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Svetlana Aleksievi?

Traduttore: N. Cicognini
Editore: Bompiani
Collana: Overlook
Anno edizione: 2016
Pagine: 347 p. , Brossura
  • EAN: 9788845281242


Cos’è la guerra vista dagli occhi degli ultimi? Vista dagli occhi di piccoli testimoni che hanno assistito inermi a un massacro per cui non hanno avuto nemmeno i mezzi per raccontarlo? Cos’è la guerra vista dal basso, prospettiva da cui puoi afferrare poco, ma capire tutto?

L’intera via era ridotta in cenere. Tra le fiamme erano morti vecchie, vecchi e molti bambini piccoli che non erano partiti insieme a tutti gli altri: si pensava che il nemico non avrebbe osato attaccarli. Il fuoco non aveva risparmiato nessuno.

Svetlana Aleksievič lascia la parola ai bambini, lascia che il terribile attacco di Minsk, nell’estate del 1941 quando fu assediata dalle truppe tedesche, venga ricordato e raccontato dalle voce degli innocenti, ultimi testimoni di una guerra che continua ad annidarsi nelle loro vite, senza mai abbandonarli. Dà voce a quei corpicini sperduti, sopravvissuti alle intemperie più dure – gli inverni rigidissimi della Bielorussia, la fame che li porta a divenire ruminanti, nutrendosi di erbe e arbusti – perché il racconto di quei piccoli sopravvissuti rende ancora più assurda e straniante la condizione della guerra.
Ha due sinonimi la parola guerra, sulle bocche di tutti questi bambini, si chiama mamma, si chiama papà. Lo strazio dell’abbandono che ha strappato via tutti i padri, lo strazio della solitudine quando molti furono separati anche dalla madre, durante le fughe, durante i bombardamenti massivi. La parola guerra, per loro, veniva pronunciata nei giochi quando nessuno voleva interpretare la parte dei tedeschi. La parola guerra affiorava alle labbra solo quando incontravano, per la prima volta, la morte. E allora qualcuno sprofondava nel mutismo, qualcun altro trovava conforto solo nel rifugio dal mondo – sotto una stufa, insieme ai topi in cantina, dietro le tombe in un cimitero - altri ne venivano affascinati, ossessionati, volevano incontrarla ancora, forse per prenderne atto, per capire.

La Aleksievič ce li fa incontrare oggi, questi bambini, e li fa parlare: ci raccontano chi sono diventati. Ci dicono che ce l’hanno fatta: sono ingegneri, parrucchieri, cassieri, ricercatori agrari. E sono loro a raccontarci l’incubo, mai sbiadito, mai dimenticato, in ogni dettaglio. Sono osservatori attenti, vivi, feroci. Sono loro, gli ultimi testimoni.
Svetlana Aleksievič non esiste, apparentemente, in questo libro. Il suo io si nasconde dietro le inchieste, le voci delle testimonianze, per far venire a galla solo la storia, la verità scontornata. La sua indagine è così, pulita, fredda, stretta a tutto quello che la memoria umana può restituire a un mondo troppo soggiogato dalla dimenticanza, dall’oblio di un patrimonio, oramai, comune a tutti.
Dà voce a chi non ha avuto abbastanza voce per parlare, questa donna potente - premio Nobel per la letteratura - dà voce al suo popolo, e la orchestra in un coro implacabile, in una polifonia di suoni che si stringono dietro la stessa ferita, quella originata dall’impietosa bestialità dell’uomo. Le inchieste della Aleksievič sono terribilmente umane, l’oggettività dei grandi eventi narrati vengono nobilitati dalla denuncia sociale e politica che parla il linguaggio ultimo di chi ha incontrato la sofferenza, e gli ha spezzato la vita. Sono i sentimenti di chi ha vissuto che emergono, non l’opinione della giornalista, né gli anatemi o le condanne. Tutto si narra da sé, come un terreno bruciato disseminato da piccoli corpicini rosa, come una madre seppellita viva, davanti agli occhi dei propri figli impotenti. Si narra da sé la disumanizzazione di questa e di troppe altre storie di guerra che mai hanno lasciato questo mondo, mai hanno dato pace in nessun tempo, in nessun luogo. Si narra da sola l’insensatezza dell’uomo e di una storia che parla di lui, sempre uguale. Di un’umanità che continuerà a perire per mano della sua stessa ecatombe.

A cura di Wuz.it