione: 2009
Pagine: 190 p., Rilegato
  • EAN: 9788864110127
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    Mara

    10/07/2013 09:17:32

    Con la libertà che le viene dall'essere al termine della propria vita, la Vighy ripercorre la propria storia, senza indulgenze con nessuno, e soprattutto con sé stessa, ma anche con l'ironia che rende leggere le cose più "pesanti", e con molta lucida tenerezza per le persone amate, vive e morte, per i suoi gatti, per la natura. "Patti chiari: non sarà un acquerello, piuttosto un'autopsia. Forse vi farò male. Ne farò anche a me".

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    gabril

    06/09/2010 19:46:02

    Commuove, senza dubbio, questo libro, questa storia. Si tratta di commozione amara, senza sdolcinature, con sprazzi di caustica allegria. E' una storia guardata e raccontata dalla finestra della malattia: rara, degenerativa, immobilizzante; una malattia che si porta via tutto, tranne il cervello; che annulla tutti i sensi, tranne uno, l'ultimo, dice Cesarina-Zeta: il senso dell'umorismo. Non aspettiamoci di sprofondare nel romanzesco letterario, qui, ma di navigare a vista nella vita raccontata, che si fa letteratura per necessità. Una visione panoramica da parte di chi, pur con la morte davanti agli occhi e dentro il corpo, ha saputo mantenere uno sguardo lucido, ironico, spietato verso i garbugli dell'umano e un altro infinitamente tenero verso l'innocenza sapiente dell'animale. Pur discontinuo e frammentario, questo racconto ha il grande pregio dell'equilibrio e della schiettezza. Non è autofiction ombelicale, è opera di disincanto e compassione, vita vera. Arriva dritto al cuore e là resta.

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    Maria

    30/10/2009 01:08:41

    Va detto che, malgrado il tema duro, questo romanzo ha comunque una narrazione fortemente ironica che lo rende ancor più capace di intridere l'anima della lettrice di forti emozioni. Grazie Cesarina. Aspettiamo il prossimo! Maria

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    giovanni

    18/10/2009 19:29:23

    ...che lucidità e che onestà intellettuale:impressionante.

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    olimpya

    08/10/2009 17:54:48

    Per essere stato un secondo posto al premio strega, e un vincitore del premio Campiello è un libro davvero davvero molto deludente. Leggo da sempre entrambi i vincitori e concorrenti di questi premi, l'ho trovato privo di forte impatto e di tutta questa nominata profondità...ma dove? l'ho letto perché mi dispiaceva non finirlo (come tutti i libri che leggo) ma se già dai primi 4 capitoli avevo fiutato la delusione dalla tipologia di svolgimento, ho avuto la conferma al termine. Lettori... c'è di gran lunga meglio in giro... con tutto il rispetto per la scrittrice, che è comunque il suo primo libro ma accidenti... non vorrete mica farmi credere che è da Olimpo!?

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    M.T.

    29/09/2009 15:29:29

    Caustico e irriverente, un guardare il mondo attraverso il filtro di una malattia mai accettata.

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    agres

    27/09/2009 20:00:26

    non ho letto il romanzo ma credo che vada assolutamente letto. no so perchè ma sento dentro che queste parole debbano trovare assolutamente una mente capac di acquisirle. leggetelo!

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    Mirco Ficola - Perugia

    29/08/2009 16:45:29

    L'ultima estate è uno di quei libri difficilissimi da commentare per il fatto che la linea di confine tra "pietas" e analisi è etremamente sottile e labile. La storia di una vita annientata sistematicamente e quasi metodicamente dalla SLA è raccontata in un soffio, attraverso il ricordo di colori, emozioni, sensazioni, tristezze, gioie. E come un soffio è rappresentato il momento del trapasso, quasi che il lettore non se ne accorga cercando paradossalmente il capitolo successivo. Il timbro di questa sensazione è dato dall'immagine del merlo che la protagonista vede attraverso la finestra durante i suoi ultimi istanti terreni: prepara un nuovo nido o una piccola tomba per quel piccolo merlo nato bianco e poi misteriosamente scomparso? Forse è tutto in questo dubbio il senso cercato e raggiunto dalla scrittrice: vita e morte probabilmente si fondono senza soluzione di continuità. E la morte diventa la "sconfitta" della malattia, l'occasione finalmente di vedere a ritroso tutta la propria esistenza, nel bene o nel male. I flash della vita vengono allora messi uno dietro l'altro e la malattia è uno di questi, preceduto e seguito da altrettanti momenti, parentesi più o meno lunga legata al resto da inevitabili legami invisibili. Quindi un libro difficile ma struggente, lucido ma emotivo,dove ragione e fede trovano, probabilmente, la loro definitiva sintesi.

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    Giacomo Di Girolamo

    25/06/2009 14:41:18

    E’ un libro bello, “L’ultima estate” di Cesarina Vighy. E non lo diciamo per pietismo, né perché ci tocca il legame con la sofferenza e la morte che è della protagonista del romanzo come dell’autrice. A proposito, di lei sappiamo poco o nulla. Le note biografiche sono misteriose. Peccato. Avremmo voluto stringerle la mano. E’ un romanzo bello, perché è “laterale”. Ironia della sorte, come la malattia che colpisce senza arresto. Laterale. Storia di verità e ironia, racconto saggio senza essere pedante, colto senza essere saccente. Cita Yourcenar, immancabile, ma anche Bob Hope. Canzona la morte con l’ironia di Pretolini (“mi dispiace di morire / ma son contento / son contento di morire / ma mi dispiace”). Aveva ragione Manzoni (tu guarda…). Il senso della scrittura, come il senso della vita, forse sta davvero nell’ “ora estrema”, che libera dal dolore (amen), rende i ricordi materiale da narrazione, e ogni vita degna di essere vissuta e raccontata, magari solo per la poesia del nido di un merlo che si intravede nell’ultimo scorcio di finestra rimasto a portata di sguardo. C’è un’Italia che non si classifica, non vuole essere contata, vive in disparte. Vighy appartiene a questo gruppo. E’ un’Italia silenziosa, che ha amato tanto leggere (pratica ormai in disuso presso le nuove generazioni, che collegano la parola lettura solo al concetto dei titoli di coda di qualche show televisivo) e scrivere. La storia minore che racconta Vighy, la storia di una vita, di una famiglia, proprio perché è la storia che potrebbe essere di tutti, riscatta il silenzio di questa Italia. E poi è Vighy brava. La storia ha tempi diversi. C’è il racconto del passato, il diario del presente, l’immagine futura (ma non troppo) della propria morte. Vighy ha confidenza con tutti i ritmi e i tempi della narrazione. E’ una giostra, ma non ce ne accorgiamo: ci sono pagine che valgono 15 anni di vita, e altre che ne raccontano un istante. Non aspettiamo il tributo postumo. L’applauso, Cesarina, se lo merita ora.

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    giuseppe petralia

    03/06/2009 08:08:39

    E' un libro struggente, intriso di dolore,di rabbia, ma nel contempo rappresenta un inno alla vita. L'autrice, alter ego di Zerta, la protagonista del libro, é affetta da una rara malattia neurologica, la Sla, ma in compenso rivive il suo passato pieno di gioia. I giochi con il padre, la bambina piu' amata del mondo, il femminismo, il rapporto bellissimo con il marito . E' un libro forte, scritto in prima persona in maniera sublime, un romanzo che fa riflettere sul la malattia, sulla vita e sulla morte, facce della stessa medaglia. Un romanzo dove l'autrice riesce anche a scherzare ,ci propina i XIII comandamenti di chi é malato, un libro che ,alla fine, ci lascia molta amarezza, ma anche uno spiraglio di luce e di speranza. Ha tutte le carte in regola per vincere il premio Strega, visto che siamo assuefatti da una letteratura leggera dove predominano le storie a lieto fine.

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