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Traduttore: G. Gatti
Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 1999
Pagine: 272 p.
  • EAN: 9788807015502
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recensioni di Manferlotti, S. L'Indice del 1999, n. 05

Scrive Walter Benjamin nel saggio Considerazioni sull’opera di Nicolaj Leskov (sia pur parlando di Johann Peter Hebel): "La morte è la sanzione di tutto ciò che il narratore può raccontare". Viene alla mente presto, quest’affermazione tanto perentoria quanto esatta, quando si legge Ultimo giro, il romanzo che nel 1996 ha meritato a Graham Swift il Booker Prize e che ora viene presentato in traduzione italiana da Feltrinelli. La storia è semplice: Jack Dodds, macellaio in un quartiere del sud di Londra, è morto in ospedale, di cancro allo stomaco, e i suoi amici più stretti, quasi tutti sulla settantina, intraprendono un piccolo viaggio verso la costa, a Margate. Hanno il compito di spargere nelle acque del mare le ceneri del loro amico. Sono le sue ultime volontà (il titolo inglese gioca sul doppio senso di Last Orders: in un pub sono le ultime ordinazioni, ma possono essere anche – più letteralmente – gli ultimi ordini), ed essi intendono rispettarle. Sunt aliquid manes. Del gruppo fanno parte il più giovane Vince, già figlio adottivo del defunto, e i coetanei Ray, detto Lucky, impiegato in una compagnia di assicurazioni ma fortunato scommettitore sui cavalli, Lenny, un ex pugile, e Vic, impresario di pompe funebri. Vince, che se la passa bene nel commercio di macchine usate, ha messo a disposizione una Mercedes. Sui suoi sedili seggono gli amici, stringendo a turno fra le mani il barattolo con le ceneri di Jack. Grande assente, Amy, la vedova.

Le tappe del viaggio, precisamente annotate: Dartford, Gravesend, Rochester, Chatham, Canterbury, Margate, sono descritte dal punto di vista di Ray, che fa da narratore, diciamo così, di raccordo fra una sezione e l’altra. Tutti gli altri capitoli sono affidati alle voci dei quattro amici (e Ray ricompare anche in questa funzione), i quali si alternano nel prendere la parola. Verso la fine del libro, questo ruolo tocca per cinque volte anche ad Amy.

La struttura, come si vede, ricorda da vicino il Faulkner di Mentre morivo, e ciò è stato puntualmente addebitato a Swift, quasi non fosse ovvio che in letteratura "tutto si tiene insieme" e che a contare siano le differenze più che le analogie. A parte l’idea del discorso a più voci (che del resto neanche lo scrittore americano traeva dal nulla) e del tema generalissimo della morte, i due autori non hanno altro in comune. Mettendo in atto un calibratissimo processo di sedimentazione di dati, opinioni, tic espressivi, sorrisi e pianti, effusioni e silenzi, Swift riesce a scolpire le figure di uomini e donne di una working class che ha conosciuto gli orrori della guerra e sa bene che cosa siano la fatica e il dolore. Le singole esistenze prendono in tal modo corpo attorno ad amori ora vissuti ora sognati, ad aspirazioni in genere deluse, al raro sostegno della buona sorte. Apprendiamo così che l’unione fra Jack e Amy è naufragata dopo la nascita di una figlia subnormale che il padre non ha mai voluto accettare, che Ray ha fallito come marito e come padre, che pure Vince ha una figlia "andata a male", che la saggezza di Vic nasce dal suo mestiere, dal quale apprende ogni giorno la caducità delle cose umane ("Ma i morti sono morti, li ho guardati bene, sono tutti uguali"). Le spoglie di Jack fanno, per così dire, da catalizzatore di tutte le vicende, perché ogni storia si riporta di continuo alla stanza di ospedale che è stata la sua ultima dimora e a ciò che avviene nel corso dell’escursione verso il mare.

Il viaggio, in particolare, si fa subito reale e metaforico a un tempo. Forse per esorcizzare in qualche modo l’orrore che si cela in quel barattolo che si recano appresso (così si chiude il romanzo: "Le ceneri che erano il Jack che un tempo camminava in mezzo a noi, vengono portate via dal vento, sollevate via in un turbinio finché la cenere diventa vento e il vento diventa il niente di cui siamo fatti"), forse per un cedimento all’umana debolezza che condividono, forse per donare all’amico morto una estrema porzione di vita, i quattro amici si fermano più del dovuto, visitano le cattedrali di Rochester e Canterbury (quanti altri pellegrini hanno veduto questi celebri siti di preghiera!), quasi fossero in gita. Ma il viaggio – in ciò seguendo i voli della mente – si trasforma presto in un viaggio verso se stessi, in un continuo oscillare fra passato e presente che consente l’ingresso di altri volti e altri destini. Il mondo circostante sembra ostile, o estraneo. Le poche descrizioni dei luoghi riposano su tonalità grigie, imposte da una pioggia che cade senza sosta e da esterni quasi sempre in rovina. Ecco infine Margate, e il suo mare-sepolcro: "Entriamo a Margate sulla Canterbury Road, passando in mezzo a file di case a bovindo con la facciata sbiadita e scrostata e quell’aria da glassa su una torta stantia che solo gli edifici di un posto di mare hanno". A tenere banco sono infatti i pensieri e i dialoghi dei personaggi, che Swift governa alla perfezione, intrecciando i piani temporali senza sforzo. Anche le riflessioni concettualmente più ardite, che sembrerebbero non poter appartenere a personaggi così umili, vengono rese credibili da uno stile pregnante ma mai forbito (in ciò Swift nobilita come meglio non si potrebbe l’eloquio della working class londinese, che in traduzione va purtroppo quanto inevitabilmente smarrito) e, soprattutto, dalla dignità intrinseca nelle loro vicende: la crudeltà della malattia, la demenza, l’amicizia, l’amore. Accanto ad esse, la malinconica forza dell’amarezza e del rimpianto, ma anche il sicuro conforto della speranza.